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domenica 29 maggio 2022

Esterno Notte (Parte Seconda) di Marco Bellocchio

Dunque. Bellocchio si è sorrentinizzato. Per (quasi) sua stessa ammissione. In un incontro col pubblico dopo la proiezione di Esterno Notte Parte 2 ieri pomeriggio infatti, il regista ha parlato de Il Divo e di The New Pope come di prodotti innovativi e interessanti (nulla di male, sia chiaro) arrivando, con Gifuni che gli faceva da sponda, a paragonare quei lavori ai film di Volonté con Elio Petri come Todo Modo. E qui non possiamo che dissentire. Troviamo infatti Sorrentino un autore furbo, un ‘autore’ in senso ideologico (quel titolo gli serve per un surplus di vendita di sé) che è capace di inserire dettagli grotteschi quando parla del potere magari, come nel film su Andreotti, ma un ‘autore’ lontanissimo da un Petri che invece lavorava sullo straniamento brechtiano per tutta una pellicola facendo arrabbiare tutte le parti chiamate in causa, ad esempio ne La Classe Operaia, e non di strapparci un sorrisetto sornione perché ora con la giusta distanza dalla storia sappiamo tutti cosa era il Potere in quel periodo in Italia.

Ne sia riprova lo sdegno che ha accolto l’ultimo Nanni Moretti, che in sala portava tensioni tutte contemporanee. Ecco, Petri, come Moretti ai giorni nostri, agiva ‘in medias res’, mentre Sorrentino ammicca sempre all’intelligenza dello spettatore quando l’arte invece può anche giocare a farci sentire stupidi. E non a rendere grotteschi i personaggi che ci presenta. Abbiamo detto dei terroristi, come Faranda, protagonista del quarto episodio della serie, il primo proiettato ieri pomeriggio. Mi ha colpito molto l’esordio in sala, a fine proiezione, di Bellocchio, che ci ha detto di come i nevrotici fantasticherebbero certe situazioni mentre gli psicotici (sottotesto: i brigatisti) le mettono in atto. Mi è venuto in mente perché Deleuze e Guattari nel loro testo Millepiani dicevano esattamente l’opposto. Gli psicotici non sono infatti quelli pericolosi per la società, semmai è la società ad essere pericolosa per gli psicotici. Distanza, per autori appartenuti a una stessa generazione, non da poco, trovate?

Ma poi quei brigatisti con psicologie da cartone animato, con Faranda stessa che di fronte alle immagini televisive della moglie di uno dei carabinieri che si getta piangendo sulla tomba del marito pare avere un sussulto di pentimento e poi si indurisce nel suo ruolo, mentre noi scopriamo da un successivo dialogo col compagno Morucci che lei si sarebbe lasciata convincere da lui in una impresa che parrebbe ora, nelle intenzioni di lui, non più rivoluzionaria ma rivoltosa (e come facevano i compagni a leggere TAZ di Hakim Bey se quel testo non era ancora stato scritto?). Ecco, come hanno evidenziato in un comunicato i ragazzi di Milano in Movimento, con cui mi trovo d’accordo, in Italia tramite film e serie TV si rendono complessi e quindi appetibili ogni tipo di personaggio, dai mafiosi agli ‘ndranghetisti, ma un momento di confronto serio coi brigatisti ancora pare impossibile. Così, non perché io ammiri i brigatisti, ma solo per amore non tanto del paradosso quanto del mettere in luce le contraddizioni del nostro tempo.

 


E dunque eccoli sullo schermo, Margherita Buy nei panni della moglie di Moro e Fausto Russo Alesi in quelli di Cossiga, il “ciclotimico” che “meriterebbe la seminfermità mentale” secondo le parole di Moro a un prete poco prima dell’esecuzione. Un Moro interpretato da un Gifuni molto più convincente che non nel primo episodio secondo quanto vi abbiamo già riferito – ma Gifuni ha portato Moro a teatro per un lungo periodo, quindi la scelta era quasi d’obbligo o quanto meno molto sensata: il suo studio peraltro assomiglia molto proprio a quello storico di Volonté, senza nulla togliergli in autonomia e risultati – ma non ostante la bravura degli attori tutti non possiamo non notare come, a parte qualche iniezione di visionarietà appunto sorrentiniana, che a questo punto acquisisce senso per il suo essere meno rutilante di quella petriana ma funzionale a svecchiare un certo cinema impegnato, quest’ultimo ancora resti in debito nei confronti del ricatto dell’asciuttezza e del rigore imposto proprio dall’omicidio dell’onorevole democristiano.

Ecco perché allora, forse, tornare oggi su quei giorni e quegli avvenimenti. Forse il desiderio profondo (inconfessato? Inconfessabile? O forse lampante?) di Bellocchio potrebbe essere proprio quello di svecchiare quella parte di settima arte più legata all’impegno civile restituendo allo spettatore e a chi ci lavora direttamente, attori, registi, fotografi, un minimo di desiderio di giocare. Dato che, come si diceva a proiezione ferma, “il buio ci è amico” e allora forse vale la pena lasciarlo interagire con noi. Certo, Petri con quel buio imbastiva partite a scacchi di precisione geometrica, mentre qui siamo ancora fermi a certi dettagli, ma non scordiamoci cosa è passato in mezzo, cosa sono stati per noi gli anni Ottanta ad esempio, senza contare cosa significa avere una casa di produzione che ti acquista i diritti di intere pellicole per poi tenerle ferme, mai più distribuite, dopo un timido passaggio in sala, per non mettere in imbarazzo chi ancora gestisce il Potere in Italia.

