sabato 4 gennaio 2020

Strade Perdute di David Lynch

Era il 1998 quando uscì in Italia “Strade Perdute”. Io lo persi al cinema, ma, complice una recensione della colonna sonora sulle colonne di “Rumore” che mi convinse a dare al film una possibilità, e data anche la particolare bontà di quella colonna sonora (Nine Inch Nails, Rammstein, Marylin Manson, Lou Reed e Smashing Pumpkins tra gli altri), noleggiai la video cassetta come si usava fare allora e me la sparai in completa solitudine in un pomeriggio sottratto allo studio universitario.

Era il mio primo Lynch. Nell’arco di due anni, in un periodo in cui non esisteva lo streaming ma i film vecchi dovevi recuperarli attraverso polverosi negozi, i suoi film li avrei recuperati tutti. Feci anche un piccolo esperimento, ovvero mostrai “Strade Perdute” ad alcuni miei amici discretamente interessati al cinema (si era visto assieme “Il Cattivo Tenente” di Abel Ferrara, per dirne solo uno). La loro reazione fu di disappunto per questo film ciclico e allucinatorio. Ne fui parecchio divertito, e fui confermato nella convinzione di aver visto un capolavoro.

Più prosaicamente, “Strade Perdute” è un noir post moderno. Anzi, è ‘il’ noir post moderno. Il noir ha una caratteristica che lo distingue dal poliziesco: mette in dubbio l’identità dei suoi personaggi (in questo senso, bene ha fatto chi ha annoverato tra i noir dell’epoca post-classica anche “Blade Runner” di Ridley Scott). E diciamo anche che “Strade Perdute” è un noir felliniano, come vedremo a breve. Ma andiamo a proseguire, anzi a dipanare la trama del film.



Fred Madison (Bill Pullman) è un jazzista che vive con la moglie Renée (Patricia Arquette) in una casa di borghese periferia losangelina. E’ impotente, e quindi inizia a sospettare paranoicamente che la moglie lo tradisca. Per questo motivo, la uccide. Condannato a morte per omicidio di primo grado, vediamo proiettarsi sullo schermo del cinema i suoi ricordi, mescolati ad allucinazioni con le quali tenta in ogni modo di scagionarsi dall’omicidio e di proiettare la propria impotenza altrove.

Come avviene tutto ciò? Nella prima parte del film un uomo misterioso penetra nella sua casa con una video camera, lasciando poi misteriose videocassette davanti alla porta di Fred e Renée. L’uomo misterioso incontrerà poi Fred a una festa, dicendogli ‘sono in casa tua in questo momento. Chiamami’. Fred parlerà con l’uomo che ha di fronte al cellulare dopo aver composto il numero di casa sua. La mattina dopo guardando la videocassetta lasciatagli dal misterioso uomo, troverà il cadavere della moglie sul letto e sé stesso imbrattato di sangue.

Ora Fred è in prigione, ma ecco che al suo posto nella cella, una bella mattina, compare il giovane Pete Dayton (Balthasar Getty), che altri non è che la versione giovane e sessualmente potente di Fred. Scarcerato, Pete riprende il proprio lavoro di meccanico, che in particolare cura gli affari del mafioso Dick Laurent, altrimenti noto come Mr. Eddy. Il quale ha una bellissima donna con sé: Alice, la quale non è altri che il doppio, biondo, della bruna Renée.



E’ quindi evidente, lo sottolinea anche Slavoj Zizek nel suo “A Perverted Guide to Cinema”, che Pete è la proiezione mentale di Fred, il quale può avere una relazione con la bella Alice ma che trova sulla sua strada un ostacolo: il mafioso Mr. Eddy. Il quale altro non è che la concretizzazione dell’impotenza di Fred, una proiezione all’esterno di un suo problema endogeno. Eppure, i sogni in cui ci rifugiamo spesso sono più tremendi della realtà da cui desideriamo fuggire, come sapeva bene Freud.

Infatti Alice, nella scena di amplesso più apparentemente romantica del film (quella con in sottofondo ‘Song To The Siren’ dei This Mortal Coil) sussurra alle orecchie di Pete: ‘Non mi avrai mai’, e a quel punto, mentre lei si allontana, Pete si rialza non prima di aver riassunto le spoglie di Fred. Come suggerisce Zizek, questo film forse non ha come protagonista un uomo, ma l’enigma del desiderio femminile, l’angosciosa scoperta che, per quanto tu possa fare, non avrai mai la certezza che quella donna ricambierà le tue attenzioni.


Ma torniamo ancora un attimo ai personaggi. Abbiamo detto che l’uomo misterioso, Mr. Eddy e Pete sono proiezioni di Fred. C’è chi si è spinto fino a indicare in questi tre alter-ego del protagonista le funzioni dell’inconscio freudiano, ovvero Io, Es e Super-Io. Più prosaicamente, vi invito a riflettere sul fatto che anche in un altro film analogo, “La Strada” di Federico Fellini, abbiamo tre personaggi (Gelsomina, Zampanò e il Matto) che sono, in quel caso, tre proiezioni della personalità dello stesso regista.



Una menzione anche per la sequenza iniziale e finale, quella del ‘Dick Laurent è morto’ sussurrato all’interfono della casa di Fred, con Fred ricevente del messaggio all’inizio e emittente dello stesso alla fine: oltre che a dare al film il suo senso circolare, le sequenze rappresentano anche l’impossibilità dell’essere umano di raggiungersi, scisso com’è tra pensiero e linguaggio, tra cose e parola, tra azione e pensiero (in quanto non c’è mai una traduzione letterale dell’una cosa nell’altra).

Insomma, la ‘trilogia dell’onirico’ di Lynch inizia proprio col botto. “Strade Perdute” non solo ridisegna, in modo incomparabile e ancora insuperato, un genere considerato ‘minore’ in America ma molto amato dai critici europei, ma supera a sinistra lo stesso surrealismo (lo ha sottolineato anche Grezzi, difficile paragonare Lynch a Bunuel, sebbene non sia impossibile: ad esempio ne “L’Oscuro Oggetto del Desiderio” la protagonista è impersonata da due differenti attrici, a sottolineare l’io diviso del protagonista).

Che cos’altro dire allora, se non che “Strade Perdute” è forse il film più godibile del trittico, per via di quelle musiche perfette e di quelle immagini altrettanto seducenti? Quel fuoco che sembra bruciarci, quelle luci calde e penetranti e quei bui intensi e impenetrabili? A fine anni Novanta, quando Cronenberg aveva deciso di dedicarsi prima con “ExistenZ” al remake di sé stesso per poi tentare con successo di botteghino ma non artistico la strada del cinema commerciale, e con Abel Ferrara che si rintanava in Europa per rimediare alla perdita di controllo artistico sul proprio lavoro, Lynch assurgeva a mio regista di culto e a mio modello per quanto riguardava la rappresentazione dell’inconscio, e a tutt’oggi, sotto questo punto di vista, resta un regista insuperato.





Articolo di: Gian Paolo Galasi

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