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sabato 18 luglio 2020

L’Ultima Tentazione di Cristo di Martin Scorsese

Il New Cinema statunitense, quello appunto degli Scorsese e dei Ferrara, è stato un cinema foriero di innovazioni linguistiche e visive notevolissime, ma è stato anche, grazie spesso all’origine italiana/europea dei suoi protagonisti, un cinema che ha riflettuto sulla religiosità e sull’immagine di Cristo, fondamentale per la nostra cultura da almeno duemila anni. E se abbiamo già incrociato il Cristo di Abel Ferrara nel suo “Il Cattivo Tenente”, è ora il tempo di volgere la nostra attenzione a un altro Gesù cinematografico, quello dalla risonanza mediatica ben più ‘scandalosa’ de “L’Ultima Tentazione di Cristo” di Martin Scorsese.

Progetto sofferto e contrastato, vede delle riprese iniziare nel 1983 addirittura, ma fu bloccato a quattro giorni dall’inizio delle riprese. Inizialmente il ruolo di Gesù Cristo era stato pensato per Robert De Niro, il quale però rifiutò: non sentiva il personaggio ‘roba sua’. Dopo aver pensato ad Aidan Quinn, che a sua volta rifiuta la parte perché impegnato in altri progetti, la scelta del regista ricade su Willem Dafoe – fresco della propria apparizione in “Vivere e Morire a Los Angeles” di William Friedkin - che si rivela perfetto per la parte. Tra gli altri attori, le menzioni vanno a Harvey Keitel per Giuda, a Barbara Hershey per la Maddalena, e a David Bowie per Pilato.

Tratto dal controverso romanzo dello scrittore greco Nikos Katzanzakis “L’Ultima Tentazione”, il film di Scorsese ci mostra un Gesù che inizialmente soffre terribilmente la chiamata divina al compimento del proprio destino, al punto da mettersi a costruire croci per i Romani sperando che il Dio degli Ebrei lo rinneghi. Ma ciò non avviene, e Dafoe/Cristo, tallonato da un Giuda che si rivela essere il suo più fedele amico nonché discepolo, si incammina verso la sua strada: il deserto e le tentazioni, l’incontro col Battista, la predicazione, la crocifissione. Tutto ciò non prima dall’essersi accomiatato dall’amata Maddalena, che scopriamo essere sua promessa, se lui solo avesse voluto, sin da quando erano fanciulli.

E forse qui abbiamo il vero punto debole di tutto il film, giacché è vero che è noto a tutti che per la religione cristiana cattolica amore per Dio e amore carnale non vanno d’accordo, ma su questo punto la sceneggiatura è particolarmente lacunosa. Sappiamo solo, da una scritta in campo nero all’inizio del film, che questo conflitto tra carne e spirito ha particolarmente colpito e angosciato il regista sin da quando questi era ragazzo, ma non ne sappiamo null’altro. Non sappiamo ad esempio il perché di questo contrasto. Le ragioni. Sappiamo solo che Dafoe/Cristo in un passaggio dice di arrossire quando vede una donna, di non prenderla perché si sente superiore, e quindi di conseguenza vigliacco – saranno questi i conflitti e le emozioni personali del regista? Non ci è dato saperlo – ma non sappiamo se ci sia stato un ordine esplicito da parte della divinità in tal senso, se lo abbiano predicato dei profeti, o cos’altro.



La mia supposizione al riguardo è che questo punto sia così ‘oscuro’ e magari anche ‘doloroso’ per lo stesso regista, al punto da essere stato poco focalizzato in fase di sceneggiatura, la quale è dovuta per altro a uno sceneggiatore che non è certo un novellino: trattasi infatti di Paul Schrader, sceneggiatore per Scorsese già in “Taxi Driver” – il cui script è stato concepito contemporaneamente a quello di un altro capolavoro, “Obsession” di Brian De Palma – e “Toro Scatenato”, e che si è avvicinato, da studioso, al cinema tramite figure non certo aliene ai temi religiosi quali quelle di Carl Theodor Dreyer e Robert Bresson.

Una svista dunque che è come un buco nero, eppure il film rimane comunque denso di significati dato che una figura come quella di Gesù Cristo può comunque dare mille rimandi, mille echi culturali e personali allo spettatore – sempre che questi abbia avuto una educazione cristiana. Ma proseguiamo con la trama del film: Cristo è ora in croce, e gli appare un fanciullo, che si dichiara un angelo, mandato da Dio per salvarlo. In fondo il sacrificio del proprio figlio non era altro per la divinità che un tentativo di metterlo alla prova, come era avvenuto con Abramo e Isacco. Gesù può quindi scendere dalla croce e vivere una vita finalmente piena.

