C’è qualcosa di molto strano in questo film. Quando l’ho visto ieri sera, per l’ennesima volta, ma a scopo recensione, mi sono immedesimato perfettamente nel personaggio di Matthew Modine. Eppure io non ho commesso nessun delitto in blackout. Non ho commesso un delitto nemmeno come persona cosciente. Eppure. Eppure quell’immergersi nell’oceano, alla fine del film, con la Schiffer che rimane sulla spiaggia e la ragazzina diciassettenne al di là delle onde. Poi ho capito. Il mare è l’inconscio. Due notti fa ho fatto un sogno dal quale è emerso che sto iniziando a integrare quella che Jung chiama l’ombra – io trascrivo tutti i miei sogni e poi li interpreto da solo. E quindi, è tutto perfetto. Non pretendete di capire. Siete troppo lontani da tutto ciò, ed è un altro aspetto di questa indicibile perfezione.
Più prosaicamente, “Blackout” è ‘il film con Claudia Schiffer’ di Abel Ferrara, quello che ha riempito le sale – almeno all’inizio, poi si è sparsa la notizia che si trattava di un film serio e l’entusiasmo del ‘popolo’ è scemato – delle classiche famiglie o dei classici ‘zarri’ come si diceva alla mia epoca. Era il potere di Abel all’epoca: prendere un personaggio glamour, patinato, e fargli recitare una parte in cui scavare dentro di sé, perdere quella pellicola, come se dentro o dietro l’immagine ci fosse sempre una persona, che pretese da demiurgo prometeico eh? Lo aveva fatto anni prima con Madonna, che in “Occhi di Serpente” – di cui parleremo, ve lo prometto – ha raggiunto probabilmente l’apice della propria carriera.
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Le critiche, soprattutto al di là dell’oceano, sono state impietose. Con la Schiffer, che non saprebbe recitare, e con Ferrara, che ha messo in piedi un videoclip sconclusionato. In realtà la Schiffer patisce semplicemente perché nel film c’è un’altra attrice bravissima e bellissima, Béatrice Dalle – che ha girato il famosissimo “Betty Blue” e l’interessante “La Visione del Sabba” col nostro Bellocchio – che è il vero oggetto del desiderio del personaggio di Matthew Modine, e sempre a onore del vero, la sceneggiatura ‘di ferro’ di questo film è dello psichiatra Christ Zois, da qui in poi collaboratore fisso del Nostro, che se bisogna parlare di alcoolismo, tossicità, blackout, è sicuramente una persona che sa di cosa parla e poi ci pensa Ferrara a uscire dalla routine dell’analisi e a graffiarci il cuore con quell’attitudine alla Dostoevskij, di metterci di fronte a uno specchio crudele e lasciarci ansimanti a domandarci cosa decideremo di fare di noi stessi.
Ma torniamo alla trama del film. Matty (Matthew Modine), un attore molto famoso, torna a Miami da un film. Qui rincontra i suoi amici, e la sua amata compagna Annie (Béatrice Dalle) che lo abbandona dopo averlo messo di fronte alle proprie responsabilità – in preda ai fumi dell’alcool, le avrebbe ordinato a male parole di abortire. Matty è ora disperato per la perdita della donna e del figlio, e vaga alla ricerca della compagna. Per trovarla si fa aiutare da Mickey (Dennis Hopper), un videoartista affamato di soldi e fissato con i remake hard di feuilleton francesi. Sarà in una notte piena di alcool, droghe, desideri mancati e ricerca della verità filmica che Matty va in blackout. Noi ci ‘risveglieremo’ poco dopo per apprendere che ciò che vediamo si svolge dopo diciotto mesi.
Ora Matty è un alcoolista anonimo, vive a New York e si è fidanzato con Susan (Claudia Schiffer) ma, come emerge dalle sedute con l’analista, non è contento. Un ‘cordone ombelicale’ lo lega al passato, i sentimenti per Annie, così come strani incubi in cui si vede uccidere l’ex amante e un bambino. Decide quindi di approfittare del viaggio di lavoro della compagna per recarsi a Miami nuovamente, con lo scopo, almeno apparente, di ‘farsi lasciare’ da Annie definitivamente. Ma qui, riprese le abitudini alcoliche, scoprirà il proprio orribile segreto. Prenderà quindi la decisione di lasciarsi andare alle onde dell’oceano, in una scena che, appunto, rappresenta l’immersione nell’inconscio e la morte dell’io.
Jean Cocteau aveva definito il cinema come ‘morte al lavoro’. Ma qui siamo oltre, nel senso che Ferrara si interroga non più sullo statuto ontologico di verità delle immagini – di quello si occupava il già citato “Occhi di Serpente”, ma anche sulle intenzioni dei facitori di quelle immagini. Cosa significa infatti ‘cogliere una immagine vera, un atto puro’? E il paradosso è che se vuoi, ad esempio, filmare ‘il male’, lo devi lasciare agire, non ti puoi opporre. Cosa è più interessante allora, testimoniare l’esistenza del male affinché tutti lo vedano e vi si oppongano in massa – la funzione dell’arte – o abbandonare la creazione perché il male non si compia sotto i nostri occhi?
E’ il problema dell’arte del Novecento, e oltre, da quando Artaud scrisse quel testo-simbolo che fu “Il Teatro e il Suo Doppio”, dove appunto teorizzava un teatro ‘crudele’, un’opera d’arte fruita la quale era impossibile tornare indietro per lo spettatore. Carmelo Bene disse che il teatro di Artaud fu un fallimento perché legato alla nostalgia dell’origine, e che per ‘essere capolavori’ e non ‘produrre capolavori’ bisogna ‘farsi fuori’. Quello che manca al personaggio di Dennis Hopper allora, è proprio la mancanza di non-volontà, il suo desiderio di ‘esserci’ (come Heidegger) qualora qualcosa di terribile avvenga sotto lo sguardo della sua telecamera.
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‘C’è una Annie 1’ infatti. E c’è una ‘Annie 2’. Come nel cinema espressionista da “Metropolis” in poi, o come ne “La donna che visse due volte” di Hitchcock, l’oggetto del desiderio del protagonista è sempre doppio, perché doppio è lui stesso, impossibilitato a raggiungersi e a prendersi cura delle proprie pulsioni distruttive come di quelle amorose, ma desideroso, e questo è l’unico momento di purezza possibile, di un confronto con l’altro-di-sé-stesso. Sogni, immagini filmiche, proiezioni, sono materia delicatissima e Ferrara ci ricorda che, per non soffrire, anche noi spettatori abbiamo gettato via la chiave della comprensione del reale per non scoprirci assassini di noi stessi, alienati nel nostro tran tran quotidiano e impossibilitati ad amare veramente.
Aggiungiamo solo che nella versione originale del film Matty sognava un incontro erotico tra la Dalle e la Schiffer. La scena era già stata girata – se ne vede un fotogramma in alcune locandine – ma per volontà della top model venne espunta dal film perché considerata non in linea con l’immagine che essa, o forse meglio il suo entourage, voleva dare di lei. Sarebbe stata una cosa forse inedita e molto emozionante, dato che in nessun film sul doppio – molti sono già stati analizzati in passato su questo blog e molti altri lo saranno in futuro – tranne forse in quella fotina con le due – e poi una – Patricia Arquette abbiamo visto su schermo l’unità del soggetto ripresentarsi come integra. Ma è forse giusto così, perché quello è un compito che spetta a ognuno di noi nella propria vita, senza che un’opera di fiction si presenti a noi come rassicurantemente compiuta in sé.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


