sabato 7 agosto 2021

X e Y Nella Mente di Anna di Anna Odell

Dio sa se stavo aspettando, e da quanto, un film del genere. C’è tutto quello che ci deve essere in un film metacinematografico, e quindi in un film sull’arte. C’è l’indagine sull’identità, c’è la sensazione che oggi l’arte sia sterile e quindi la domanda su come renderla nuovamente feconda, c’è la pulsione di morte – e come non potrebbe esserci in questo mondo, oggi nel 2021? – e c’è la follia – un accenno, ma vedremo più avanti nella recensione. E poi c’è quella canzone di PJ Harvey che non sentivo da parecchio tempo. 

Ma andiamo con ordine. Anna Odell è una promettente artista al suo secondo film dopo The Reunion. Per il suo nuovo film Anna decide di ingaggiare innanzitutto l’attore, nonché maschio alfa, Mikael Persbrandt, spronandolo ad andare entrambi oltre i limiti della relazione tra arte e vita fino al concepire un figlio sullo schermo (ma a questo obiettivo Anna arriverà per gradi, guidando il suo attore feticcio – ma siamo ancora al feticcio? Qui si scopa sul serio! O forse no?! – attraverso la scoperta di sé non solo letterale.

Ed ecco che altre tre coppie di attori (Vera Vitali, Trine Dyrholm, Jens Albinus, Shanti Roney, Thure Lindhardt e Sofie Grabol) si affiancano ai due protagonisti, intepretandone alcuni aspetti (quello mentale, quello istintivo, e così via) in modo da permettere ai due artisti di vedersi dall’esterno e perdere un po’ di controllo. L’idea infatti è di partire da delle improvvisazioni, fino a che da esse non si giungerà a un copione. Gli otto attori si radunano dunque in una specie di palestra con delle stanze ricostruite che ricorda molto il set di On High On Blue Tomorrow in INLAND EMPIRE di Lynch.

 

E inesorabilmente, tutto quello che può andare male va male. Una coppia di attori rifiuta di proseguire perché durante una scena di seduzione uno degli attori improvvisamente inizia a dare di stomaco e viene accusato dal suo alter ego di non essere professionale, Mikael non potrebbe fare sesso perché i suoi agenti hanno paura che riprenderebbe a ubriacarsi e a drogarsi, ma si fa tutte le donne presenti sulla scena, inesorabilmente, frustrando Anna che in una notte decide nella sua stanza di masturbarsi ma siccome non dorme sola rischia di beccarsi una denuncia per molestie. 

Ed eccoci alla seconda parte del lavoro cinematografico, alcuni mesi dopo. I sei attori rimasti si ritrovano in un pub per festeggiare la giornata successiva, quando Anna dovrebbe leggere loro il copione del film, ma non ci sarà nessun domani – non aggiungo altro per non togliervi il desiderio di vedere questo film da soli. Vi anticipo solo che c’è una scena molto emozionante in cui Anna, rinchiusa in una delle casette sul set, sembra soffrire di allucinazioni uditive. Sospiro (ma non di sollievo).

Questo è quello che dovrebbe fare oggi l’arte: rischiare. Rischiare fino in fondo. Anna è folle, certo, nella finzione – è chiaro a tutti che si tratta di una finzione? – ma è anche estremamente coraggiosa. Mikael è un narcisista, e lei non è la donna tipica del narcisista, come dice uno dei due psicologi che accompagnano gli otto sul set: non è infatti né una donna che si accontenta di ricevere tanto sesso, né una ‘donna ragno’ che usa gli uomini per poi abbandonarli. Tutt’altro. Anna è una donna che vuole rimanere incinta del suo stesso lavoro. 

 


E’ quello che Antonin Artaud definiva  ‘teatro della crudeltà’, ovvero quel teatro da cui non si può più tornare indietro. Per andare dove, non si sa, perché le convenzioni sociali e le inibizioni sono più forti della follia di Anna e arrivano forse a condizionarne i gesti finali – è la mia personale interpretazione – eppure …  eppure il film si chiude su quella canzone di Laurie Anderson, “Born Never Asked” dove la performer americana recita “Sei nato senza averlo chiesto … sii felice … sii libero”, che è esattamente il punto cui vuole arrivare il film in oggetto. Cos’è la libertà? Cos’è la felicità? Con questa domanda il film ci lascia al buio della sala, e così vi lascio, oggi, anch’io.

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