Dopo la morte della Maddalena sarà Marta di Betania, sorella di Lazzaro, a dare a Cristo dei figli e delle figlie. Il tempo passa dunque, e questo Cristo riportato a un piano umano verrà pian piano a conoscenza di ciò che hanno fatto i suoi discepoli: hanno fondato una religione sulla sua morte (mai avvenuta) e sulla (di conseguenza mai anch’essa avvenuta) resurrezione. Un certo Paolo di Tarso addirittura, un romano, vaga per la Galilea predicando di essere stato accecato a cavallo dalla luce di Dio. Ed ecco che Gesù affronta Paolo, il quale gli dice che il suo Gesù, quello in cui crede, è ben più potente dell’uomo che si trova davanti, e che gli uomini hanno bisogno di qualcosa in cui credere anche se questo qualcosa non è reale.

Saranno poi i discepoli, sul letto di morte, tra cui Pietro e lo stesso Giuda, a informare Cristo che in realtà l’angelo che lo ha protetto per tutti questi anni altri non è che Satana. E allora Gesù striscerà fuori dalla propria casa chiedendo a Dio di rimetterlo sulla croce e di farlo morire e resuscitare come era nei piani originari. Cosa che avviene, e l’ultima cosa che vede lo spettatore è lo schermo quasi nero con riflessi prismatici, quasi un omaggio di Scorsese al cinema d’avanguardia di un Andy Warhol o di uno Stan Brakhage. Eppure, non ostante il film sia sentito e personale, tanti sono i punti che suscitano dubbi in questa comunque ottima pellicola.


Non mi soffermo sulla cosa più evidente e che più ha fatto scandalo – c’era stato all’epoca anche un boicottaggio del film da parte dei cattolici – ovvero la relazione di Cristo con la Maddalena prima e con Marta poi. Non mi ci soffermo perché l’ho già fatto a modo mio, ovvero sottolineando le aporie in fase di sceneggiatura del film. Ma ci sarebbero molte altre cose da sottolineare, cose che non sono solo o non sono tanto ‘sbagliate’ da un punto di vista di corrispondenza con la teologia – lo sappiamo tutti che l’arte prende spunto da altre discipline ma poi rielabora gli spunti in maniera autonoma – quanto da un punto di vista logico.

Quando Dafoe/Gesù ad esempio dice ‘abbiamo Dio dentro di noi, e il demonio fuori di noi, quindi ora possiamo andare a Gerusalemme e sconfiggere il male’, in fondo non fa altro che perpetuare un vecchio errore del puritanesimo, ovvero la credenza che il bene sia consustanziale all’uomo in quanto tale – perché creato da Dio a propria immagine, ad esempio – mentre il male sia qualcosa di esterno in esso. Si tratta di un punto sul quale cercare ad esempio delle differenze con un'altra pellicola del regista più simile a Scorsese per ossessioni personali e biografia, ovvero il già citato Abel Ferrara il quale nel suo “Mary” – film metacinematografico ispirato ai Vangeli apocrifi – fa riflettere sull’idea espressa nel Vangelo di Maria Maddalena del Nous, della ‘mente’ come origine della visione divina.

Il fatto che nella mente dell’uomo si possa originare la visione di Dio infatti non è una negazione della possibilità dell’uomo di fare il male – che nei vangeli gnostici e apocrifi in generale esiste perché a creare il mondo non è stato il vero e unico Dio della tradizione giudaico-cristiana classica, ma un demiurgo, che di tutti gli dèi è il meno intelligente e il più debole: l’uomo sarebbe dunque creato a immagine di questo demiurgo, ma tenderebbe al vero Dio, quello che il Cristo è venuto a indicargli e di cui gli lascia traccia tramite appunto la mente. E così nei vangeli apocrifi – paradossalmente i più lontani ma anche i più vicini alla tradizione cattolica, almeno rispetto all’idea espressa da Scorsese tramite la sua ripresa di Katzanzakis – l’uomo deve potersi purificare, e per farlo deve seguire la strada di Cristo, ovvero scoprire la propria natura divina, che non è però un dato aprioristico. Chissà cosa direbbe Jung a riguardo.

Altro punto debole del film, girato in bellissime e suggestive locations marocchine, è la colonna sonora di Peter Gabriel, che ha realizzato e non solo per questo film, ormai è assodato e credo di non fare nemmeno più polemica nel dirlo, musiche che prendono sì colori e echi da mondi lontani, ma sempre in una prospettiva eurocentrica. E a dirla tutta, la musica del film è la parte che è invecchiata peggio, mentre la trama e le riflessioni che suscita, pur con le lacune che ho sottolineato, può colpire e far riflettere a tutt’oggi. Citiamo comunque, perché è un parterre impressionante, la presenza di musicisti quali Youssou N’Dour, Nusrat Fateh Ali Khan (letteralmente la voce più bella che io abbia mai sentito), Shankar (non Ravi Shankar il sitarista, bensì Shankar il violinista dei dischi ECM) e Billy Cobham, storico collaboratore di Miles Davis.




