lunedì 27 novembre 2023

La Chimera di Alice Rohrwacher

Arthur (Josh O’Connor) è appena uscito di prigione. Non ha voglia di rivedere i suoi vecchi amici che lo hanno lasciato catturare dai carabinieri mentre faceva il palo per loro, tombaroli – ovvero trafugatori di materiali prelevati da tombe etrusche – di ‘professione’. Vuole solo tornare nella sua dimora, una casetta di amianto, lavarsi ed essere lasciato in pace. Ma Arthur ha un dono prezioso: “sente” dove sono le tombe e sa indicare con precisione dove iniziare a scavare. Non può dunque essere lasciato in disparte.

Ogni tanto va a trovare Flora (Isabella Rossellini), madre della amata e perduta per sempre Beniamina (Yile Yara Vianello), la quale ha preso sotto la sua ala protettrice Italia (Carol Duarte) che, senza farsi accorgere, tiene un paio di bimbi in casa, con la scusa di pagare all’anziana donna con la servitù le proprie lezioni di canto. Arthur presto si fa convincere a tornare in affari coi vecchi amici per un tale Spartaco, ricettatore da loro mai visto in faccia nel cui studio portano quanto rubato dalle antiche tombe, non ostante la paura per gli spiriti dei morti.

Ma presto una immensa tomba con la statua in marmo di una importante divinità verrà trovata, e a questo punto alla storia viene impressa una svolta. Non vi raccontiamo di più ma vi anticipiamo solo che questo La Chimera è di fatto un film allegorico, dove la vita semplice di chi è senza denaro ma è in contatto col sacro e col mistero viene contrapposta alla fame di ricchezza che toglie umanità e spessore alle persone che abita, pasolinianamente.

 


Tuttavia l’intento allegorico di cui sopra a volte prevale sul racconto e gli elementi fantastici perdono di conseguenza forza. Apprezziamo moltissimo lo sforzo ma questo equilibrio era a nostro avviso più riuscito nella pellicola precedente di Rohrwacher, ovvero Lazzaro Felice del 2018. Eppure non ostante ciò ci sentiamo di esprimere un plauso per la pellicola, sapendo che siamo in Italia nel 2023 e che aver realizzato un’opera del genere oggi non dev’essere stato affatto facile.

Ci teniamo pertanto volentieri dubbi e perplessità in attesa di vedere come evolverà il lavoro della regista, potenzialmente molto interessante al punto da aver portato questo capitolo fino a Cannes quest’anno, dove, pur essendo stato in concorso per la Palma d’Oro, si è accontentato del non disprezzabile premio AFCAE – se ne è insignito in passato Parasite di Bong Joon-Ho. Il legame con la spiritualità forse andava indagato in maniera più approfondita, ma il fatto che oggi ancora se ne senta il bisogno ci pare ottima cosa.

Come affermava Jung e come nota l’antropologia, infatti, i nostri avi avevano un legame con il mondo dei morti e della fantasia, e il fatto di averlo superato potrebbe significare per la nostra contemporaneità solo l’aver reciso i legami con quella dimensione, e non averla assorbita e trasformata. Ben venga pertanto un lavoro come quello qui in esame dove si cerca, forse in maniera un poco naif, forse con una convinzione da rafforzare, di tornare un poco indietro nel tempo e di verificare se la nostra psiche di uomini contemporanei non abbia rinunciato a qualcosa di importante.

Il cinema può del resto servire anche a questa operazione, che è simbolica e quindi molto diversa da ciò che si fa sul lettino dell’analista. Non me ne voglia quindi il lettore se parlo di psiche: non penso che il cinema e quest’opera in particolare dovrebbero sostituire il lavoro dello specialista e di più per le masse, tutt’altro: il cinema come gli antichi aedi potrebbe restituirci un modo di ‘sentire’ più che di ‘ragionare’ e pertanto ci auguriamo di vedere altri lavori simili in futuro, solo un poco più strutturati. 


 

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