E allora ecco che, con tutti i difetti ideologici e artistici di questa operazione, capiamo che forse oggi era impossibile fare di meglio, sebbene quei brigatisti di cartone faranno fare commenti moralistici a tutti i padri di famiglia fermi col birrone gelato e la frittatona di cipolle privati della partita di calcio trasmessa non più in chiaro sulla televisione pubblica. Non so quanto tempo ci vorrà ancora perché al cinema o in televisione si veda un prodotto culturale capace di affrontare con coraggio quel periodo, invece di mostrarci dei brigatisti che si allenano a sparare a una macchina in un retropalazzo qualsiasi. No, mi spiace, ma non è andata così: per uccidere cinque carabinieri di scorta lasciando vivo l’ostaggio principale devi essere stato allenato da qualche esercito o servizio, non ti ci improvvisi facendo due prove colla mitragliatrice rubata chissà dove.

 


Senza contare poi dove era ubicato, e con che vicini di casa, il palazzo in cui è stato nascosto l’onorevole Moro. Tutti dettagli che Bellocchio omette, e che il pubblico da quel che ho potuto constatare gli perdona (complice?). Forse la verità storica, che certo non necessariamente dev’essere l’obiettivo di una serie TV, fa paura o genera ansie profonde in un paese al cinquantottesimo posto nel mondo per la libertà di stampa ma ai primi in Europa per livello di corruzione, tutti indizi di uno Stato che ancora non si è reso autonomo da influenze provenienti dall’esterno e che non lo sarà ancora per chissà quanto tempo. Nel frattempo vi consiglio anche la visione del bel documentario Com’è NATO un Golpe: Il Caso Moro di Tommaso Cavallini, con interviste a Carlo Palermo, Sergio Flamigni, Carlo D’Adamo e altri.

Potrebbe interessarvi infatti confrontare la finzione della serie di Bellocchio con un documentario (che io ho recuperato lo scorso anno in una visione pubblica sempre nello stesso cinema dove ho visto Esterno Notte ieri pomeriggio) per notare le differenze di prospettiva: nel documentario le personalità di Cossiga, Faranda, Andreotti, Paolo VI sono meno in evidenza ma la visuale sul periodo storico si amplia a dismisura e credo che alcuni di voi potrebbero trovarsi anche stupiti e sorpresi. Certo un prodotto artistico col documentario dovrebbe avere un elemento in comune, ovvero il far sentire, almeno oggidì, lo spettatore meno onnisciente e più inadeguato, giusto per comunicargli quella urgenza che poi dovrebbe indirizzarlo nella vita di tutti i giorni, dato che i documenti sono reperibili in qualsiasi biblioteca, assieme a vari testi che li interpretano e che gli danno una prospettiva.

Vi lascio con questo consiglio infine, con questa possibilità di confronto, e magari se ci riuscite (io l’ho fatto con ben poca difficoltà) provate a mettere gli occhi anche su Todo Modo di Petri e su un altro film del 1982 di Giuseppe Ferrara, Il Caso Moro, sempre con Volonté protagonista. Sono pellicole di cui vi ho parlato anche nella recensione alla prima parte di questo film, ma vale la pena recuperarli non solo perché chi scrive per Volonté ha un amore viscerale, ma anche perché vedere cos’era il cinema di impegno civile prima e dopo l’omicidio Moro vi porterà non solo a seguire meglio quanto avete appena letto in questa recensione, ma anche a farvi una vostra idea ben precisa. L’omicidio Moro ha voluto dire tanto in primis perché, nelle nostre strane teste, se sei vittima non puoi essere anche carnefice. L’arte dovrebbe dimostrarci che la realtà è più complessa di così.


 

venerdì 24 settembre 2021

Tre Piani di Nanni Moretti

Interminabili applausi a Cannes (come da copione, sono gli applausi di chi ha lavorato al film e ha visto per la prima volta il prodotto finito). La polemica con la Ducourneau (strumentale, oggi si crea attenzione polarizzandosi). Un cast rassicurante anche se di indubbio interesse (Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher). E’ così che oggi si crea attenzione su un prodotto cinematografico, oggi che pochi vanno in sala per via dello streaming e delle piattaforme eppure molti film escono ogni settimana nelle sale. 

Più prosaicamente, Tre Piani, ultimo film di Moretti in concorso all’ultimo Festival di Cannes e ispirato all’omonimo romanzo di Eskhol Nevo, scrittore israeliano classe 1971 laureatosi in psicologia e per anni pubblicitario prima di dedicarsi alla scrittura, nipote di quel Levi Eskhol che fu il terzo primo ministro di Israele, o almeno così recita Wikipedia, è un film parzialmente coraggioso: se infatti il finale ci mostra un barlume di speranza, tutta la prima parte della pellicola ci lascia davanti agli occhi personaggi gretti, meschini e soli, che soffrono per ciò che hanno creato e pensano per i propri mali a soluzioni radicali, che non tengono conto degli altri, tutti tranne le donne, quando possono.

