E’ il 1968 quando il produttore Gian Vittorio Baldi propone
a Pier Paolo Pasolini di realizzare un film. Inizialmente il regista, poeta e
scrittore pensa a una pellicola basata sulla vita di un cannibale, vissuto
attorno al 1500 sulle pendici dell’Etna, che viene alla fine ucciso dalla
società, assieme ai suoi compagni di scorribande, dopo essere stato catturato e
dopo un processo a sfondo religioso. Ma il film, inizialmente pensato come film
muto, è troppo breve e si pensa a un film a doppia firma Pasolini-Bunuel dove
quest’ultimo avrebbe potuto offrire il proprio “Simon del Deserto”.
Ma Pasolini opta infine per un film con una duplice storia,
e alla vicenda del cannibale preferisce assommare quella del giovane Julian,
rampollo di famiglia alto-borghese tedesca con una passione ossessiva per i
maiali che gli costerà la vita. Figlio né obbediente né disobbediente, Julian
con la sua zoorastia rappresenta, come il cannibale dell’altro moncone di
storia, l’omosessuale che non potendo essere integrato nella società viene da
quest’ultima ucciso. Questo frammento del film viene da un’omonima pièce
teatrale dello scrittore, a sua volta ispirata al libro “Medicina Disumana”, un
testo dove si raccontava dei medici nazisti processati a Norimberga e dei loro
esperimenti.
Per il signor Klotz, interpretato infine da Alberto
Lionello, Pasolini aveva inizialmente pensato a Orson Welles prima e a Jacques
Tati poi. Per la parte poi data a Pierre Clementi invece la prima scelta
sarebbe stata Klaus Kinski, che rifiutò ritenendo troppo basso il compenso
offertogli. Stabilito il cast, con Jean-Pierre Léaud a interpretare Julian,
Franco Citti nella parte del secondo cannibale, Ninetto Davoli nel ruolo di
Maracchione, e poi Anne Wiazemsky nei panni della giovane Ida, Ugo Tognazzi in
quelli del signor Herdhitze e il regista Marco Ferreri in quelli di Hans
Gunther, le riprese possono finalmente iniziare.
Come anche i successivi “Medea” e “Edipo Re”, nel film di
Pasolini la doppia ambientazione non è casuale, ma permette al regista e allo
spettatore una riflessione sul mito nella società antica e sulla cultura nella
società moderna. Non è un caso infatti che, mentre nella prima parte assistiamo
a un Clementi che si nutre inizialmente di animali (la farfalla, il serpente)
per poi passare ai corpi umani e all’assassinio, come una sorta di compulsivo,
macabro rituale sempre più parossistico, nella seconda parte assistiamo a un
dialogo tra Lionello e la moglie in cui questi, nei panni del padre di Julian,
riferisce di come scrittori e pittori del calibro di Brecht e Grosz abbiano
rappresentato i borghesi tedeschi come maiali.
Ecco che dunque la cultura nel ‘nuovo mondo’ sostituisce,
facendo a esso da specchio, la mitopoiesi del ‘vecchio’ mondo, la cui funzione
era quella di indicare alle persone modelli di comportamento, in positivo o in
negativo. Questa riflessione sulla perdita del mito e la costruzione di una
visione razionale nel mondo contemporaneo, simile a certe idee dello psichiatra
svizzero Carl Gustav Jung, sarà effettuata con spietatezza e dovizia di
particolari dal regista/poeta nei suoi film successivi poc’anzi citati. Ma quella tra mito e ragione non è l’unica
contrapposizione presente nel tessuto del testo del film pasoliniano.
C’è ad esempio anche la morte della cultura umanistica, che
a suo modo, seppur borghesemente, rappresentava il padre di Julian, mentre il
signor Herdhitze, che ingloberà nella propria l’azienda del rivale, vecchio
medico nazista che grazie a una plastica facciale e a nuovi documenti si è
rifatto una verginità agli occhi del mondo post-WWII, con la sua cultura
tecnica rappresenta per Pasolini il trionfo della techné sull’umanesimo. Del
resto il poeta, che in un suo componimento si autodefinisce “una forza del
passato”, non poteva dimenticare l’impatto che il modernismo e la fiducia nella
scienza ebbero su fascismo e nazismo, di cui la cultura contemporanea è per
Pasolini un’estensione con altri mezzi, ma coi medesimi fini.
Col suo incipit - “Io e te moglie siamo alleati: tu
madre-padre, io padre-madre. La tenerezza e la durezza sono attorno a nostro
figlio da tutte le parti. La Germania di Bonn, accidenti, non è mica la
Germania di Hitler! Si fabbricano lane, formaggi, birre e bottoni (quella dei
cannoni è una industria d’esportazione). E’ vero: si sa che Hitler era un po’
femmina. Ma com’è noto, era una femmina assassina: la nostra tradizione è
decisamente migliorata” – “Porcile” anticipa ampiamente i temi che poi Pasolini
tornerà a riaffrontare solo a partire dal postumo “Salò o le 120 Giornate di
Sodoma”, ovvero il rapporto sadico delle vecchie generazioni borghesi sia coi
propri figli che coi giovani delle classi subalterne.
Rapporto sadico che Pasolini, in quanto ‘diverso’, aveva
sicuramente sperimentato su se stesso. E di cui quindi era lucido testimone,
con la propria arte. Questo, non ostante la parentesi ‘felice’ del cinema
erotico, che lo scrittore e regista abiurerà in nome di una visione del mondo
più cupa, violenta e drammatica proprio con l’ultima sua opera cinematografica
e con il romanzo incompiuto “Petrolio”. Non è un caso che nel primo episodio
del film la metafora del mangiare e, nel secondo, dell’essere mangiato, siano
dominanti e centrali.
Sarebbe il caso di analizzare, in effetti, assieme all’opera
di Pasolini quella di un altro scrittore che, data l’epoca in cui è vissuto, ha
sofferto di omofobia interiorizzata, ovvero il francese Jean Genet. Nel suo
romanzo “Pompe Funebri” infatti, Genet descrive un banchetto in cui si nutre
con le carni del suo amante defunto, ucciso proprio dai tedeschi durante la
seconda guerra mondiale, mentre nel romanzo d’esordio “Notre-Dame-Des-Fleurs”
egli immagina, nel buio della sua cella, di divorare se stesso. In questo atto
del mangiare l’altro come atto estremo d’amore e del mangiare sé come atto di
devozione al nulla, troviamo le stesse linee di fuga dei film di Pier Paolo
Pasolini, ma stavolta come cavi della tensione scoperti, che ci permettono di
analizzare certe immagini come rivelatrici di una cultura, quella omosessuale,
che pur nella sua estrema lucidità nell’analizzare le derive della nostra
società ha recato con sé, almeno fino all’accettazione sociale, le stigmate
dell’esclusione sociale.
Articolo di: Gian Paolo Galasi


