Visualizzazione post con etichetta Roland Barthes. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roland Barthes. Mostra tutti i post

domenica 3 dicembre 2023

Kissing Gorbaciov di Andrea Paco Mariani e Luigi D’Alife

Sembra un’era geologica fa, di quelle coi dinosauri (che poi sarebbero i protagonisti di questo documentario, in via d’estinzione appunto), eppure c’è stato un mondo in cui ancora la musica non era solo una forma di intrattenimento tra le altre ma era un modo per dire delle cose sul mondo in cui si viveva. C’erano personaggi con una visione della realtà, che avevano chiaro cosa gli piaceva e cosa no, soprattutto, c’erano persone capaci di andare in direzione ostinata e contraria.

Quella musica chiamata rock, o meglio una sua derivazione, il post-punk, aveva prodotto a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta gruppi musicali che in tutto il mondo erano in grado di metterci sotto il naso la fine dei sorci che stavamo facendo a botte di tatcherismo, reaganismo e riflusso. Volete dei nomi? Facile: Devo, Pere Ubu, Joy Division, e qui in Italia in particolare band come i Litfiba e i CCCP Fedeli alla Linea.

Questi ultimi due furono protagonisti di una epica tournée in Russia nel periodo precedente al crollo dell’Unione Sovietica, quando grazie a Gorbaciov e alla glasnost/perestrojka si sperava in un socialismo dal volto umano lontano dagli orrori dello stalinismo. Tutto inizia con una manifestazione dal nome Le Idi di Marzo, che si tiene proprio in quel periodo a Melpignano, in cui vari gruppi rock sovietici e italiani si incontrarono e suonarono dei set roventi e intensi.

 


Melpignano, in Salento, era un paese anomalo rispetto alla democristiana terra italica dell’epoca. Governato da un manipolo di giovani comunisti – non giovani ‘di sinistra’, ma proprio comunisti duri e puri – il paesello era attento alle 2000 anime che conteneva e organizzare un raduno rock era un modo per fare festa tutti assieme. A questo evento seguirà appunto la tournée di Litfiba, CCCP e altri in terra sovietica, con due date, una a Mosca e l’altra a Leningrado.

Ecco un estratto da un comunicato congiunto dai due registi. “L’immagine prelevata dall’archivio non deve essere selezionata come semplice indice che testimoni l’avvenuta realtà di un evento passato, ma deve essere invece interrogata come una rappresentazione, cioè come un simbolo che dia la possibilità di sapere cogliere gli elementi della realtà passata e saperli interpretare nel nostro presente”.

E così il documentario diventa un crocevia dialettico, fatto di campi e controcampi tra le immagini e le foto di repertorio e i commenti dei protagonisti dell’epoca ripresi ai nostri giorni. Interessante che molti di loro messi di fronte alle immagini vivano cose che avevano dimenticato e che lo stesso Ferretti, frontman dei CCCP, si lasci andare a un commento che quasi sembra ricordare quello di Bill Pullman in Strade Perdute di Lynch.

 


Lontano dall’agiografia per un mondo perduto, quello del blocco sovietico, che gli stessi protagonisti, ad esempio gruppi rock underground russi, criticano apertamente (“mio padre è un fascista / Mussolini è un fascista / Stalin è un fascista” declama una canzone), è chiaro il gioco punk della band di Zamboni e compagni che pur partendo da una fascinazione “per l’acciaio e il cemento”, per la solidità, ha l’atteggiamento di chi usa quella stessa fascinazione come dispositivo dissacrante per criticare il mondo in cui vive, cioè il nostro.

Ma se la storia dei CCCP è ormai nota a tutti – ricordiamo che in questo stesso periodo a Reggio Emilia c’è una mostra riguardo la storica band, e che, al netto delle ristampe di tutti gli album, i quattro protagonisti si sono esibiti poco tempo fa in un concerto, o meglio in un “Gran Galà Punkettone” – è quell’amarcord negato, che sfocia non nella malinconia ma in un quasi-nichilismo che di quella storia è figlio legittimo, a fare da fil rouge dell’opera e, direbbe Roland Barthes, da punctum.

Ecco che quindi chi vorrà immergersi nelle immagini e nei suoni di quest’opera proverà lo stesso spaesamento che provavano i protagonisti e i comprimari – il pubblico, ça va sans dire – dell’epoca di fronte a una creatura più grande dei suoi creatori perché in fondo il desiderio è, in quanto principio di trasformazione, sempre ingestibile da parte di chi lo contiene. Anche solo per averci ricordato tutto ciò, e quanto è grande la confusione sotto il cielo, è valsa sicuramente la pena di esserci. Anche stavolta. 


 

venerdì 8 novembre 2019

Frammenti di un discorso amoroso

Questo non è un semplice blog sul cinema. Mi sono appassionato al cinema nel 1997, dopo aver visto quelli che per me sono due ‘classici’, ovvero Bad Lieutenant di Abel Ferrara e Crash di David Cronenberg. Da allora la febbre non  mi ha più abbandonato. Non parlo della febbre per il cinema: parlo della febbre per l’umano, troppo umano.

Il cinema mi ha accompagnato mentre la scienza mi dettava le sue diagnosi, sempre uguali e sempre diverse. Il cinema mi ha accompagnato mentre soffrivo e mentre amavo. Mi padre, che è morto dieci anni fa per un infarto, mi diceva sempre: quando sei davanti allo schermo, ti metti sotto una cappa.

Il Cattivo Tenente, Abel Ferrara


Il cinema è un rifugio? Più che altro è uno specchio. Lo spettatore si sdoppia, e si vede agire al di là dal vetro. Si prende le misure. Realizza cosa ha dentro di sé. Ecco allora che lo schermo non è altro che un metodo autoptico. Ma il cinema può essere anche un trattato antropologico o sociologico (Shohei Imamura, Glauber Rocha).

Ma il cinema è anche, per me, la storia dell’elaborazione di un lutto. L’apparecchio su cui fruisco attualmente i film, quello che ho in casa, è stato un regalo fattomi lo scorso febbraio da mia madre. L’ultimo. Lei, infatti, è morta di tumore al pancreas lo scorso luglio. La visione dei miei film mi ha accompagnato durante la sua malattia e la sua scomparsa.

Ecco che allora vorrei che questo blog fosse anche un po’ come quel libro di Roland Barthes, La Camera Chiara, dedicato contemporaneamente alla fotografia e alla perdita della madre del semiologo francese. Perché l’arte non è mai distante dalla vita. L’arte si fonde con la vita. L’arte è la vita. Ve lo dico da attore e da fotografo.

Il Profondo Desiderio degli Dèi, Shohei Imamura


Ma cosa troverete in questo blog? Film, certo. Ma, che film? Il film più vecchio dovrebbe essere, credo, il Nosferatu di Murnau. Il più recente, Moebius di Kim Ki-Duk. In mezzo, troverete cinema d’autore, documentari d’autore, tutti film che tengo in un armadio pieno di vecchi nastri. Non mi interessa il cinema contemporaneo: è morto, e in più lo trattano su altri lidi (cfr. sezione ‘Leggi anche …’).

In conclusione, vi lascio con una riflessione di Godard, che spero vi accompagnerà, settimana dopo settimana, come lettori di questo blog (vi esorto, a ogni pubblicazione, a: leggere il titolo del film, vedere il film, leggere la recensione): “Ora ho delle idee sulla realtà, mentre quando ho cominciato avevo delle idee sul cinema. Prima vedevo la realtà attraverso il cinema, e oggi vedo il cinema nella realtà”.


Gian Paolo Galasi, 8 novembre 2019