sabato 2 maggio 2020

Faust di Aleksandr Sokurov

Un piano sequenza che parte dal cielo e arriva all’interno di una ridente cittadina tedesca: così inizia il “Faust” di Sokurov. Un cielo dove, ad un certo punto, si vede uno specchio appeso a un filo. Eccovi al cinema, sembra dire il regista. Il cinema infatti, lo ribadisco per chi non se ne fosse ancora accorto, è uno ‘specchio autoptico’, come disse una volta Enrico Ghezzi. Uno specchio dove potete vedervi come morti, e dove qualcuno disseziona il vostro cadavere per farvi vedere come siete ‘dentro’.

Se l’esempio più puro del cinema è quindi il temibile (io sono riuscito a vederlo solo una volta, finora) “The Act of Seeing with One Own’s Eye” di Stan Brakhage, pellicola dove assistiamo proprio a delle autopsie, anche questo “Faust” si avvicina a quell’idea. Qui infatti vediamo, appena ‘planati’ sulla città, proprio un cadavere. Un cadavere armeggiando col quale il nostro Faust, protagonista tratto dall’opera di Goethe, si domanda dove si trovi l’anima, in quale parte del corpo. Ecco, nel primo quarto d’ora del film avete tutti i problemi dell’uomo del Novecento, e non è un caso allora che questo “Faust” chiuda la ‘tetralogia del potere’ di Sokurov dopo averci fornito i ritratti di Hitler, Lenin e Hirohito.

Il destino dell’uomo, la fame, il denaro, e quindi il potere, sono le cose con cui Faust si incontra nei primi quindici minuti di film, che quindi ci portano a un setting ben definito, psicoanaliticamente parlando. Poi avverrà l’incontro – ma avverrà? – con la giovane e bella Margarethe. Ma nel frattempo, ciò che viene mostrato allo spettatore è l’uomo del Novecento. Un uomo che cerca di emergere dal fango della storia con un bisogno di purezza tanto impellente quanto impaziente di realizzarsi. E che quindi si porta dietro tutta una serie di scorie senza accorgersene.




Margarethe, dicevamo. Faust, oppresso dai debiti e dalle domande senza risposta, si procura della cicuta per tentare di suicidarsi, ma questa cicuta la berrà al posto suo il diavolo – che Sokurov rappresenta come deforme, con il codino e senza sesso, in maniera bizzarra e originale – il quale si introduce nella casa dello scienziato per aggiudicarsene l’anima offrendogli in cambio degli pseudofavori. Ed ecco che quindi tra vittima e carnefice si stabilisce una strana alleanza. Un’alleanza che giunge al suo culmine quando Faust vede per la prima volta la giovane e bella Margarethe.

Per tutto il film mi sono chiesto: ma Faust ama Margarethe o la desidera soltanto? Non avrò mai temo, una risposta, nel senso che la domanda è forse troppo semplicistica. In realtà Faust certo, si strugge per la giovane, e dopo averne incidentalmente ucciso il fratello si procura dei soldi per evitarle la disfatta finanziaria. E’ abbastanza sincero da confessarle il delitto, il che mi farebbe propendere per l’amore, ma nello stesso tempo evita il confronto diretto e totale con lei quando può, perché evita il confronto totale e diretto con sé stesso.

Infatti dopo aver origliato in un confessionale che Margarethe odia la madre e ritiene quest’odio un ‘peccato’, le confessa di aver odiato egli stesso la propria madre per gli stessi motivi, aggiungendo che “l’amore non deve essere un obbligo”. Sicuramente tra la mera accettazione dei propri sentimenti di Faust e il senso infantile del peccato di Margarethe c’è un abisso, e tutta la distanza da colmare (da un lato come dall’altro) è secondo me il vero lavoro dell’amore (tant’è che in una delle scene del film Faust dice “quel che mi muove è il senso di colpa”, mostrando così di non essere poi molto diverso dalla ragazza dei suoi sogni). Ma andiamo con ordine. Torniamo al film. Dunque Faust ottiene quello che desidera, ovvero una notte d’amore con la sua amata.



Per raggiungere questo obiettivo, Faust deve far addormentare la madre di lei, cui il diavolo somministrerà allo scopo un potente veleno. Margarethe si troverà quindi ad essere accusata della morte della madre, accusa da cui non saprà come difendersi. Faust ovviamente è già in alta montagna (luogo in cui Sokurov colloca l’inferno) col diavolo quando viene a conoscenza di ciò, e data la sua impotenza si sfoga decidendo di uccidere il diavolo stesso per poi andarsene impunito “oltre, oltre, oltre”.

Questo “Faust” è forse una delle pietre tombali sul cinema del Novecento, nel senso che pur essendo un prodotto del nuovo secolo completa una serie di riflessioni che appartenevano al secolo passato. Non è un prodotto ridondante, anzi è necessario, in quanto ricapitola il rapporto che l’uomo del passato ha avuto con il potere, la ricerca del senso della vita e la morte. Purtroppo invece di cogliere tutta una serie di spunti, il cinema contemporaneo è andato in tutt’altra direzione, come ha auspicato del resto anche certa critica meno attenta.


E’ sicuramente colpa anche di questo tipo di critica, supportata da un pubblico probabilmente più in sintonia coi supereroi alla Nolan, che non con le figure chiave della ‘mitologia del Novecento’ da cui comunque deriva (noia per le proprie radici? desiderio di distanza? ai posteri l’ardua sentenza), se il cinema in fondo come arte è morto. Non per noi, che infatti continueremo a scavare in quanto il Novecento e il primissimo scorcio del nuovo millennio ci ha dato cercando di relazionarci con l’uomo dietro la macchina da presa (con noi stessi) tramite ciò che egli ha messo sullo schermo.





Articolo di: Gian Paolo Galasi

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