Temo sempre le operazioni-amarcord, perché tendiamo tutti a vedere il nostro passato con un’occhio indulgente e a paragonare con esso impietosamente il presente, che semplicemente non è il tempo della nostra giovinezza e da cui è fisiologico dunque sentirsi lasciati un po’ fuori gioco. Detto questo, il qui presente Enzo Jannacci. Vengo Anch’io non è la prima operazione riassuntiva della carriera del geniale cantautore milanese.
Ricordo chiaramente di aver visto altre operazioni simili, sebbene più brevi, su canali tematici RAI a tardissima notte, e di averne comunque goduto. I protagonisti sono più o meno sempre quelli: i primi collaboratori dell’artista, quindi Dario Fo, Giorgio Gaber, Cochi e Renato, gli amici di ‘seconda generazione’ come Paolo Rossi, Diego Abatantuono e Gabriele Salvatores, i ‘figli d’arte’ come Vasco Rossi (sarà per molti una sorpresa ma il rocker di Zocca attribuisce a Jannacci l’ispirazione per più di uno dei suoi brani, come spiega benissimo nelle interviste allegate al film).
Non dimentichiamo i collaboratori sparsi, da Mia Martini agli amici del figlio Paolo come J Ax e Elio, e, nota di merito, a Jannacci viene attribuita con esattezza la paternità di un brano come Via Del Campo (nel senso che il milanese rinvenne una melodia del ‘500, la fece ascoltare al genovese dopo averci arrangiato qualcosa di sensato e proprio e il genovese dette vita, su quella melodia, a Via Del Campo … si finì amichevolmente ma comunque tirando di mezzo gli avvocati, come ricorda con esattezza Dori Ghezzi).
Il fatto è che, come ci ricorda Vecchioni, Enzo Jannacci aveva un talento naturale per sparigliare le carte. A differenza dei cantautori ‘nobili’ (Guccini, Faber, ma potremmo dire anche Tenco), che sceglievano di stare dalla parte del dolore sempre e comunque, il Nostro invece toccava anche le corde comiche con la propria arte, ma senza farti capire da che parte sarebbe andato a parare.
Senza parlare poi di quel modo di esprimersi a volte criptico che era tipico dei bluesmen come Charley Patton, mi sento di aggiungere dottamente. Eh sì, perché come i musicisti provenienti dal Delta del Mississippi cantavano di vagabondi e personaggi di ogni risma, così Jannacci cantava i ‘diversi’ di ogni risma senza sconti per nessuno, includendo spesso lo sguardo dello spettatore quasi questi fosse un personaggio in più, riuscendo quindi pirandellianamente a sfondare la quarta parete.
Nel documentario vengono anche raccontate l’amicizia e la collaborazione con Zavattini, e alcuni tentativi di dedicarsi all’arte della recitazione teatrale finiti con un clamoroso insuccesso – ma non era uomo da mezze misure il Nostro: a volte come a Sanremo godeva di scelte suicide, artisticamente parlando. Non pensiate che l’atmosfera del documentario sia quella della celebrazione, quanto quella della narrazione da parte di amici, e quindi una celebrazione sì ma della vita in sé.
Dai primi trascorsi nella band di Celentano con Gaber alla collaborazione con un curioso Boldi batterista, accediamo agli ultimi anni e agli ultimi successi, fino a una toccante lettera scritta a Vasco in persona e una serie di collaborazioni ‘minori’ come quella con Ramazzotti e Ruggeri in una inedita veste di coristi.
Non è strano allora che l’aspetto critico – non tutte le collaborazioni ad esempio furono di peso, il sospetto è che alcuni personaggi cercarono di ricambiare la curiosità dell’artista milanese allo scopo di accedere a un gradino superiore, quello della cultura, passaggio che da soli non sarebbero mai riusciti a ottenere – venga meno, ma senza far mancare comunque un ritratto a tutto tondo dell’uomo. Difficile pensare a un documentario su Jannacci dove non si rida, ad esempio.
Ecco che allora si esce dalla sala con la sensazione di avere alcune idee più chiare sull’artista, cosa che francamente non fa mai male, ma non sulle epoche da lui attraversate, ad esempio. Gli anni Sessanta, gli anni Settanta, e poi il riflusso, cosa furono per Jannacci? Era davvero così impermeabile e monolitico, era davvero così ontologicamente coerente con se stesso e incorruttibile dagli umori del mondo là fuori? Per queste e altre domande, dovremo aspettare un altro documentario …



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