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giovedì 14 ottobre 2021

La Scuola Cattolica di Stefano Mordini

Ce lo ha insegnato Carmelo Bene che la Storia non esiste. Nel senso che chi scrive la storia, al netto delle fonti che però non hanno incistato in sé le motivazioni delle azioni che si sono svolte – anche perché, come sempre Bene ci ha fatto capire, l’atto è la smemorazione di sé e quindi nessuna intenzione può esserci in esso – di solito lo fa ad uso di chi vive il presente, per educarlo. Lo storico quindi, o le varie scuole storiche, che sempre il sommo poeta di Otranto definiva collettivamente come “il condominio”, non sono altro che il tentativo retorico di legare le masse alla catena di montaggio prescelta per esse.

Questa prosopopeica introduzione all’ultima fatica cinematografica di Stefano Mordini non è un inutile esercizio di retorica. Di fatto, come diceva sempre Bene, l’azione teatrale (e quindi anche quella cinematografica) è soprattutto atto retorico. Lo ripetiamo: si descrive il passato, vi deve entrare in testa, con una idea, magari anche nobile, di presente da costruire. E quindi mi sono recato a vedere il film La Scuola Cattolica con un alto grado di interesse e attenzione, perché la censura e il divieto ai minori di diciotto ci segnalano che, come minimo sindacale, questo film ha toccato dei nervi scoperti del tempo in cui viviamo.

Vi dico subito che, almeno ai miei occhi, il film è riuscito a metà. La metà buona è il tentativo di descrivere un mondo in cui siamo immersi ancora oggi. Proprio sabato scorso infatti mi sono recato in una fondazione artistica per assistere al primo di un ciclo di incontri sul tema “La Curatela”, il cui relatore ha ammesso candidamente, data la sua formazione in una università cattolica, di non avere mai studiato se non successivamente da solo i cultural studies. Quindi, niente Foucault e Deleuze. Niente postmodernità. Niente studio della retorica delle narrazioni.

 


Ora, che una istituzione importante – diciamocelo: se hai studiato in certe università hai più chances, è così ancora oggi – non formi adeguatamente ad affrontare il presente i propri studenti, è cosa assai grave. Che questa ignoranza sia funzionale a un sistema politicamente voluto di rappresentazione dei meccanismi culturali al pubblico, e che quindi questa ignoranza, di nuovo, sia funzionale a un ecosistema valoriale, è gravissimo. Imparare a relativizzare non vuol dire infatti essere dei nichilisti, come qualche discepolo di Julius Evola vorrebbe ancora insegnarci, nel 2021.

E così il film di Stefano Mordini ci mostra un mondo dove si insegna, pardon dove si fa performare un quadro (avrebbe detto Wittengstein) in modo che esso dica, con la potenza dell’iconicità, a degli studenti di liceo che per diventare umani bisogna diventare malvagi, e che tra flagellatore e flagellato c’è una consustanzialità. Non risulti strano che quindi quegli studenti capiscano che le proprie, di performances, devono essere tese a certi fini piuttosto che ad altri. Non chiamate mostri dunque – e questo è un errore che Mordini fa – i tre ragazzi del circeo, perché sono solo il prodotto di una ben determinata cultura.

Questa cultura, e qui veniamo alla parte debole della pellicola, era un mix di educazione cattolica (repressione sessuale), omofobia (virilità tossica) e di fascismo. Fascismo di cui non si parla nel film se non una sola volta, ovvero quando uno dei ragazzi, narratore fuori campo, dice che a lui e ai suoi compagni di sventura occorreva sfogare la rabbia repressa, ma senza sfondare, appunto, nel fascismo. Capite bene dunque che l’opera filmica non è per nulla ancorata alla verità storica, ma decide di far parlare le immagini in un certo modo, facendo una scelta di campo che può essere contemporaneamente interessante e discutibile.

 


L’aspetto positivo e interessante di questa operazione sulla carne della storia è che oggi, a parlare di fascismo, si rischia di suonare, agli occhi di chi ci ascolta, retorici. Lo sappiamo perché: il ventennio berlusconiano con nani, ballerine e olio di ricino al G8 di Genova, il dirigersi del trasfigurato PCI nelle acque del riformismo – come se ci fosse del buono in quello che una volta si aveva il coraggio di chiamare Capitalismo – hanno creato un humus che ha reso l’antifascismo almeno antieconomico. E forse proprio per evitare questo rischio – ma bisognerebbe chiederlo a Mordini e ai suoi attori se è così: io qui sto facendo atto interpretativo, e quindi mi metto nella stessa china descritta a inizio articolo – si è deciso di non descrivere i tre ‘mostri’ – che errore parlarne così – come tre fascisti.

Rinunciando a questo dettaglio non da poco – come descrivere i fascisti oggi al cinema del resto, senza renderli macchiettistici e magari a qualcuno perfino simpatici nel loro distorto idealismo? – Mordini e i suoi collaboratori artistici cercano di mostrarci un mondo che ha creato tre persone capaci di uccidere due ragazze innocenti – una sopravviverà di sguincio ma è un dettaglio e di sicuro non una attenuante – e che quindi dovrebbe recare in sé i germi della mostruosità di quei suoi tre figli. E però, è proprio qui che il film a mio avviso fallisce.

Una operazione molto più interessante e veritiera l’aveva compiuta Marco Bellocchio col suo impietoso Nel Nome del Padre del 1972, che è un piccolo capolavoro per come riesce, senza citare mai anche qui il fascismo e i suoi legami con un certo tipo di conservazione – lo avrebbe voluto fare, lo scriviamo en passant perché sarebbe interessante anche per i cinefili recuperare materiale su quell’opera teatrale, Gian Maria Volonté con il suo non realizzato Il Vicario da Rolf Hochhuth in quegli stessi anni – a mostrare certe pieghe dell’animo per descrivere le quali mi servirebbe una nuova recensione, non queste poche righe rimastemi.

 


Ma l’opera di Mordini se da un lato tocca, come dicevamo, nervi scoperti in questa volontà di denuncia di un clima culturale ancora non del tutto superato e quindi attuale, nel non connotare politicamente i tre ‘mostri’, e in fondo proprio nel definirli tali – e quindi etimologicamente eccezioni – non arriva coraggiosamente fino in fondo né dal punto di vista antropologico né dal punto di vista politico. Peccato perché guardando quei ragazzi non dico che ho rivisto me o i miei compagni di liceo, ma senz’altro ho ripensato a quella mia domanda sul perché tanta aggressività repressa e maggiore più ci si faceva in là cogli anni, pur avendo io frequentato una scuola laica e statale.

Ci rimane il gusto di avere visto una pellicola comunque fatta non per compiacere ma per smuovere un po’ i nostri neuroni e le nostre emozioni, e che a suo modo ha comunque fatto discutere in un Paese, il nostro, dove potrebbe essere facile, soprattutto oggi che il clima dal punto di vista culturale ed economico non è più quello degli anni Cinquanta e Sessanta ma è molto peggiorato su entrambi i fronti, essere tentati di trovare facili consolazioni, il cui rischio non viene mai abbastanza denunciato.