Visualizzazione post con etichetta La Ragazza col Braccialetto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La Ragazza col Braccialetto. Mostra tutti i post

domenica 22 agosto 2021

La Ragazza col Braccialetto di Stéphane Demoustier

Confesso che non conoscevo il regista e produttore Demoustier prima di vedere questa pellicola, e che però ho deciso di andare al cinema il giorno stesso in cui ho scoperto che il film veniva proiettato nella città vicino a dove vivo. Ho seguito con interesse pochi casi di cronaca nera, anche se so che sono molto amati dalle massaie e casalinghe annoiate dalle mie parti.

Poi però ci sono delle eccezioni, poche situazioni che mi colpiscono, come le vicende relative a Chiara Gualzetti, sia per via della giovane età – colpisce sempre quando un ragazzino ci lascia le penne – soprattutto per delle ipotesi che si sono fatte, con cui non vi tedio – potete comunque trovare in rete video realizzati da persone che studiano o praticano la criminologia – anche perché si tratta di un caso completamente diverso da quello relativo al film di cui stiamo parlando. 

Ma di cosa parla la pellicola? Quali eventi ci narra? E’ presto detto: si tratta infatti della storia di Lisa, arrestata e accusata di omicidio a 16 anni nei confronti dell’amica del cuore, che dopo un certo periodo trascorso in prigione viene trasferita dai genitori ai domiciliari in attesa del processo, processo che si snoda sotto gli occhi dello spettatore, tra video caricati su internet e tentativi mal riusciti di fare processi alla morale di un’adolescente il cui comportamento, compreso quello sessuale, non può essere speculare o uguale a quello degli adulti.

 


Colpisce di Lisa l’aspetto compresso, i silenzi, la difficoltà tipica di un adolescente a comprendere tutti gli aspetti della propria emotività, il bisogno comunque di esprimere amore e sentimenti, le chiusure, ma anche l’improvviso rilascio di emotività nei confronti della madre dell’amica uccisa. Avverto dunque gli amanti delle serie TV crime: qui non venite condotti per mano sulle tracce della scoperta del colpevole. A un certo punto si arriverà a una verità processuale, ma solo a quella, e quella sarà quanto vi spetterà di sapere. Perché il punto del film non è la scoperta della verità.

Il punto del film è che ogni individuo è un soggetto fondamentalmente insondabile. E questa insondabilità, questa barriera, è un punto saldo, un rispetto dovuto che il film restituisce allo spettatore che presumibilmente tramite l’apparecchio televisivo ha già ingurgitato processi, prove, perizie, pareri, teorie. Se la televisione spazzatura pretende di scavare, questo film invece restituisce un ritratto a tutto tondo, ma che si ferma a ciò che di un’interiorità si può eventualmente cogliere soggettivamente senza andare oltre. 

Decenni fa Jacques Rivette dalle colonne dei Cahiers du Cinéma tuonava contro Gillo Pontecorvo e il suo tentativo di riprendere l’istante della morte nel suo discusso film Kapò, mentre qualche tempo più tardi lo psicotico gemello cattivo Beverly Mantle di Inseparabili, capolavoro cronenberghiano, sentenzierà che ci vorrebbero concorsi di bellezza per le interiora: i migliori polmoni, la milza più bella, e così via. Il cinema cerca di insegnarci da sempre che ognuno di noi ha una pellicola protettiva, la pelle, e che ciò che si muove dentro di essa appartiene solo al legittimo proprietario.

 


Ogni tentativo di avvicinarsi a una qualche ‘verità’ è quindi nient’altro che uno stupro. Per contro, dagli anni Cinquanta del secolo scorso già la letteratura beat si prometteva di fornire al lettore uno scambio quasi telepatico di pensieri tra scrittore e fruitore. Ma lì era lo scrittore a offrirsi, pasolinianamente, per un esperimento in cui nel silenzio dell’immaginazione letteraria si chiedeva a chi si avvicinava ai libri di utilizzare la propria capacità empatica per capire l’altro e sé stesso.

Nella televisione spazzatura, o nel nostro bisogno di sapere cosa ha mosso l’altro, colpevole o innocente che sia, c’è invece il bisogno di separarsi dall’altro e di comprendere qualcosa di lui come si fosse dei piccoli dèi. E’ questo il meccanismo che Rivette trovava pornografico in Kapò, e che rasenta la follia nel gemello simbiotico cronenberghiano. Siamo tutti molto simili a questi due estremi.

Ma questa piccola pellicola è qui per ricordarci invece che quel limite esiste, e che si può affrontare la vita dell’altro con un atto di estrema pulizia e etica: quella del non pretendere (o fingere) di avere i raggi X al posto degli occhi. Che succede infatti al ‘mitico’ Uomo ai Raggi X di Roger Corman? Lo aspetta la cecità, se vi ricordate il finale. Per preservarci da questo eccesso preteso di visione e insegnarci invece uno sguardo ‘giusto’, questa pellicola di Demoustier è dunque l’ideale. Buona visione.