Articolo di Gian Paolo Galasi

sabato 8 febbraio 2020

Il Cattivo Tenente di Abel Ferrara

Guardare un film di Abel Ferrara è un po’ come leggere un libro di Fedor Dostoevskij. Non a caso a introduzione del suo libro “Abel Ferrara: L’anarchico e il cattolico”, Silvio Danese mise proprio il famoso monologo di Alioscia da “Delitto e Castigo”, quello in cui il personaggio si lamenta dell’esistenza del male e di un mondo basato sulle vittime sacrificali innocenti, e pertanto si dice non disposto a credere nell’esistenza di Dio.

Tutto il cinema di Ferrara, per lo meno i suoi film realizzati negli Stati Uniti, ruotano attorno al tema del male, di come un individuo corrotto, come tutti noi, possa cercare di non soccombere alle sue spinte autodistruttive. E in questo senso, per come è concepito e realizzato, il suo cinema parla forte alle coscienze di tutti noi. Senza farci sconti. Senza ammicchi. Crudele. Perverso. Tenero. Umano.

Ma vediamo di analizzare nello specifico questo “Il Cattivo Tenente”. Spanish Harlem, 1981. Una suora viene violentata in cima a un palazzo, addirittura con un manico di scopa. Un poliziotto ci mette pochi giorni di intense ricerche per trovare il colpevole e assicurarlo alla giustizia, mentre i giornali Newyorkesi non parlano d’altro per tutto il tempo. La città è sotto shock. Anni dopo, il Nostro pensa di trarre un film dagli avvenimenti, e contatta il poliziotto per avere tutti i dettagli del caso, prima di mettersi al lavoro.



La sceneggiatura del film sarà affidata all’attrice e scrittrice Zoe Lund, già protagonista di un altro cult del regista, ovvero “L’Angelo della Vendetta”. Originariamente la sceneggiatura doveva essere affidata a Nicholas St. John, anch’esso collaboratore di lunga data di Ferrara, ma questi non se la sentì data la crudezza con cui dovevano essere affrontati i temi del film (la dannazione e la redenzione nell’inferno urbano). Zoe si mette al lavoro, e scrive la sceneggiatura, per un totale di circa cinquanta paginette, in due settimane a casa di Abel Ferrara.

Il film racconta la storia di un poliziotto dedito al vizio del gioco (un altro tema caro allo scrittore russo citato all’inizio di questa recensione), alle droghe e alla perversione sessuale. Questo poliziotto, che rischia la propria rovina scommettendo sul baseball, ha l’occasione di riscattarsi con una grossa ricompensa messa sulla testa di due giovani sudamericani che hanno violentato una suora cattolica. Ma c’è un piccolo ostacolo alle indagini: la suora ha perdonato i due stupratori, e non vuole dire di chi si tratti.

E così dopo aver assunto una quantità incredibile di droghe, il tenente ha una visione mistica, in cui vede Gesù, nella chiesa dove la suora è stata violentata, apparirgli dritto in piedi, con in testa la corona di spine e le ferite della classica iconografia cristiana. A questo Cristo, il tenente confessa tutta la sua debolezza. Ed ecco che improvvisamente al posto di Gesù compare una donna che indirizza il tenente verso i due ragazzi, cui egli consegnerà tra le lacrime il perdono della suora e li aiuterà a rifarsi una vita. Ovviamente il tenente morirà ucciso dai mafiosi a cui doveva i soldi per le sue scommesse.



Interpretato da un eccezionale Harvey Keitel, la figura del tenente (molto diversa da quella del poliziotto che risolse il caso reale) doveva essere inizialmente affidata a Christopher Walken, il quale però rifiutò la parte dicendo al regista che non avrebbe potuto dargli quello che cercava. La scelta cadde così su Keitel, che interpretò alla perfezione, complice anche una sceneggiatura volutamente lacunosa che permetteva all’attore ampie improvvisazioni, il ruolo assegnatogli.

Le riprese avvennero tutte con macchina a mano, donando quindi al film inquadrature sporche, rumorose, a volte non completamente a fuoco, ma adatte alla storia che si sta raccontando. Molte scene sono frutto del lavoro di Keitel on site, come le scene in cui si droga con delle donne e con l’amica Zoe Lund (che interpreta, fatta realmente di eroina, un bellissimo monologo su droga e vampirismo), frutto di ore e ore di preparazione. Anche la musica è minimale, poche note che devono sottolineare e non commentare la crudezza delle scene.

Una delle canzoni, “Signifying Rapper” di Scholly D, verrà poi successivamente tolta dalla colonna sonora, in quanto Jimmy Page dei Led Zeppelin non diede al musicista il consenso all’utilizzo del riff di “Kashmir” per il proprio brano, rendendo il film ancora più asciutto (verrà sostituito, nella scena dello stupro, da un organo). Il film verrà vietato ai minori di 18 anni, come Ferrara sapeva del resto dall’inizio, ma anche con le problematiche relative alla distribuzione verrà, soprattutto in Europa, osannato come un capolavoro, e dopo 28 anni è ancora qui a parlarci con la forza che solo le opere sofferte e vissute possono avere.





Articolo di: Gian Paolo Galasi