Guardare un film di Abel Ferrara è un po’ come leggere un
libro di Fedor Dostoevskij. Non a caso a introduzione del suo libro “Abel
Ferrara: L’anarchico e il cattolico”, Silvio Danese mise proprio il famoso
monologo di Alioscia da “Delitto e Castigo”, quello in cui il personaggio si
lamenta dell’esistenza del male e di un mondo basato sulle vittime sacrificali
innocenti, e pertanto si dice non disposto a credere nell’esistenza di Dio.
Tutto il cinema di Ferrara, per lo meno i suoi film
realizzati negli Stati Uniti, ruotano attorno al tema del male, di come un
individuo corrotto, come tutti noi, possa cercare di non soccombere alle sue
spinte autodistruttive. E in questo senso, per come è concepito e realizzato,
il suo cinema parla forte alle coscienze di tutti noi. Senza farci sconti.
Senza ammicchi. Crudele. Perverso. Tenero. Umano.
Ma vediamo di analizzare nello specifico questo “Il Cattivo
Tenente”. Spanish Harlem, 1981. Una suora viene violentata in cima a un palazzo,
addirittura con un manico di scopa. Un poliziotto ci mette pochi giorni di
intense ricerche per trovare il colpevole e assicurarlo alla giustizia, mentre
i giornali Newyorkesi non parlano d’altro per tutto il tempo. La città è sotto
shock. Anni dopo, il Nostro pensa di trarre un film dagli avvenimenti, e
contatta il poliziotto per avere tutti i dettagli del caso, prima di mettersi
al lavoro.
La sceneggiatura del film sarà affidata all’attrice e
scrittrice Zoe Lund, già protagonista di un altro cult del regista, ovvero
“L’Angelo della Vendetta”. Originariamente la sceneggiatura doveva essere
affidata a Nicholas St. John, anch’esso collaboratore di lunga data di Ferrara,
ma questi non se la sentì data la crudezza con cui dovevano essere affrontati i
temi del film (la dannazione e la redenzione nell’inferno urbano). Zoe si mette
al lavoro, e scrive la sceneggiatura, per un totale di circa cinquanta
paginette, in due settimane a casa di Abel Ferrara.
Il film racconta la storia di un poliziotto dedito al vizio
del gioco (un altro tema caro allo scrittore russo citato all’inizio di questa
recensione), alle droghe e alla perversione sessuale. Questo poliziotto, che
rischia la propria rovina scommettendo sul baseball, ha l’occasione di
riscattarsi con una grossa ricompensa messa sulla testa di due giovani
sudamericani che hanno violentato una suora cattolica. Ma c’è un piccolo
ostacolo alle indagini: la suora ha perdonato i due stupratori, e non vuole
dire di chi si tratti.
E così dopo aver assunto una quantità incredibile di droghe,
il tenente ha una visione mistica, in cui vede Gesù, nella chiesa dove la suora
è stata violentata, apparirgli dritto in piedi, con in testa la corona di spine
e le ferite della classica iconografia cristiana. A questo Cristo, il tenente
confessa tutta la sua debolezza. Ed ecco che improvvisamente al posto di Gesù
compare una donna che indirizza il tenente verso i due ragazzi, cui egli
consegnerà tra le lacrime il perdono della suora e li aiuterà a rifarsi una
vita. Ovviamente il tenente morirà ucciso dai mafiosi a cui doveva i soldi per
le sue scommesse.
Interpretato da un eccezionale Harvey Keitel, la figura del
tenente (molto diversa da quella del poliziotto che risolse il caso reale)
doveva essere inizialmente affidata a Christopher Walken, il quale però rifiutò
la parte dicendo al regista che non avrebbe potuto dargli quello che cercava.
La scelta cadde così su Keitel, che interpretò alla perfezione, complice anche
una sceneggiatura volutamente lacunosa che permetteva all’attore ampie
improvvisazioni, il ruolo assegnatogli.
Le riprese avvennero tutte con macchina a mano, donando
quindi al film inquadrature sporche, rumorose, a volte non completamente a
fuoco, ma adatte alla storia che si sta raccontando. Molte scene sono frutto del
lavoro di Keitel on site, come le scene in cui si droga con delle donne e con
l’amica Zoe Lund (che interpreta, fatta realmente di eroina, un bellissimo
monologo su droga e vampirismo), frutto di ore e ore di preparazione. Anche la
musica è minimale, poche note che devono sottolineare e non commentare la
crudezza delle scene.
Una delle canzoni, “Signifying Rapper” di Scholly D, verrà
poi successivamente tolta dalla colonna sonora, in quanto Jimmy Page dei Led
Zeppelin non diede al musicista il consenso all’utilizzo del riff di “Kashmir”
per il proprio brano, rendendo il film ancora più asciutto (verrà sostituito,
nella scena dello stupro, da un organo). Il film verrà vietato ai minori di 18
anni, come Ferrara sapeva del resto dall’inizio, ma anche con le problematiche
relative alla distribuzione verrà, soprattutto in Europa, osannato come un
capolavoro, e dopo 28 anni è ancora qui a parlarci con la forza che solo le
opere sofferte e vissute possono avere.
Articolo di: Gian Paolo Galasi






















