Ce lo ha insegnato Carmelo Bene
che la Storia non esiste. Nel senso che chi scrive la storia, al netto delle
fonti che però non hanno incistato in sé le motivazioni delle azioni che si
sono svolte – anche perché, come sempre Bene ci ha fatto capire, l’atto è la
smemorazione di sé e quindi nessuna intenzione può esserci in esso – di solito lo fa ad uso di chi vive il presente, per educarlo. Lo
storico quindi, o le varie scuole storiche, che sempre il sommo poeta di
Otranto definiva collettivamente come “il condominio”, non sono altro che il
tentativo retorico di legare le masse alla catena di montaggio prescelta per
esse.
Questa prosopopeica introduzione all’ultima fatica
cinematografica di Stefano Mordini non è un inutile esercizio di retorica. Di
fatto, come diceva sempre Bene, l’azione teatrale (e quindi anche quella
cinematografica) è soprattutto atto retorico. Lo ripetiamo: si descrive il
passato, vi deve entrare in testa, con una idea, magari anche nobile, di
presente da costruire. E quindi mi sono recato a vedere il film La Scuola
Cattolica con un alto grado di interesse e attenzione, perché la censura e il
divieto ai minori di diciotto ci segnalano che, come minimo sindacale, questo
film ha toccato dei nervi scoperti del tempo in cui viviamo.
Vi dico subito che, almeno ai
miei occhi, il film è riuscito a metà. La metà buona è il tentativo di
descrivere un mondo in cui siamo immersi ancora oggi. Proprio sabato scorso
infatti mi sono recato in una fondazione artistica per assistere al primo di un
ciclo di incontri sul tema “La Curatela”, il cui relatore ha ammesso
candidamente, data la sua formazione in una università cattolica, di non avere
mai studiato se non successivamente da solo i cultural studies. Quindi, niente
Foucault e Deleuze. Niente postmodernità. Niente studio della retorica delle
narrazioni.

Ora, che una istituzione
importante – diciamocelo: se hai studiato in certe università hai più chances,
è così ancora oggi – non formi adeguatamente ad affrontare il presente i propri
studenti, è cosa assai grave. Che questa ignoranza sia funzionale a un sistema
politicamente voluto di rappresentazione dei meccanismi culturali al pubblico,
e che quindi questa ignoranza, di nuovo, sia funzionale a un ecosistema
valoriale, è gravissimo. Imparare a relativizzare non vuol dire infatti essere
dei nichilisti, come qualche discepolo di Julius Evola vorrebbe ancora
insegnarci, nel 2021.
E così il film di Stefano Mordini
ci mostra un mondo dove si insegna, pardon dove si fa performare un quadro
(avrebbe detto Wittengstein) in modo che esso dica, con la potenza
dell’iconicità, a degli studenti di liceo che per diventare umani bisogna
diventare malvagi, e che tra flagellatore e flagellato c’è una
consustanzialità. Non risulti strano che quindi quegli studenti capiscano che
le proprie, di performances, devono essere tese a certi fini piuttosto che ad
altri. Non chiamate mostri dunque – e questo è un errore che Mordini fa – i tre
ragazzi del circeo, perché sono solo il prodotto di una ben determinata
cultura.
Questa cultura, e qui veniamo
alla parte debole della pellicola, era un mix di educazione cattolica
(repressione sessuale), omofobia (virilità tossica) e di fascismo. Fascismo di
cui non si parla nel film se non una sola volta, ovvero quando uno dei ragazzi,
narratore fuori campo, dice che a lui e ai suoi compagni di sventura occorreva
sfogare la rabbia repressa, ma senza sfondare, appunto, nel fascismo. Capite
bene dunque che l’opera filmica non è per nulla ancorata alla verità storica, ma
decide di far parlare le immagini in un certo modo, facendo una scelta di campo
che può essere contemporaneamente interessante e discutibile.

L’aspetto positivo e interessante
di questa operazione sulla carne della storia è che oggi, a parlare di fascismo,
si rischia di suonare, agli occhi di chi ci ascolta, retorici. Lo sappiamo
perché: il ventennio berlusconiano con nani, ballerine e olio di ricino al G8
di Genova, il dirigersi del trasfigurato PCI nelle acque del riformismo – come
se ci fosse del buono in quello che una volta si aveva il coraggio di chiamare
Capitalismo – hanno creato un humus che ha reso l’antifascismo almeno
antieconomico. E forse proprio per evitare questo rischio – ma bisognerebbe
chiederlo a Mordini e ai suoi attori se è così: io qui sto facendo atto
interpretativo, e quindi mi metto nella stessa china descritta a inizio
articolo – si è deciso di non descrivere i tre ‘mostri’ – che errore parlarne così
– come tre fascisti.
Rinunciando a questo dettaglio
non da poco – come descrivere i fascisti oggi al cinema del resto, senza
renderli macchiettistici e magari a qualcuno perfino simpatici nel loro
distorto idealismo? – Mordini e i suoi collaboratori artistici cercano di
mostrarci un mondo che ha creato tre persone capaci di uccidere due ragazze
innocenti – una sopravviverà di sguincio ma è un dettaglio e di sicuro non una
attenuante – e che quindi dovrebbe recare in sé i germi della mostruosità di
quei suoi tre figli. E però, è proprio qui che il film a mio avviso fallisce.
Una operazione molto più
interessante e veritiera l’aveva compiuta Marco Bellocchio col suo impietoso
Nel Nome del Padre del 1972, che è un piccolo capolavoro per come riesce, senza
citare mai anche qui il fascismo e i suoi legami con un certo tipo di
conservazione – lo avrebbe voluto fare, lo scriviamo en passant perché sarebbe
interessante anche per i cinefili recuperare materiale su quell’opera teatrale,
Gian Maria Volonté con il suo non realizzato Il Vicario da Rolf Hochhuth in
quegli stessi anni – a mostrare certe pieghe dell’animo per descrivere le quali
mi servirebbe una nuova recensione, non queste poche righe rimastemi.

Ma l’opera di Mordini se da un
lato tocca, come dicevamo, nervi scoperti in questa volontà di denuncia di un
clima culturale ancora non del tutto superato e quindi attuale, nel non
connotare politicamente i tre ‘mostri’, e in fondo proprio nel definirli tali –
e quindi etimologicamente eccezioni – non arriva coraggiosamente fino in fondo
né dal punto di vista antropologico né dal punto di vista politico. Peccato
perché guardando quei ragazzi non dico che ho rivisto me o i miei compagni di
liceo, ma senz’altro ho ripensato a quella mia domanda sul perché tanta
aggressività repressa e maggiore più ci si faceva in là cogli anni, pur avendo
io frequentato una scuola laica e statale.
Ci rimane il gusto di avere visto
una pellicola comunque fatta non per compiacere ma per smuovere un po’ i nostri
neuroni e le nostre emozioni, e che a suo modo ha comunque fatto discutere in
un Paese, il nostro, dove potrebbe essere facile, soprattutto oggi che il clima
dal punto di vista culturale ed economico non è più quello degli anni Cinquanta
e Sessanta ma è molto peggiorato su entrambi i fronti, essere tentati di
trovare facili consolazioni, il cui rischio non viene mai abbastanza
denunciato.