Ma andiamo con ordine. Nanni Moretti e Margherita Buy sono due giudici il cui figlio, cresciuto senza amore ma con dei genitori che gli hanno instillato un forte senso del dovere, ha ucciso una donna da ubriaco alla guida, prima di schiantarsi con l’auto contro il palazzo in cui vivono, su tre piani appunto, tutti i protagonisti del film. Riccardo Scamarcio e Elena Lietti sono una coppia con una figlia piccola che viene spesso affidata a una coppia di anziani, lui con l’alzheimer incipiente. Il vecchio dirimpettaio e la figlioletta piccola di Lucio/Scamarcio si perdono una sera in un parco, e il padre della bimba è ossessionato dall’idea che il vecchio abbia potuto far del male alla bambina.

 


Ne è così ossessionato da mettere le mani addosso all’anziano vicino in ospedale, e da avere una relazione sessuale con la nipote minorenne di lui, per cercare qualche traccia di verità. Alba Rohrwacher è una donna che vive gran parte del tempo sola, dato che il marito, Adriano Giannini, è spesso lontano per lavoro. La nascita di una figlia non arresta la discesa nella schizofrenia della giovane donna, la cui madre soffre a sua volta di un disturbo dissociativo. Ma non basta: il fratello di Giannini/Giorgio viene accusato di truffa finanziaria e riciclaggio. 

Il film si snoda lungo una quindicina d’anni, abbiamo così modo di vedere come i personaggi evolvono nel tempo o meglio (quasi tutti almeno) implodono, in un mondo sempre più chiuso e sempre più a forma di regole sociali stringenti più che di amori che plasmano le vite. Si nasce e si muore senza un motivo, solo perché le regole biologiche rendono normali questi atti. Durante la vita succedono cose: si cresce diventano l’ombra (in senso junghiano) dei propri genitori, si regolano conti in sospeso tramite i tribunali, si dà alla luce una bambina, si impone alla moglie di non vedere più il proprio figlio oppure si hanno allucinazioni nella paura sempre crescente di vedersi divorare dalla paura di essere come una madre rinchiusa in clinica.

E’ coraggioso, dicevamo, questo film di Moretti, perché il regista è ormai una di quelle personalità che potrebbe tranquillamente dedicarsi alla carriera con opere di maniera, e invece anche questa volta decide di toccare i nostri nervi scoperti, come quando Buy/Dora si reca a donare gli abiti del marito in un centro di accoglienza per extracomunitari e fuori i neofascisti fanno scoppiare il pandemonio, con tanto di cartelli ‘No Invasione’. Ma non è un eventuale afflato ‘politico’ a rendere interessante la pellicola: semmai è quell’essere di tutti i protagonisti rinchiusi in tombe prima ancora di morire, quelle grida silenziose che ognuno in quanto anima morta esprime come può, per lo più disfunzionalmente, a parlare di ognuno di noi.

 


E allora il finale, che ridà il senso di una speranza, potrebbe anche essere di troppo: magari perché come diceva Débord se le immagini nel mondo dello Spettacolo ci consolano, ci evitano di farci carico del dolore di vivere in prima persona. O magari no: forse quel tentativo faticoso di costruire una relazione con l’altro è una indicazione sacrosanta di come dare vita a una alternativa al mondo finito e sfinente in cui viviamo tutti. 

Primo film di Moretti a basarsi su una sceneggiatura non originale dell’autore, è il primo che ho rivisto al cinema dopo La Stanza del Figlio e Il Caimano – ho visto Habemus Papam grazie a un passaggio televisivo e devo ancora recuperare Mia Madre – e posso senz’altro dire che, a sedici anni dal nostro ultimo incontro in sala, il cinema di Moretti gode di ottima salute e la sala discretamente piena – prima volta da quando sono tornato al cinema: di solito i ‘miei’ film mi lasciano pressoché solitario – mi lascia ben sperare. Nel ventre del cinema, le persone che ho incontrato per caso, con tanto di mascherina, si lasceranno ingravidare da quanto hanno visto? Macineranno senso una volta usciti dal cinema?

E chi può dirlo? L’importante è che ci si provi. L’arte dovrebbe sempre contaminare la vita reale delle persone che vi entrano in contatto. Si è parlato, lo ha fatto la critica, di un film che elogia la ‘forza delle donne’. Aggiungerei che questa forza non sempre riesce a cambiare il mondo in meglio, proprio perché c’è una mancanza di volontà contro cui si poteva puntare il dito con più forza, ma si tratta di dettagli perché viviamo in un’epoca in cui anche solo porre un problema sta diventando nel mondo dell’entertainment quasi impossibile, e allora ringraziamo Moretti perché una volta ancora ci aiuta non solo a riflettere ma anche a sentire.