Anno di grazia 1947. Il produttore Herbert Yates commissiona a Orson Welles la realizzazione di un “Macbeth” cinematografico. Il Nostro decide di cimentarsi prima con delle prove ‘serie’ teatrali, e così si reca a Salt Lake City dove allestisce nuovamente – in precedenza ne aveva organizzata una versione ad Harlem – un “Voodoo Macbeth” fatto esclusivamente con attori neri – ce ne sarà anche una versione radiofonica e una discografica. Immediatamente dopo questa esperienza si reca negli studi della Republic Pictures con i suoi attori e in soli 23 giorni (ne aveva chiesti 24 alla produzione ma il budget era purtroppo assai ridotto) realizza il film commissionatogli.
Conosciamo tutti la storia di Macbeth, dato che Shakespeare oltre che patrimonio comune dell’umanità è stato rappresentato in tutte le salse sia al cinema che in teatro che in musica. Da Verdi a Polanski, molti si sono cimentati col Bardo, e questo per via delle capacità del sommo poeta inglese – qualunque sia la sua vera identità – di dipingere su un fondale rosso sangue le passioni più archetipiche dell’umanità. Non a caso anche dei quadri di Pollock sono stati intitolati con versi tratti dalle sue opere.
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Lodato dal poeta surrealista Jean Cocteau e apprezzato anche dal critico cinematografico André Bazin, questo “Macbeth” è, come ogni opera di Welles, un lavoro dalla genesi molto travagliata. Piani sequenza tagliati, voci off aggiunte all’ultimo minuto, addirittura in questo caso tutto l’audio ri-registrato per togliere l’originale accento scozzese voluto dal regista, per decenni abbiamo ammirato un’opera monca di appena 80 minuti invece dell’originale che ne durava 107.
Opera fatta di fondali dipinti, ombre – la fotografia magnifica di John L. Russel – e personaggi che rappresentano forse addirittura le origini dell’umanità – c’è chi ha paragonato Macbeth e signora a Adamo ed Eva, mentre il nostro mai abbastanza rimpianto Carmelo Bene ne ha fatto una versione in cui l’ambizioso uomo di potere diventa emblema delle ferite dell’ego, seguendo un concetto prettamente orientale – in realtà dopo la visione di ieri mi ha evocato un’altra opera, che pur sconfinando nel camp gli assomiglia molto: il “Querelle” di Reiner Werner Fassbinder.
Come in “Querelle” infatti noi vediamo un uomo che, attratto dalla propria estatica Via Crucis, persegue con voracità le tappe che lo trasformano in un omosessuale, un ladro, un mentitore, e un assassino, così in “Macbeth” vediamo una coppia di uomini potenti che attraverso l’acquisizione di nuovo potere e le successive divinazioni delle tre streghe si dirigono senza soluzione di continuità sulla strada della perdizione, della follia e della morte.
E se la voce fuori campo applicata in un secondo momento nel lavoro wellesiano ci ricorda l’eterna (?) lotta tra brodo primordiale pagano e invicilimento cristiano, la cristologia rovesciata fassbinderiana ci dimostra quanto difficile è uscire da un’etica e una martirologia che trovano la loro più compiuta descrizione ne La Banalità del Male di Annah Arendt per opposizione. Infatti sia Querelle che Macbeth sono, sokurovianamente, ‘oltre-uomini’, esseri umani che hanno cercato di uscire dalla serializzazione e dalla burocratizzazione della responsabilità nel dare un senso alla propria esistenza, senza tuttavia riuscire a lasciarsi alle spalle la triade peccato-redenzione-salvezza, seppur in senso rovesciato.
Sembrerà infatti strana questa presa di posizione in un articolo che parla di cinema – ma perché parlare di cinema se non per parlare di vita? – ma possiamo dire che il vero fascino delle opere shakespeariane in salsa cinematografica e dello stesso Shakespeare tout court sta proprio in questo estremo bisogno dell’uomo di liberarsi del percorso obbligato di redenzione. Chi l’ha detto infatti che nasciamo dal peccato e che solo il dolore ci può rendere finalmente tridimensionali?
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Certo, tutta l’arte con cui abbiamo riempito questo blog parla spesso di dolore, ma è un altro paio di maniche. L’arte ha lo scopo, e il cinema in essa, di narrare e mostrare i punti morti, i punti dolenti, tutto ciò che ‘fa massa’ e deve essere dipanato. Ma questo è un conto, un altro conto è invece partire dal presupposto che l’uomo abbia un ‘peccato originale’, la tendenza a fare il male, e che questa tendenza che egli metterà certamente in pratica vada redenta con un percorso apposito, magari lungo una vita intera e oltre.
Sembrerà strano anche riflettere su questi argomenti non solo su un blog di cinema, ma anche in un mondo ormai scristianizzato, ma aggiungo: non abbastanza. Di individui persi in percorsi di redenzione – perché non riescono a tenersi il lavoro, o la compagna, o i figli, etc etc. o per una dipendenza o per una difficoltà di relazione con sé - è pieno il mondo in cui viviamo, anche perché esiste un mondo di ‘specialisti’ che proprio nei sensi di colpa – e non nella loro bravura a risolvere le situazioni che gli si presentano sotto forma di uomini e donne – trova il meccanismo perfetto per la fidelizzazione dei propri clienti. “Macbeth” è qui anche paradossalmente per ricordarci questo.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


