Tempo fa mi confrontavo con una mia ex collega, una regista di teatro, che si lamentava del fatto che l’immigrazione è un tema che batte cassa a dispetto di altri nel suo ambiente. In alcuni concorsi non era infatti riuscita a classificarsi perché, non ostante la sua maturità di regista (glielo riconosco) altri progetti meno intensi erano riusciti ad ottenere successo grazie al ‘tema’ migranti.
Questa dicotomia tra forma e contenuto è assente dal lavoro cinematografico che analizziamo qui, ovvero La Storia di Souleymane, opera seconda di Boris Lojkine. Giovane immigrato nigeriano che lavora come rider a Parigi e vive in un dormitorio gestito dalla carità pubblica nei sobborghi (non si sa se a operare in esso sia la Chiesa, il volontariato laico o degli attivisti), Souleymane (Abou Sangare) usa l’account da rider di un collega al prezzo di 120 euro al mese (il nostro protagonista ne guadagna circa 500 utilizzandolo) mentre questi svolge un altro lavoro.
Lo seguiamo, con passo serrato quasi à la Dardenne, mentre consegna cibo, ha un incidente, litiga con il gestore di una pizzeria per i tempi troppo dilatati che rischiano di fargli perdere l’ultima corriera per il dormitorio, perde il lavoro. Tutto questo mentre deve caldeggiare presso la questura la propria richiesta di protezione umanitaria, sperando di ottenere la quale paga documenti falsi a un connazionale ormai integrato.
Ma qual è la vera storia di Souleymane? Perché mente? Perché sono troppo strette le maglie della richiesta di protezione? Perché non ne ha comunque diritto? Con queste domande e la sua vita sullo schermo, tra l’abbandono della fidanzata Kadiatou (Gianna Gesualdo) che vorrebbe venire da lui in Francia – un percorso che significa violenza sicura per una giovane donna, cosa che Souleymane le vuole evitare ad ogni costo – e il colloquio finale con la funzionaria della questura, la pellicola non ci fa solo empatizzare col protagonista.
Fa di più: ci lascia sospesi, come sospesa è la vita di questi uomini e donne – per lo più uomini, hanno più probabilità di sopravvivere al viaggio, informazione che potete passare a quelli che ‘vengono qui solo giovani uomini palestrati’ – sia durante il viaggio per arrivare nei nostri Paesi ad annusare da lontano il nostro benessere sia durante la dura permanenza.
“Non sei venuto in Europa a divertirti” gli dice il ragazzo che gli ha prestato l’account da rider. E infatti non c’è un solo attimo in cui la tensione si abbassi in questa pellicola. Solo alla fine, mentre restiamo avvolti dall’incognita del futuro, pare che il rumore di fondo si abbassi per qualche istante, prima che lo schermo diventi buio e inizino a scorrere i titoli di coda.
Qualche canzone che emerge nei bistrot o per strada, una colonna sonora per il resto minimale – non è questo il luogo per le estetizzazioni – un montaggio serrato e un’ottima interpretazione da parte degli attori fanno da collante a una vicenda che dovrebbe essere vista da tutti, per capire cosa significa vivere da ultimo tra gli ultimi in un mondo dove o sei il primo o non vali niente, e allora tanto vale farti vivere in una eterna competizione che annulli il tuo senso della giustizia.
Abbiamo già sottolineato a sufficienza come forma e sostanza coincidano in questa pellicola insignita a Cannes con il premio della giuria Un Certain Regard all’ultima edizione, pertanto ci limitiamo a dire che dopo le ferie estive e una lenta ripartenza il cinema si sta ora mostrando, come dovrebbe essere, specchio di un mondo feroce e che non fa sconti a nessuno. Fermatevi a riflettere, tra un fendente e l’altro (e non importa che siate quelli che lo danno piuttosto che quelli che lo ricevono).


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