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domenica 16 giugno 2024

L'Impero di Bruno Dumont

Eppure, dopo essere arrivati al 'dunque' e infine ai titoli di coda, ho provato della rabbia per Dumont, regista che negli anni Novanta è stato tacciato di tutto e di più per via di quel suo film che ancora non sono riuscito a recuperare, L'Humanité, di cui lessi peste e corna su forum e recensioni, per una sua presunta inaccettabile crudezza, e quindi, dopo aver visto almeno P’tit Quinquin, una volta in sala con una nuova opera che per di più prometteva di essere una semi-parodia di Guerre Stellari, ho deciso di dargli una possibilità. 

Ora, l'idea è ottima: ri-giri Star Wars ambientandolo nella periferia francese, tra mucche e granchi, ma il punto fondamentale per rendere un’opera filmica (diciamo un’opera d’arte in generale) notevole è che il creatore ci deve credere. Non basta infatti creare una operazione anticommerciale e per di più parodistica di un genere amato dal pubblico per comprendere perché la gente si affeziona a quel genere di operazioni, ad esempio. 

Tanto più che l’idea di contrapporre bene e male poteva essere intrigante, ci si fosse sforzati per articolarla un po’ di più. Anche l’amore (o il sesso, fate voi) che sfocia tra i due principali antagonisti (nemici come alieni, ma attratti irresistibilmente in quanto abitanti di corpi umani) sarebbe stato interessante come spunto da approfondire, così come quelle astronavi che all’interno sono chiese è una nota visivamente efficace. 

Eppure no: Dumont ha deciso di confezionare un lavoro lento, privo di ritmo e nerbo e con un finale tirato via giusto per chiudere l’opera lasciando la Terra intatta, ma che non ha nessuna valenza né sul piano dell’azione né sul piano simbolico (bene e male che lottando si annullano?). E così l’autore di Coincoin et les Z’inhumains sforna un prodotto freddo e poco sentito. Ed è un peccato. 


Un peccato perché confrontarsi col cinema commerciale è sempre una sfida. Un peccato perché si poteva iniettare in quel cinema commerciale sangue vivo, dalla sessualità che in quel tipo di opere è assente (perché sono prodotti ‘per famiglie’?) a una riflessione su bene e male non banale. Si poteva infine lavorare sui codici per sovvertirli, per produrre altro. Invece ho visto un’operazione fruendo la quale il poco pubblico presente in sala si addormentava. 

Ma cinema d’autore e fantascienza sono davvero antinomici o difficili da conciliare? Al netto delle dichiarazioni recenti di Lynch sul suo Dune, esistono almeno un paio di risultati perfettamente riusciti, ovvero il 2001 di Kubrick e la sua risposta sovietica Solaris di Tarkovskij, per non parlare poi di Blade Runner, che non ostante le varie versioni attraverso cui è passato prima di arrivare al director’s cut risulta un lavoro notevole sotto tutti i punti di vista o, tornando più indietro, il famoso L’Invasione degli Ultracorpi di cui sono stati fatti anche diversi remake. 

Certo, poter enumerare quattro risultati notevoli in oltre un secolo (ma sicuramente ho tralasciato qualcosa) in cui comunque la fantascienza ha prodotto opere notevoli soprattutto su carta, è scoraggiante, ma varrebbe la pena riflettere sul perché. Suggerisco modestamente che non è facile riflettere sul ruolo che la tecnica e la tecnologia hanno nelle nostre vite e come ci modificano, per cui alle opere già citate vale la pena aggiungere certi lavori del primo Cronenberg, che se pur siano body horror più che sci-fi, comunque con la tecnologia applicata all’essere umano hanno molto a che fare. 

E allora vale la pena ripercorrere queste filmografie allo scopo di porci quanto meno dei problemi, sollevare domande, alimentare dibattiti culturali, pur a partire da un’operazione spompa come L’Impero. Forse chiediamo troppo a un lavoro che parte da intenti polemici, ma si sa che è solo puntando in alto che riusciremo a ottenere, in futuro, qualcosa di più. Per il mentre, una visione disinteressata di quest’opera, a puro scopo conoscitivo, non vedo perché negarla comunque …