mercoledì 23 ottobre 2024

Megalopolis di Francis Ford Coppola

E’ stato divertente, per una volta, leggere le recensioni di stroncatura di quest’ultimo lavoro del Maestro Francis Ford Coppola, non un capolavoro ma un film notevole e che merita di essere visto, soprattutto ma non solo per come il film aggredisce il presente, senza fargli sconti e senza finti buonismi. 

E’ stato divertente, ripeto, leggere recensioni lunghe in cui si capiva che chi scriveva voleva demolire l’opera senza nemmeno ascoltare quello che il film aveva da dirgli. Chissà cosa è andato per traverso a tali recensori, che a quanto mi si dice sono la maggior parte. Ebbene, non troverete una stroncatura in queste righe, ma un tentativo di empatizzare con una persona più anziana di me – anche se mi sto sempre più avvicinando a una certa, avendo 51 anni compiuti lo scorso luglio – che, oltre che operazione interessante, è anche un comodo antistress contro i tempi che viviamo. 

Ora. Chi di voi non ha mai fermato il tempo non potrà capire il personaggio portato sullo schermo da Adam Driver e i giochi – col tempo, che avevate capito - con la sua consorte, la bellissima e brava Nathalie Emmanuel, già vista ne “Il Trono di Spade” e nella saga di “Fast and Furious”. Perché, che voi lo sappiate o no, si può anche viaggiare indietro nel tempo, anche se si può farlo solo per amore (anche solo di noi stessi) perché altrimenti le energie che occorre smuovere ci affaticherebbero troppo. 


E allora, ecco che Coppola parte già in quarta andando contro la logica stringente a cui siamo stati educati sin da piccoli, nel vedere il tempo come una carrozza del treno che vada solo in una direzione, inesorabilmente. E andando contro questa logica si può comprendere il perché di tanta avversione. Oggi viviamo in tempi dove chi, coraggiosamente, va contro il senso comune suscita rabbia e paura. 

Ma poi c’è la favola, e per di più una favola che Coppola compone sotto i nostri occhi per amore della moglie, che lo ha lasciato da poco tempo a causa di un male non meglio specificato. Ed è una favola socialista. Può non piacere o meno, ma l’architetto ultrapostmoderno che brama per costruire una città per tutti, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza, e che desidera un mondo dove si trovi accoglienza per tutti e soluzioni per tutti i problemi, è la figura cardine di quest’opera. 

Un architetto che vive in una città che mescola New York e l’antica Roma, all’apice e quindi vicino all’inizio della fine, come la nostra società tardocapitalista. Un architetto che ha perso la moglie per la cui dipartita nutre profondi sensi di colpa, ai quali i suoi avversari tentano ad ogni modo di agganciarsi per mettergli i bastoni tra le ruote, e che uscirà dal buio grazie a un nuovo amore, per la figlia del suo più acerrimo rivale. 


Non ha senso a questo punto parlare di fotografia, montaggio, colonna sonora, tutti ottimi come si conviene a un film della nostra epoca, forse un poco fredda ma che non lesina in perfezione formale. E pertanto come non capire i poveri critici, adusi a (e abusati da) cinismo e ironia, i veri mali della nostra epoca? Coppola, che viene da un altro mondo, essendo un artista, non lascia molto spazio ai suoi giudici, non si mostra compiacente perché altre sono le corde che vuole far risuonare in ognuno di noi. 

Eppure non possiamo non mettere quest’opera nel novero dei lavori che, quest’anno o in questi anni, ci hanno fatto assaggiare il mondo in cui viviamo – le semplificazioni di un populismo che il popolo lo usa, il capitalismo globale, gli ultimi che vengono deprivati di tutto ciò che permetterebbe loro di vivere – lo stesso protagonista inizialmente li ignora ed espropria, e per questo se li trova contro, aizzati da uno Shia Labeouf che, dopo i film coi robottoni, si è ricostruito una carriera interpretando ruoli per lo meno ambigui – e poi l’amore, per l’umanità come per una donna, come unica risposta. 

Troppo semplice? In realtà le cose più semplici sono le più complesse. Amore è una parola, ma poi per imparare ad amarsi occorre decostruire l’odio per noi stessi che la società ci instilla, e allora come non comprendere il percorso di Caesar Catilina? Ecco, proprio il fatto che in pochi abbiano compreso che il protagonista di questa pellicola rappresenta ognuno di noi è operazione di una imperdonabile miopia. Opera non adatta a chi nel cinema cerca non tanto l’evasione quanto conferma al fatto che impegnarsi per migliorare questo mondo non serva a nulla. Io vi ho avvisati, ora la palla passa a voi …

Nessun commento:

Posta un commento