Un film distopico italiano. Dopo Lo Chiamavano Jeeg Robot, si inizia a sperimentare (ma con giudizio). Mondocane è ambientato in una Taranto del futuro dove l’Ilva ha ampiamente fatto i suoi danni, contaminando la terra sottostante che ora è inabitabile tranne che da un manipolo di irriducibili che vogliono decontaminare la zona e che per questo si affidano ai loschi traffici delle Formiche, una gang comandata da Testacalda (il bravissimo, come al solito, Alessandro Borghi).
Il film si apre coi due protagonisti, i giovanissimi Mondocane e Pisciasotto (tutti hanno pseudonimi in questo mondo alla rovescia) che scovano da sotto il mare un crocifisso, oggetto di cui non sanno nulla se non che è bello e che magari vale qualche soldo. Immagino come si potrebbero indignare o sdilinquire certe persone che ho frequentato nel mio passato, tanti e tanti decenni fa, ma l’immagine di Pisciasotto che si porta la croce in spalla è comunque potente.
E poi. Poi c’è quel corridoio che i due ragazzini percorrono e che ricorda quello di Millennium Mambo di Hou Hsiao-Hsien, solo che qui i protagonisti non immaginano quanti soldi restino loro da spendere prima di lasciare il proprio compagno come la Vicky interpretata da Shu Qi, ma sognano quale sarà la loro svolta se riescono a farsi ingaggiare dalla temibile gang di cui sopra. Non voglio raccontarvi troppo nei dettagli la trama del film per non svelarvi colpi di scena e quant’altro, ma ci tengo a sottolineare alcune debolezze della pellicola.
Innanzitutto Testacalda e la poliziotta Katia si conoscono, ma ci sarà solo un piccolo momento di ‘confronto’ che risulterà fine a se stesso. Peccato perché una delle sottotrame del film sarebbe potuto essere benissimo il rapporto tra polizia, e quindi potere, e le gang. Ma poi. A un certo punto Testacalda porta Pisciasotto (che inizialmente complice anche la malattia pare quello dal destino segnato tra i due ragazzi, invece si rivelerà il più determinato) nel cuore della zona contaminata, mostrandogli il senso dei traffici illeciti e facendo capire allo spettatore di essere ‘il buono’.
Alla luce di questa rivelazione, certe sue scelte successive, che si compiranno senza un minimo di lavorìo interiore, risultano incomprensibili. C’è quindi un buco a livello di sceneggiatura, che rende la pellicola poco credibile o meglio vacua da questo punto di vista. Peccato, perché in realtà il film è molto interessante e avrei voluto essere un tarantino per vedere come ambienti a me famigliari venivano utilizzati in chiave fantascientifica, dato che l’effetto è credibile e interessante.
C’è chi nella critica ha rapportato il film in questione, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, a epopee del passato come Mad Max e Interceptor, ma se la filiazione è evidente, quello che risulta è comunque un film che avrebbe potuto, grazie alla chiave della distopia, divenire un film di denuncia – ci sono ad esempio i bambini e le bambine orfane che lavorano nell’acciaieria con tanto di braccialetto elettronico, ma non si capisce come possano accedervi dato il divieto, e poi c’è la Taranto Alta, la ‘zona bene’ dove i due protagonisti amano recarsi per ‘sputtanarsi’, parole loro, i soldi che guadagnano col proprio ‘lavoro’.
Peccato, intanto perché Mondocane è opera prima del talentuoso Alessandro Celli, e quindi si presenta come un biglietto da visita ‘monco’ di struttura e senso secondo le coordinate da noi esaminate, e in secondo luogo perché il film ha sicuramente una marcia in più rispetto a serie ambientate ai nostri giorni e nel mondo della malavita come Gomorra o Suburra, o ai rispettivi film. Il motivo? Sicuramente l’assenza di certi compromessi produttivi che hanno reso quei prodotti accettabili anche al pubblico televisivo, e che qui mancano del tutto.
Regia impeccabile – di quelle che non si notano, e come ben saprete il regista migliore non è quello che si mette in mostra per trovate particolari ma quello che si nasconde dietro l’opera facendovela gustare – e la stessa cosa si può dire per la fotografia – l’Ilva con certi filtri si mostra in tutta la sua ehm alterità – e per la colonna sonora, minimal e con alcune decise e saporite virate verso la musica industriale/elettronica, Mondocane si lascia quindi fruire ma non come prodotto di massa, bensì come opera con un senso, e per questo spiacciono le aporie che vi abbiamo fatto notare.
Tuttavia il nostro consiglio è di tenere d’occhio anche la futura produzione di Celli, perché non ci sembra un regista ‘furbo’ ma un operatore culturale, ci perdoni, con una visione, e quindi non solo da premiare al botteghino affinché più lavori simili trovino finanziatori e pubblico, ma anche da seguire per verificare quali saranno gli ulteriori sviluppi di un regista che potrebbe stupirci con lavori che, seppur di ‘genere’ – e chi l’ha detto che è un difetto? – possono raccontare molto del mondo in cui viviamo oggi, cosa per nulla scontata.


