venerdì 17 gennaio 2020

Twin Peaks: Fuoco Cammina con Me di David Lynch

Doverosa premessa: io non ho visto la serie “I Segreti di Twin Peaks”. Quando la serie uscì in televisione io avevo 19 anni, ed ero sospettoso del battage pubblicitario enorme tributato all’opera in questione. Ricordo addirittura che un settimanale, per lanciare il telefilm, come si diceva allora, aveva pubblicato un ‘Diario di Laura Palmer’ infarcito di sesso e droga, e il tutto io, che non conoscevo il cinema d’autore né Lynch in particolare, rimasi indifferente.

E’ un dato di fatto che la serie televisiva è stata una pietra miliare di quel medium, tuttavia non occupandomi di serialità non ho ritenuto, per motivi eminentemente di tempo, di recuperarla neanche ora che è stata pubblicata su supporto, o nemmeno quando su una rete satellitare è stata trasmessa la terza stagione, che secondo i Cahiers du Cinéma rappresenta l’evento iconografico di questo decennio. Quindi in questa recensione non aspettatevi paragoni tra la serie e il film.


Detto questo, io misi le mani sul film quando ancora ero fresco, nel 1998, dalla visione di “Strade Perdute”, che mi colpì tantissimo, come avete già letto se frequentate assiduamente questo blog. La video cassetta di “Fuoco Cammina Con Me” me la prestò un amico, e mi dissi che con essa avrei recuperato parte di quanto mi ero scelleratamente perso in gioventù. Mi aspettavo infatti qualcosa come un highlights della serie, mentre il film è un prequel: racconta infatti gli ultimi sette giorni di vita di Laura Palmer, svelandone anche l’assassino, dopo una breve introduzione sull’omicidio, un anno prima, della giovane Theresa Banks e della Loggia Nera.



Detto questo, “Twin Peaks: Fuoco Cammina con Me” è a mio avviso il film di Lynch che più riprende le tematiche di “Eraserhead”. Tant’è che di recente mi ero procurato i due titoli in DVD e, vedendoli praticamente assieme uno dietro l’altro, la filiazione mi sembrava più che evidente. Entrambi infatti hanno a che fare con le paure e il senso di inadeguatezza legato alla paternità. In “Eraserhead” vediamo un padre alle prese con un figlio piccolo, un neonato, mentre in “Twin Peaks” assistiamo a come un padre può rovinare la vita di una figlia adolescente.

Tenete poi presente che siamo negli Stati Uniti, un mondo completamente diverso dal nostro dal punto di vista culturale e caratterizzato da un forte culto dell’adolescenza (se siete avvezzi alla musica di David Bowie, che compare anche in questo film e non a caso, ricorderete senz’altro il personaggio del Duca Bianco, quel suo misto di fascino, giovinezza e parafascismo che era una critica feroce e spietata fatta da un inglese al mondo a stelle e strisce), e che tutti i personaggi di “Twin Peaks” sono in qualche modo ‘violati’ nei loro desideri, relazioni, addirittura nei propri corpi.

Il film inizia con l’immagine di un televisore fuori onda, con le nuvolette elettroniche che si sovrappongono ai titoli di testa, fin quando poi il televisore non viene rotto da un’accetta. E’ evidente che qui Lynch ci sta dicendo: scordatevi le atmosfere della serie, il film è un’altra cosa. “Twin Peaks: Fuoco Cammina con Me” infatti è un film nero, cupo, torbido, senza speranza, e per tutti questi motivi ha destato molto scontento all’uscita a Cannes e poi nelle sale. Del resto la serie era di due anni prima soltanto, e l’inversione di marcia del regista fece sì che il pubblico, più ‘conservatore’ di quello del cinema sperimentale, se la prendesse a male.



Eppure “Twin Peaks” è Lynch al cento per cento: la Loggia che si ritira dietro drappi rossi come poi avverrà anche in “Strade Perdute”, i personaggi che appaiono e scompaiono misteriosamente, l’onirismo (la madre di Laura Palmer che sogna un cavallo nel salotto, il sogno di Laura Palmer in cui riceve in dono il misterioso anello-porta tra i mondi, il personaggio sulla roulotte che avvisa Laura di stare attenta alla figura paterna per la strada, lo sdoppiamento del padre di Laura in Bob), l’utilizzo magistrale della musica (vedasi la bellissima sequenza nel ‘privé’ del Bang Bang Bar, coi dialoghi smorzati in sottofondo e la musica, in primis chitarra elettrica e violoncello, in primissimo piano), sono tutti elementi che contribuiscono a fare del film una esperienza che lo spettatore fruisce a livello sensoriale e non logico-razionale.

Da non dimenticare che gli attori, innanzitutto Sheryl Lee, hanno lavorato a stretto contatto col regista per inscenare tutti gli aspetti dei complessi personaggi del film. La stessa Lee ha dichiarato in diverse interviste di essere stata vicina al tracollo, ovvero di aver lavorato così duramente da essersi sempre trovata al limite, fisico e psicologico: il fatto che i film di Lynch siano apparentemente ‘astratti’ non significa che gli attori non facciano sul serio, o che i personaggi del film siano meno curati dal punto di vista dell’aderenza psicologica, tutt’altro.

Infine, un doveroso accenno alle tre versioni italiane pubblicate su supporto. La prima, edita da Cecchi Gori, è la versione completa, con addirittura sequenze inedite rispetto al film uscito al cinema. La seconda versione, pubblicata dalla Paramount, ha le scene inedite sottotitolate anziché doppiate, mentre la terza versione (quella che posseggo io), curata da RaroVideo, riprende i sottotitoli della precedente edizione (ad esempio nella scena del Convenience Store dove Bob e il nano si accordano per la garmonbozia).





Articolo di: Gian Paolo Galasi

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