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sabato 25 gennaio 2020

8 ½ di Federico Fellini

Fellini ha appena finito di girare “Le Tentazioni del Dottor Antonio” per il film “Boccaccio ‘70”, e sta iniziando a pensare a un nuovo film. Purtroppo la sceneggiatura latita, e anche l’amico Ennio Flaiano sembra non convinto di quest’idea strampalata di girare un film basato sui sogni e le ambizioni di un regista. Rimane un solo punto fisso: il titolo, dovuto al fatto che Fellini ha realizzato sei lungometraggi e tre cortometraggi. Questo sarebbe dunque il suo ottavo film e mezzo.

Ed ecco che Fellini è quasi pronto a comunicare al produttore Angelo Rizzoli che il film non si farà, quando viene invitato a una festa di compleanno di un macchinista. Durante la festa gli arrivano gli auguri per il nuovo film, e così Federico decide di procedere comunque: il nuovo film racconterà appunto della lavorazione di un film e della decisione del regista di mettere da parte quel progetto stesso.

Protagonista, dopo aver vagheggiato di Laurence Olivier o Charles Chaplin, è Marcello Mastroianni, nei panni del suddetto regista. Dentro anche Anouk Aimée, reduce da “La Dolce Vita”, e Claudia Cardinale. Problemi ci furono per la scrittura di Sandra Milo, dato che il marito di lei, dopo la delusione per “Vanina Vanini” di Roberto Rossellini, avrebbe voluto che la consorte si ritirasse dalle scene.



Veniamo dunque al film. Si tratta di un turbinìo di scene tra l’onirico, il reale e il costruito sul set. Spesso le scene del set riecheggiano le scene di vita reale o i sogni appena visti, lasciando lo spettatore con un forte senso di disagio, al punto da non riuscire a capire se anche la realtà faccia parte del sogno o meno. Del resto nella versione originale del film le scene oniriche, per permettere allo spettatore di orientarsi, erano state virate in azzurro, ma questa caratteristica si è persa nel restauro del 2014, lasciando i nuovi spettatori (piacevolmente) spaesati di fronte al susseguirsi delle scene.

Il protagonista è Guido, detto Snaporaz (così si chiamerà anche il protagonista de “La Città delle Donne”), un regista in crisi sia dal punto di vista umano che dal punto di vista artistico. Guido infatti soffre di una malattia cardiorespiratoria, e per questo si reca presso delle terme per bere acqua santa, fare fanghi e inalazioni. Ma Guido non ha solo problemi di salute: infatti è non solo sposato e con una amante (Sandra Milo), ma vorrebbe pure allargare la ‘famiglia’ fino ad ottenere un vero e proprio harem.

Questi i suoi desideri, ma deve purtroppo scontrarsi con la dura realtà, fatta dei sentimenti delle persone che gli ruotano attorno e che lui, senza volerlo, finisce col ferire. Anche dal punto di vista lavorativo Snaporaz non è messo meglio: deve infatti dirigere un film, autobiografico, per cui un produttore ha già tirato fuori bei quattrini. Eppure siamo ancora ai provini, ovvero alla scelta degli attori. Ed ecco che vediamo Guido aggirarsi in albergo con gli attori che gli ruotano attorno e che gli chiedono lumi, disorientati, su quanto dovranno fare.



Il tutto mentre Guido è perso nei propri deliri onirici: ricordi di adolescenza, quando ad esempio venne castigato nella scuola religiosa che frequentava perché pizzicato con altri ragazzi a far visita a una procace prostituta, e nei propri sogni, come quando nel sonno rivede le figure del padre e della madre. Non mancano ovviamente i sogni ad occhi aperti, come la divertente scena dell’harem in cui Guido vorrebbe vivere. Da tutte queste immagini emergono alcuni elementi critici, che ora vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Innanzitutto il sogno con cui si apre il film, quello in cui Guido è bloccato in macchina nel traffico. Ecco che all’improvviso si offre alla sua vista un pullman in cui molte persone, la testa esclusa dalla visuale, sono presenti: queste teste mozzate rappresentano, all’inizio del film, l’invito a non usare il cervello, la parte razionale, desta, e a lasciarsi andare al flusso dei sogni. Durante il sogno in cui Guido vede la madre, inoltre, essa lo bacia a lungo per poi dimostrarsi la moglie di Guido: è quindi evidente l’elemento edipico dei sentimenti del protagonista.

Elemento che è rafforzato dalla scena/ricordo del bagnetto cui la madre e una domestica sottoponevano Guido, che viene poi ripresa nella scena dell’harem. Ecco che, forse vuol dirci Fellini, l’amore per le donne di Guido (che poi è Fellini stesso) è legato a questo elemento infantile, a questo desiderio di amore materno. E veniamo ora alla scena del cardinale. Innanzitutto ci viene raccontata, proprio dal porporato, la leggenda della morte di Diomede, introducendo così, accanto al tema di eros, quello di thanatos, della morte.



“Io non sono felice”, dice Guido al cardinale. E per rimediare alla propria infelicità, fa costruire questa enorme astronave-fallo per il proprio film. Ma lo scopo del film non è il narcisismo, bensì creare ‘un film che aiutasse a seppellire quello che di morto ci portiamo dentro’. E così arriviamo al momento del dialogo con Claudia, dove Guido parla della visione che l’accompagna sin dall’inizio, quella della ‘donna salvifica’, un po’ donna matura e un po’ bambina, in cui Guido si identifica e che, fornendogli un rispecchiamento, perché riproduce la sua stessa scissione, dovrebbe salvarlo.

Ma Guido è già salvo, perché la sua ricerca è sincera e nel mettere sullo schermo della propria mente gli elementi del film, riconosce sé stesso. E così il film si può anche non fare: nella sequenza finale vediamo Guido e tutti gli altri protagonisti, reali o onirici, che compiono una passerella circolare sulle note della bellissima musica di Nino Rota, che segna il momento dell’accettazione di sé senza giudizio. “8 ½“ è un capolavoro, uno di quei film che si guarda come riferimento quando si tratta di metacinema, assieme a “Il Disprezzo” di Godard, “Effetto Notte” di Truffaut e “Attenti alla Puttana Santa” di Fassbinder.


Sono, questi, film in cui il cinema mostra allo spettatore come si fa a guardarsi allo specchio, a raccogliere amorevolmente i frammenti della propria condizione umana, e per questo formano un prisma in cui lo spettatore stesso può scegliere in quale frammento rispecchiarsi, di volta in volta. Sono dunque film da vedere più volte, perché ogni visione ci offre una diversa prospettiva su noi stessi. Film preziosi dunque, perché quel lavoro di mettere assieme cuore e cervello è un lavoro unico e importantissimo per la nostra coscienza singolare e collettiva. 



Articolo di: Gian Paolo Galasi