Interminabili applausi a Cannes (come da copione, sono gli applausi di chi ha lavorato al film e ha visto per la prima volta il prodotto finito). La polemica con la Ducourneau (strumentale, oggi si crea attenzione polarizzandosi). Un cast rassicurante anche se di indubbio interesse (Margherita Buy, Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher). E’ così che oggi si crea attenzione su un prodotto cinematografico, oggi che pochi vanno in sala per via dello streaming e delle piattaforme eppure molti film escono ogni settimana nelle sale.
Più prosaicamente, Tre Piani, ultimo film di Moretti in concorso all’ultimo Festival di Cannes e ispirato all’omonimo romanzo di Eskhol Nevo, scrittore israeliano classe 1971 laureatosi in psicologia e per anni pubblicitario prima di dedicarsi alla scrittura, nipote di quel Levi Eskhol che fu il terzo primo ministro di Israele, o almeno così recita Wikipedia, è un film parzialmente coraggioso: se infatti il finale ci mostra un barlume di speranza, tutta la prima parte della pellicola ci lascia davanti agli occhi personaggi gretti, meschini e soli, che soffrono per ciò che hanno creato e pensano per i propri mali a soluzioni radicali, che non tengono conto degli altri, tutti tranne le donne, quando possono.
Ma andiamo con ordine. Nanni Moretti e Margherita Buy sono due giudici il cui figlio, cresciuto senza amore ma con dei genitori che gli hanno instillato un forte senso del dovere, ha ucciso una donna da ubriaco alla guida, prima di schiantarsi con l’auto contro il palazzo in cui vivono, su tre piani appunto, tutti i protagonisti del film. Riccardo Scamarcio e Elena Lietti sono una coppia con una figlia piccola che viene spesso affidata a una coppia di anziani, lui con l’alzheimer incipiente. Il vecchio dirimpettaio e la figlioletta piccola di Lucio/Scamarcio si perdono una sera in un parco, e il padre della bimba è ossessionato dall’idea che il vecchio abbia potuto far del male alla bambina.
Ne è così ossessionato da mettere le mani addosso all’anziano vicino in ospedale, e da avere una relazione sessuale con la nipote minorenne di lui, per cercare qualche traccia di verità. Alba Rohrwacher è una donna che vive gran parte del tempo sola, dato che il marito, Adriano Giannini, è spesso lontano per lavoro. La nascita di una figlia non arresta la discesa nella schizofrenia della giovane donna, la cui madre soffre a sua volta di un disturbo dissociativo. Ma non basta: il fratello di Giannini/Giorgio viene accusato di truffa finanziaria e riciclaggio.
Il film si snoda lungo una quindicina d’anni, abbiamo così modo di vedere come i personaggi evolvono nel tempo o meglio (quasi tutti almeno) implodono, in un mondo sempre più chiuso e sempre più a forma di regole sociali stringenti più che di amori che plasmano le vite. Si nasce e si muore senza un motivo, solo perché le regole biologiche rendono normali questi atti. Durante la vita succedono cose: si cresce diventano l’ombra (in senso junghiano) dei propri genitori, si regolano conti in sospeso tramite i tribunali, si dà alla luce una bambina, si impone alla moglie di non vedere più il proprio figlio oppure si hanno allucinazioni nella paura sempre crescente di vedersi divorare dalla paura di essere come una madre rinchiusa in clinica.
E’ coraggioso, dicevamo, questo film di Moretti, perché il regista è ormai una di quelle personalità che potrebbe tranquillamente dedicarsi alla carriera con opere di maniera, e invece anche questa volta decide di toccare i nostri nervi scoperti, come quando Buy/Dora si reca a donare gli abiti del marito in un centro di accoglienza per extracomunitari e fuori i neofascisti fanno scoppiare il pandemonio, con tanto di cartelli ‘No Invasione’. Ma non è un eventuale afflato ‘politico’ a rendere interessante la pellicola: semmai è quell’essere di tutti i protagonisti rinchiusi in tombe prima ancora di morire, quelle grida silenziose che ognuno in quanto anima morta esprime come può, per lo più disfunzionalmente, a parlare di ognuno di noi.
E allora il finale, che ridà il senso di una speranza, potrebbe anche essere di troppo: magari perché come diceva Débord se le immagini nel mondo dello Spettacolo ci consolano, ci evitano di farci carico del dolore di vivere in prima persona. O magari no: forse quel tentativo faticoso di costruire una relazione con l’altro è una indicazione sacrosanta di come dare vita a una alternativa al mondo finito e sfinente in cui viviamo tutti.
Primo film di Moretti a basarsi su una sceneggiatura non originale dell’autore, è il primo che ho rivisto al cinema dopo La Stanza del Figlio e Il Caimano – ho visto Habemus Papam grazie a un passaggio televisivo e devo ancora recuperare Mia Madre – e posso senz’altro dire che, a sedici anni dal nostro ultimo incontro in sala, il cinema di Moretti gode di ottima salute e la sala discretamente piena – prima volta da quando sono tornato al cinema: di solito i ‘miei’ film mi lasciano pressoché solitario – mi lascia ben sperare. Nel ventre del cinema, le persone che ho incontrato per caso, con tanto di mascherina, si lasceranno ingravidare da quanto hanno visto? Macineranno senso una volta usciti dal cinema?
E chi può dirlo? L’importante è che ci si provi. L’arte dovrebbe sempre contaminare la vita reale delle persone che vi entrano in contatto. Si è parlato, lo ha fatto la critica, di un film che elogia la ‘forza delle donne’. Aggiungerei che questa forza non sempre riesce a cambiare il mondo in meglio, proprio perché c’è una mancanza di volontà contro cui si poteva puntare il dito con più forza, ma si tratta di dettagli perché viviamo in un’epoca in cui anche solo porre un problema sta diventando nel mondo dell’entertainment quasi impossibile, e allora ringraziamo Moretti perché una volta ancora ci aiuta non solo a riflettere ma anche a sentire.


