Non ci sono mostri, dice Lady Raven (Saleka Night Shyamalan) al Macellaio (Josh Hartnett). Siamo tutti a pezzi, dice il Macellaio a Lady Raven nella seconda parte dell’ultima pellicola diretta da M. Night Shyamalan. In questi controcampi emotivi starebbe tutto il senso dell’ultimo lavoro del regista di Split e Old, non fosse che, al di là di un montaggio, di una fotografia e di una sceneggiatura perfetti per un prodotto hollywoodiano, la pellicola si regge tutta sulla bravura dell’attore protagonista lasciando così fuori un po’ di cose.
Ad esempio quella banalità del male che si respira nell’aria di quella famiglia da mulino bianco, non fosse per il bullismo che subisce la giovane Jody (Ariel Donoghue) a scuola, ma che non si tocca mai fino in fondo, come non si tocca fino in fondo l’essere a pezzi del protagonista, o del mondo che li circonda. Certo, c’è il concerto, l’atmosfera magica per quelle canzoni tutte uguali – ma non pensiamo sia questo il messaggio del regista, dato che le canzoni le ha composte la figlia per cui il film è anche trampolino di lancio, almeno crediamo.
Un evento dal vivo che diventa premio per il buon comportamento scolastico della giovane ragazzina e un riscatto dalle vicissitudini pessime con le compagne di scuola, come fosse sigillo al successo e tentativo di sublimare le difficoltà della vita. Ma il film vive di queste contraddizioni: vorrebbe affondare la lama, ma non può per via delle convenzioni insuperabili del cinema americano o per via degli affetti familiari del regista.
E allora è proprio qui che il film fallisce, in quanto per mancanza di coerenza non arriva a criticare sé stesso. La pellicola avrebbe dovuto criticare il mondo dell’arte in generale, e nella giovane artista si sarebbe potuto trovare un alter ego al serial killer – annunciato come tale nei primi dieci minuti del film, quindi non è spoiler. Un tentativo serio di essere un lavoro hitchcockiano come vorrebbe essere questa pellicola i conti con sé stessa li avrebbe fatti. E invece.
Invece rimane tutto in superficie. Non fraintendetemi, per costruire un film di due ore circa su elementi di tensione dopo aver rivelato chi è il colpevole non è facile. Come non è facile lavorare su una sceneggiatura che renda conto di dettagli come il rapporto del protagonista con una famiglia, soprattutto la moglie, che prima ne sospetta e alla fine ne scopre l’identità. Ma al netto di questi elementi, e al netto di eventuali buchi di sceneggiatura segnalatimi da altri critici che io però almeno stavolta non ho trovato, ho trovato questo lavoro troppo autoindulgente, celebrativo e commerciale.
Non sarebbe di per sé un delitto voler realizzare un film di successo al botteghino, per un autore che già ha realizzato un blockbuster come Il Sesto Senso, e del resto è dai tempi di Truffaut che ci si insegna giustamente che tra cinema d’arte e cinema commerciale le distinzioni possono essere sottili. Ma questa volta la riflessione su se stessi che caratterizza il cinema migliore almeno degli ultimi vent’anni io non l’ho trovato – sebbene qualche altro critico ci si sia sforzato.
Certo, rimane qualche elemento interessante come la doppia vita che il protagonista vive, e il cui incrocio gli risulta ingestibile, creandogli una rabbia che lo divora dall’interno, ma viviamo tutto questo tramite le sue parole e non lo assorbiamo per via di una sapiente costruzione narrativa. Sarebbe forse valsa la pena di creare maggiori contrasti tra la patina e la realtà, o insistere ad esempio tra la similitudine tra la profiler che cerca di catturare Cooper e la madre di quest’ultimo, che il protagonista ogni tanto vede comparire come fosse una allucinazione, o comunque una presenza ingombrante.
Ma tutto ciò non basta a riscattare un film che si vuole soprattutto entertainment e dove la critica agli elementi che lo costituiscono resta superficiale e non affonda, come avrebbe potuto fare anche restando in superficie poi, vedasi tutto il filone di letteratura e cinema postmoderni, e che non si pone, almeno in questo caso specifico, come specchio per lo spettatore, il quale esce dalla visione forse sollevato perché, anche se i mostri non esistono, i serial killer comunque sono lontani dal nostro funzionamento individuale. Vivremo, chissà ancora per quanto, nel migliore dei mondi possibili?

