Visualizzazione post con etichetta La Cina è Vicina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La Cina è Vicina. Mostra tutti i post

lunedì 19 luglio 2021

Marx Può Aspettare di Marco Bellocchio

Questo film è materiale da maneggiare con cautela. Non si può entrare impunemente nelle vicende famigliari altrui pensando di poter capire tutto da due ore di documentario, come del resto da poche ore di chiacchiere, per quanto profonde e dense, fatte di persona. Una analisi, ad esempio, mi dicono gli specialisti, può durare anche un decennio, al ritmo di una seduta da un’ora alla settimana. E allora perché noi dovremmo essere da meno, di fronte a questo oggetto cinematografico che si apre come la ferita nel ventre di Max Renn in Videodrome? 

Solo che qui non ci sono videocassette da inserire per riprogrammare un individuo, né pistole da estrarre per uccidere assecondando chissà quali deliri paranoici o frutto di distopie. Ma di una cosa siamo certi: questo documentario di Marco Bellocchio è senz’altro un film mutante, perché non ne esci come sei entrato. A meno che tu non sia fatto di metallo e non di carne umana. E allora, mentre attendiamo di poter gridare esistenzialmente, e non con la voce, “gloria e vita alla nuova carne”, andiamo ad analizzare quest’opera.

Come tutti sapete, Marco Bellocchio, insignito della Palma D’Oro alla carriera proprio a Cannes in questi giorni, è uno dei migliori autori cinematografici italiani. Basterebbero titoli mitici come I Pugni in Tasca e La Cina è Vicina, titoli mitici per chi ha vissuto gli anni Sessanta (più di una persona si è rivista in quelle immagini e in quelle storie, che parlano non solo per noi per una questione di vissuti dell’autore ma anche di noi per via di una acutezza di sensibilità prima ancora che di sguardo); ma anche più recentemente, con opere del calibro di Enrico IV, L’Ora di Religione, e il contemporaneo Il Traditore Bellocchio non ha smesso di graffiare e di impegnarsi civilmente.  

Fin qui, non ho fatto altro che il mio dovere. Lo completo raccontandovi la trama di questo film: come in Festen di Vinterberg, c’è una famiglia, che però è una famiglia vera, che si ritrova per celebrare una festività, forse per l’ultima volta – si sa come sono queste famiglie italiane borghesi: ci si abbraccia sempre quando ci si lascia per tornare ai fatti propri, e sempre più raramente quanto più passa il tempo – e in questa circostanza nasce l’idea di un documentario che sia anche un modo per guardare sotto il proprio proverbiale tappeto.

Tappeto che nasconde un corpo, quello di Camillo, gemello del regista, una adolescenza difficile alla ricerca di un proprio posto nel mondo tra fratelli ingombranti – uno addirittura regista cinematografico – e altri la cui ombra diventa parte sempre più inglobante, un periodo di tenue ma decisa ripresa, e poi il gesto estremo, quasi che il mostro della depressione abbia, dopo uno stacco deciso, ripreso sufficiente fiato per raggiungere lo sventurato protagonista in assenza di quest’opera, all’ombra di un altro suicidio che fece epoca: quello di Luigi Tenco. 

Sospiro, dopo aver riletto queste righe. Eh sì, perché la cosa che mi ha colpito di più di tutto questo percorso umano è ciò che anche nel film viene sì raccontato, ma con un vuoto di senso forse inevitabile, per motivi penso più culturali che di fisiologia – tra cent’anni, se non ci saremo estinti, magari ne sapremo di più. Camillo e Marco avevano infatti un terzo fratello maschio, che le cronache definirebbero ‘folle’. Un fratello maggiore che spesso aveva questi attacchi di rabbia in nome dei quali bestemmiava Dio e i santi, e che duravano parecchio tempo. Camillo ci dormiva insieme, con questo fratello. 

