Diciamoci la verità, questo film è stato e sarà molto poco capito. C’è chi ha intitolato le recensioni che trovate in rete con titoli poco lusinghieri quali “Un buco nell’acqua”, per di più l’ennesimo, o “M. Night Shyamalan c’è o ci fa?”. E se proprio dobbiamo dirla tutta, quando la critica mainstream scredita un autore di cinema, molto probabilmente ci troviamo di fronte a un film molto interessante.
Innanzitutto Old è un body horror. Ma non alla Cronenberg, e nemmeno di tipo splatter. In realtà ci sono un paio di sequenze che fanno pensare proprio al David di Inseparabili o La Mosca, ma Old è un body horror molto minimal. Ma andiamo con ordine. Una allegra famigliola, madre padre e due figli si recano in un resort da sogno in vacanza. Qui vengono consigliati di visitare una spiaggia circondata da antichi e rari minerali.
Nel frattempo scopriamo un po’ di altarini: la coppia è in crisi, soprattutto perché lei ha un tumore e ha tradito il marito per un meccanismo psicologico legato alla paura, e quando i due litigano i figli stanno nell’altra stanza ad attendere che finiscano, dopo di che riprendono a giocare. Sulla misteriosa spiaggia i quattro incontreranno altri due nuclei famigliari, composti uno da un medico con bella mogliettina giovane ma bisognosa di calcio per non rachiticizzarsi e madre con problemi di cuore, l’altro da una coppia di colore, un infermiere e una psicologa che soffre di crisi epilettiche.
C’è spazio anche per un’ulteriore coppia, questa volta di giapponesi, e per un rapper inizialmente sospettato di un omicidio. Ovviamente queste persone non finiscono su quella riva per caso. Ma per non fare spoiler non vi racconteremo cosa si svilupperà. Vi anticipiamo solo che mezz’ora sull’isola equivale a un anno del nostro ‘tempo normale’, il che implica non solo accelerazioni della crescita ma anche difficoltà di elaborazione di dolori e eventuali traumi. Il tutto viene spiegato ovviamente nel film, anche se riteniamo il dispositivo interessante di per sé più che per il come funziona.
Vi segnaliamo inoltre che lo stesso regista ha due camei nel film, il primo come guidatore del pulmino, moderno Caronte, verso la spiaggia, e verso la fine della pellicola come osservatore, contemporaneo James Stewart prezzolato, ebbene sì, dalle case farmaceutiche. Ancora, non è il finale del film che può lasciarvi più o meno soddisfatti – verrà apprezzato da chi ama gli happy ending e lascerà l’amaro in bocca a chi è più pessimista, o forse sarà la classica via di mezzo – ma lo svolgimento a essere interessante.
Ferite che si rimarginano, tumori che si ingrandiscono, figli che nascono e muoiono di incuria perché si sviluppano troppo in fretta, il tutto sotto uno sguardo vigile e attento. E poi quella donna che si nasconde per non essere guardata deforme, e quella ruggine che si diffonde nel sangue come un veleno. La follia che esplode dopo essere stata trattenuta per una vita per non compromettere una carriera. Qualche momento di tenerezza, come quando i due genitori si ritrovano di notte sotto la luna a dirsi “So che abbiamo litigato, ma è stato tanto tempo fa e non ricordo più il motivo”.
Shyamalan è un maestro nel far crescere lentamente la tensione, nel dirigerla dove vuole, nel portarti in un suo proprio mondo o universo coerente, e inoltre è abilissimo con la macchina da presa. In un’altra epoca, certe sue immagini dove inquadra il particolare di una testa in primo piano e un frammento di un’altra sfocata sullo sfondo, con i due personaggi che cercano un dialogo impossibile, sarebbe stato definito anche, ma non solo, un avanguardista.
Sembrerà scontato dirlo, ma un regista che ha avuto il successo di certe sue opere, da Il Sesto Senso a Unbreakable, per non parlare dell’ultimo discusso The Split, avrebbe potuto arrancare scegliendo megastar per progetti asfittici alla ricerca di un posto al sole, e invece il Nostro decide di lavorare di fino, di dare forma a progetti per nulla scontati ma pur sempre legati all’attualità (le case farmaceutiche, il tema della malattia, la sorveglianza).
Adattamento per il cinema di una graphic novel edita anche nel nostro paese, il film è stato girato nella Repubblica Dominicana dove il set è stato distrutto e ricostruito a causa degli uragani. La sceneggiatura invece è stata scritta sotto la pandemia, nel 2020, e realizzata dal regista coi suoi collaboratori in intense sedute via Skype. La distribuzione è stata posticipata a causa del Covid, e così recarsi in sala a vedere quest’opera sarà un modo per non distrarsi inutilmente ma per porsi nuove domande.



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