Non fosse stato per il Cardinal Siri, non saremmo riusciti a
tramandare fino al presente questo bellissimo film. Strano Paese, l’Italia:
abbiamo il Vaticano che ci detta legge in fatto di morale e costumi dall’Unità,
eppure a volte riusciamo a essere più realisti del re. Accadde anche con le
canzoni di Fabrizio de André, censurate nelle radio italiane ma trasmesse da
quella vaticana. E così fu per “Le Notti di Cabiria” di Federico Fellini.
All’indomani delle prime proiezioni, la vecchia DC infatti, soprattutto la sua
ala destra, si intestardì per censurare la pellicola, che racconta la storia di
una prostituta romana. Fu proprio il già citato cardinale, all’indomani di una
proiezione privata a lui dedicata, a decidere di salvarla dall’essere bruciata.
Ma di fatto “Le Notti di Cabiria” è un film delicato, con un
personaggio, quello della protagonista, che vediamo nel film distaccarsi
lentamente dalla Gelsomina de “La Strada” (entrambe interpretate da una
stupenda Giulietta Masina), come una volta viene apostrofata persino da una
delle prostitute che con lei condividono ‘la vita’ a sottolineare la contiguità
tra le due opere, per diventare creatura autonoma seppur con grande scorno di
Fellini, che accusò privatamente la Masina di ‘voler fare la Magnani’. Infatti
il regista aveva in mente un personaggio più fiabesco, come lo assaporiamo ad
esempio nella scena in cui la donna si trova in casa di Amedeo Nazzari, e non
quella donna capace di bellissimi sorrisi ma anche di autentica disperazione
come nella penultima scena del film.
Sceneggiato con l’aiuto di Pier Paolo Pasolini, che
riscrisse molti dialoghi per renderli aderenti al dialetto romano parlato, “Le
Notti di Cabiria” è un viaggio nella vita di una persona che vive dal ‘lato
sbagliato della strada’: una prostituta ingenua, forse anche inadatta al
‘mestiere più antico del mondo’, che sogna di svoltare e di trovare l’amore.
Significative da questo punto di vista le scene del pellegrinaggio al Divino
Amore e del Gran Varietà: qui Cabiria più volte si commuove, nell’indifferenza
della divinità e con stupore del ‘mago’, in una scena cui decenni più tardi si
ispirerà David Lynch per la scena del Club Silencio in “Mulholland Drive”.
Ed è proprio qui, nel locale del varietà, che Cabiria
conosce Amedeo, che inizia a farle la corte solo per poter approfittare di lei
e rubarle tutti i suoi beni. Ma nel frattempo le avventure di Cabiria sono
molteplici: ricorderemo qui solo la sequenza dell’”uomo del sacco”, presa di
peso dalla realtà del sottobosco romano. Si tratta di un uomo che, nella vita
vera, lavorava in un ospedale della città e che di notte si aggirava per i
vicoli alla ricerca di clochard e altra varia umanità cui affidare,
gratuitamente, dei beni di conforto. Fellini, che sempre tramite Pasolini viene
a conoscenza della storia, decide di rappresentarlo nel suo film, in una scena
che poi verrà tagliata per non polemizzare con la Chiesa Cattolica in due
riprese: dapprima ci fu un taglio integrale, poi un taglio di solo otto minuti,
un monologo di un clochard, voluto rocambolescamente dal produttore del film
Dino de Laurentiis.
Fortunatamente, la scena tagliata la si può ritrovare nel
film di Gianfranco Angelucci “Fellini nel Cestino”. Un’altra irruzione della
realtà nel film felliniano è anche la presenza dell’allora divo del cinema
Amedeo Nazzari, che qui interpreta quasi se stesso (col nome di Alberto
Lazzari), in una scena dove l’attore, dopo aver litigato con una donna per il
proprio dongiovannismo, chiede a Cabiria di accompagnarlo prima in un night
club, dove passerà del tempo di malavoglia, e poi, rifiutato l’invito di alcuni
amici ad unirsi a loro per passare la serata, a casa propria. Qui Cabiria,
inebriata di Beethoven e profumo di cibo, passerà poi la notte nel bagno,
mentre Lazzari si riappacifica con la donna vista all’inizio della scena.
Come lo stesso Fellini ebbe a dire in una intervista, “Le
Notti di Cabiria” è uno di quei film in cui lo spettatore può pienamente
specchiarsi, perché è il regista stesso ad aver scavato dentro di sé per
riflettere su temi ‘eterni’: la precarietà dell’esistenza, il significato e la
ricerca dell’amore, il desiderio di vivere una vita piena di significato.
Cabiria è specchio dello spettatore quindi, in quanto la sua vita, le sue
incombenze notturne, il suo lavoro come prostituta, non l’hanno segnata
nell’animo fino a farla diventare come le altre prostitute che vediamo nel
film: Cabiria ha una qualche purezza d’animo che pure la consegna, più volte, a
delle disavventure soprattutto sentimentali, ma che nello stesso tempo la aiutano
a riprendersi dalle stesse con una forza che è quella che possiamo assaporare
nella scena finale, ad esempio.
Nato originariamente da un personaggio interpretato dalla
stessa Masina ne “Lo Sceicco Bianco”, il primo film di Fellini, Cabiria si è
poi evoluta nella fantasia del regista tramite inizialmente dei disegni, che
contemplano a volte Cabiria e a volte la Gelsomina de “La Strada”. Sarà la
Masina a sterzare il personaggio verso lidi emotivi non contemplati dal marito,
con grande dispiacere di lui ma con la grande intuizione di dare al personaggio
vita autonoma, slegandolo dai seminali personaggi dei film precedenti. Il nome
del personaggio viene invece da un film del 1914 di Giovanni Pastrone, narranti
le avventure di una giovane fanciulla durante la seconda guerra punica, per le
cui didascalie si spese Gabriele D’Annunzio in persona.
Il film ebbe un grosso successo nazionale e internazionale,
avendo vinto nel 1957 l’Oscar come migliore film straniero, e segnò l’ingresso
di Fellini nel pantheon dei grandi registi italiani. Fellini fino allora era
stato guardato con un po’ di sospetto per quella sua aria un po’ naif, di uomo
abituato a trascrivere i propri sogni su un taccuino per trasformarli in lavori
cinematografici e ad essi, secondo molti, troppo legato. Ma la storia gli darà
ragione: lavorare sul proprio inconscio in fondo non è altro che un modo per
legarsi sempre di più a delle verità che difficilmente hanno modo di emergere
con discorsi razionali. E così, i film di Fellini sono qui a ricordarci che
difficilmente possiamo essere liberi se non conosciamo le radici profonde del
nostro essere. E pazienza se, come affermò Nitezsche, “se tu scruterai a lungo
in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”: è un rischio che vale la
pena di correre per essere pienamente liberi.
Articolo di: Gian Paolo Galasi



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