Nessuno aveva nulla da ridire su questo, all’interno di una famiglia che, lo ribadisco, come tutte le famiglie, si basa(va) sul motto “Ognuno per sé e Dio – appunto – per tutti”. Un fratello che, per quanto gli specialisti avessero comunque espresso il parere che un internamento sarebbe stato più un male che un bene, soffriva di qualcosa. E riusciva a esprimerlo solo in maniera distruttiva. Come questo rapporto abbia influenzato il giovane Camillo, già provato dal proprio percorso esistenziale, non è dato saperlo. 

Da un lato Marco Bellocchio è molto cauto nell’accostare le due figure e tracciare un nesso causale tra l’ira “irrazionale” (diciamo: non spiegata) del fratello maggiore malato e la morte autoprocurata dal gemello, e comprensibilmente: non si vuole gettare infatti, sarebbe ingiusto, la croce del suicidio addosso a una “follia” vissuta da altri. Ma quel restituire la “follia” come follia, ovvero come assenza di significato, mi ha lasciato, direi così, cambiato, dopo la visione del documentario. Quella mancanza di senso è forte, è un buco nero che inevitabilmente ci attira e ci lascia senza parole – non è il mio un plurale majestatis.

Non che Marco Bellocchio sia imbelle di fronte al tentativo di costruire un senso alle cose avvenute nella sua esistenza. Di fatto gran parte della sua opera cinematografica è un tentativo di raccontare come abbia cercato di dare un senso alle proprie vicende famigliari (I Pugni in Tasca, Sorelle, Sorelle Mai, Gli Occhi La Bocca …), come anche quel teatro o cinema messo in piedi da lui e dai fratelli per consolare la madre, ossessionata dalla visione del proprio figlio non solo defunto ma anche vivente eternamente tra le fiamme dell’inferno – da fervente cattolica qual era.  

Ecco che allora Marco Bellocchio e gli altri famigliari iniziano a raccontarle di sogni in cui essi avrebbero avuto visioni di Camillo felice, in pace, pseudovisioni inventate allo scopo di lenire il dolore della amata genitrice. Ed ecco ancora quell’assenza di senso cui, in un modo o nell’altro, si cerca di rimediare con l’arte, con la fantasia. Per questo Marx Può Aspettare è non solo confessione e ennesima elaborazione del lutto, ma anche, involontariamente, opera che racconta il senso della narrazione e dell’arte, le quali affondano nel bisogno di significato e nell’amore.

Un plauso va al regista anche per aver saputo raccontare, senza nessuna remora, un proprio errore (il non aver forse risposto a una lettera di Camillo che gli chiedeva se ci poteva essere un posto per lui in quel cinema del fratello, scritta prima di trovare la propria strada e quindi in un periodo di forte angoscia, e un dialogo con il fratello stesso in cui lo invitava a farsi una coscienza di classe per lenire il dolore di vivere), cosa che lontano dall’essere masochistico atto di autoaccusa è invece un gesto di profondo amore per la verità e anche per sé, per i propri errori. 

E, almeno per quanto mi riguarda, ma sono di parte io essendo anticlericale sebbene non anticristiano, un giudizio negativo va al gesuita che per sua stessa ammissione a Bellocchio guarda e studia le opere del regista per capire come sia fatta una persona che, si intuisce tra le righe che il discorso è questo almeno questo è quanto mi è arrivato, ha militato dall’altra parte della barricata ed ha saputo mettersi a nudo. Che sia forse questa la differenza tra ‘noi’ e ‘loro’?

Che sia questo il motivo per cui, come cantava Gaber, una certa generazione “ha perso”? Perché ha avuto il coraggio di vedersi fragile, e quindi di fermarsi in certi momenti per non ripetere gli stessi errori, mentre altri in nome del Potere non hanno esitato a nascondere ogni genere di sporcizia sotto il proverbiale tappeto di cui all’inizio dell’articolo? Probabilmente anche per questo – e un paio di altre cosucce, vedi l’Operazione BlueMoon e la Strategia della Tensione tra le altre – sta di fatto che ognuno di noi, ogni individuo, ha contro la propria civiltà che lo vuole ‘rinchiudere’, ma ha comunque dalla propria la specie, che invece lo aiuta invece a ‘espandersi’. Ma di tutto ciò parleremo un’altra volta. Forse.