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sabato 24 agosto 2024

Il mistero scorre sul fiume di Wei Shujun

Non è impossibile, nel 2024, andare al cinema e imbattersi in un noir che si apre con una citazione tratta da Albert Camus. E’ quanto è successo allo scrivente con l’ultima opera di Wei Shujun, regista cinese al suo terzo lavoro il quale, ispirandosi al racconto Errore in Riva al Fiume di Yu Hua, disegna un paesaggio a tratti onirico, ma sempre ben ancorato alla pioggia, al fango e agli edifici fatiscenti della cittadina di Banpo nella metà degli anni Novanta. 

E’ in queste coordinate spazio-temporali che un capitano della polizia, sempre con il fiato sul collo dei superiori che dalle operazioni pretendono un aumento di prestigio per il Corpo, indaga su una serie di omicidi. Dal bimbo quasi testimone oculare ai sospettati, ognuno rivelerà una forte dose di ossessione e di una malsana relazione coi crimini compiuti, a sottolineare come l’abisso è sempre pronto a guardare dentro ognuno di noi. 

Fino all’epilogo il nostro protagonista avrà dei dubbi sul colpevole, dubbi che non gli saranno fatali ma che in qualche modo lo mettono in luce come personaggio a tutto tondo, che rifiuta gli stereotipi sociali anche quando tutte le prove portano ad una unica – o quasi – conclusione. C’è un po’ di respiro in questa opera solo per le vicende umane del capitano, il quale ha una moglie che attende un figlio, che forse potrebbe avere una malformazione genetica. 

E’ da qui che parte la fase onirica della pellicola, quasi lynchiana o, forse meglio, koniana o felliniana. L’opera, infatti, non si configura come completamente onirica, ma i passaggi che sono tali non vengono inizialmente mostrati come tali, confondendosi con la realtà, mentre all’interno dei confini del sogno visione soggettiva e ‘oggettiva’ si confondono, al punto da sembrare quasi un controcanto, un commento al film, e non un sogno in sé – almeno all’inizio. 


E’ per questo motivo che il finale sembra una irrisione della ‘oggettività’ con cui la burocrazia cerca di descrivere il reale, ed è per questo che potremmo definire questa pellicola ‘sanamente perversa’, di quella perversità che già Zizek in qualche modo aveva non stigmatizzato ma indicato come consustanziale a questa forma d’arte. Il cinema non ci informa solo dell’esistenza del desiderio, ma ci insegna anche come desiderare. 

In questa lotta tra norme, quella della ‘realtà oggettiva’ e quella ‘onirica’, la seconda mostra tutta una complessità che è poi impossibile tagliare, ridurre, diminuire, riassumere, in una parola sola accettare. Eppure quella realtà esiste, e agisce a vari livelli dentro ognuno di noi. Che il protagonista della nostra pellicola sia più infetto degli altri da questo secondo piano è forse il motivo per cui alla fine si troverà, in una delle ultime inquadrature, con moglie e un figlio che non sapremo mai se appartiene o meno al regime della ‘normalità’. 

Ma è così importante? Non è quella filiazione forse la vera degna conclusione, col suo carico di incertezza, di incapacità di definire, di senso di impotenza, di difficoltà, il vero percorso esperienziale e esistenziale di ognuno di noi, quello che tutti vorremmo accantonare per qualcosa di più sicuro ma anche di inutile, mortifero? E non è questa la vera forma di morte contro cui Ma Zhe si trova a combattere nel suo lavoro? 

‘Non riconciliati’, intonavano nel titolo di un loro film i così diversi eppure così simili Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Ma non per motivi ideologici, bensì perché non ci si può riconciliare col mistero della pulsione e col mistero della vita. Si può solo attraversarlo o esserne attraversati. Qualcuno scrisse che il secondo movimento è la fine della analisi, ovvero la fine della domanda della nostra soggettività …