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sabato 7 dicembre 2019

Le Notti di Cabiria di Federico Fellini

Non fosse stato per il Cardinal Siri, non saremmo riusciti a tramandare fino al presente questo bellissimo film. Strano Paese, l’Italia: abbiamo il Vaticano che ci detta legge in fatto di morale e costumi dall’Unità, eppure a volte riusciamo a essere più realisti del re. Accadde anche con le canzoni di Fabrizio de André, censurate nelle radio italiane ma trasmesse da quella vaticana. E così fu per “Le Notti di Cabiria” di Federico Fellini. All’indomani delle prime proiezioni, la vecchia DC infatti, soprattutto la sua ala destra, si intestardì per censurare la pellicola, che racconta la storia di una prostituta romana. Fu proprio il già citato cardinale, all’indomani di una proiezione privata a lui dedicata, a decidere di salvarla dall’essere bruciata.

Ma di fatto “Le Notti di Cabiria” è un film delicato, con un personaggio, quello della protagonista, che vediamo nel film distaccarsi lentamente dalla Gelsomina de “La Strada” (entrambe interpretate da una stupenda Giulietta Masina), come una volta viene apostrofata persino da una delle prostitute che con lei condividono ‘la vita’ a sottolineare la contiguità tra le due opere, per diventare creatura autonoma seppur con grande scorno di Fellini, che accusò privatamente la Masina di ‘voler fare la Magnani’. Infatti il regista aveva in mente un personaggio più fiabesco, come lo assaporiamo ad esempio nella scena in cui la donna si trova in casa di Amedeo Nazzari, e non quella donna capace di bellissimi sorrisi ma anche di autentica disperazione come nella penultima scena del film.




Sceneggiato con l’aiuto di Pier Paolo Pasolini, che riscrisse molti dialoghi per renderli aderenti al dialetto romano parlato, “Le Notti di Cabiria” è un viaggio nella vita di una persona che vive dal ‘lato sbagliato della strada’: una prostituta ingenua, forse anche inadatta al ‘mestiere più antico del mondo’, che sogna di svoltare e di trovare l’amore. Significative da questo punto di vista le scene del pellegrinaggio al Divino Amore e del Gran Varietà: qui Cabiria più volte si commuove, nell’indifferenza della divinità e con stupore del ‘mago’, in una scena cui decenni più tardi si ispirerà David Lynch per la scena del Club Silencio in “Mulholland Drive”.

Ed è proprio qui, nel locale del varietà, che Cabiria conosce Amedeo, che inizia a farle la corte solo per poter approfittare di lei e rubarle tutti i suoi beni. Ma nel frattempo le avventure di Cabiria sono molteplici: ricorderemo qui solo la sequenza dell’”uomo del sacco”, presa di peso dalla realtà del sottobosco romano. Si tratta di un uomo che, nella vita vera, lavorava in un ospedale della città e che di notte si aggirava per i vicoli alla ricerca di clochard e altra varia umanità cui affidare, gratuitamente, dei beni di conforto. Fellini, che sempre tramite Pasolini viene a conoscenza della storia, decide di rappresentarlo nel suo film, in una scena che poi verrà tagliata per non polemizzare con la Chiesa Cattolica in due riprese: dapprima ci fu un taglio integrale, poi un taglio di solo otto minuti, un monologo di un clochard, voluto rocambolescamente dal produttore del film Dino de Laurentiis.

Fortunatamente, la scena tagliata la si può ritrovare nel film di Gianfranco Angelucci “Fellini nel Cestino”. Un’altra irruzione della realtà nel film felliniano è anche la presenza dell’allora divo del cinema Amedeo Nazzari, che qui interpreta quasi se stesso (col nome di Alberto Lazzari), in una scena dove l’attore, dopo aver litigato con una donna per il proprio dongiovannismo, chiede a Cabiria di accompagnarlo prima in un night club, dove passerà del tempo di malavoglia, e poi, rifiutato l’invito di alcuni amici ad unirsi a loro per passare la serata, a casa propria. Qui Cabiria, inebriata di Beethoven e profumo di cibo, passerà poi la notte nel bagno, mentre Lazzari si riappacifica con la donna vista all’inizio della scena.



Come lo stesso Fellini ebbe a dire in una intervista, “Le Notti di Cabiria” è uno di quei film in cui lo spettatore può pienamente specchiarsi, perché è il regista stesso ad aver scavato dentro di sé per riflettere su temi ‘eterni’: la precarietà dell’esistenza, il significato e la ricerca dell’amore, il desiderio di vivere una vita piena di significato. Cabiria è specchio dello spettatore quindi, in quanto la sua vita, le sue incombenze notturne, il suo lavoro come prostituta, non l’hanno segnata nell’animo fino a farla diventare come le altre prostitute che vediamo nel film: Cabiria ha una qualche purezza d’animo che pure la consegna, più volte, a delle disavventure soprattutto sentimentali, ma che nello stesso tempo la aiutano a riprendersi dalle stesse con una forza che è quella che possiamo assaporare nella scena finale, ad esempio.

Nato originariamente da un personaggio interpretato dalla stessa Masina ne “Lo Sceicco Bianco”, il primo film di Fellini, Cabiria si è poi evoluta nella fantasia del regista tramite inizialmente dei disegni, che contemplano a volte Cabiria e a volte la Gelsomina de “La Strada”. Sarà la Masina a sterzare il personaggio verso lidi emotivi non contemplati dal marito, con grande dispiacere di lui ma con la grande intuizione di dare al personaggio vita autonoma, slegandolo dai seminali personaggi dei film precedenti. Il nome del personaggio viene invece da un film del 1914 di Giovanni Pastrone, narranti le avventure di una giovane fanciulla durante la seconda guerra punica, per le cui didascalie si spese Gabriele D’Annunzio in persona.

Il film ebbe un grosso successo nazionale e internazionale, avendo vinto nel 1957 l’Oscar come migliore film straniero, e segnò l’ingresso di Fellini nel pantheon dei grandi registi italiani. Fellini fino allora era stato guardato con un po’ di sospetto per quella sua aria un po’ naif, di uomo abituato a trascrivere i propri sogni su un taccuino per trasformarli in lavori cinematografici e ad essi, secondo molti, troppo legato. Ma la storia gli darà ragione: lavorare sul proprio inconscio in fondo non è altro che un modo per legarsi sempre di più a delle verità che difficilmente hanno modo di emergere con discorsi razionali. E così, i film di Fellini sono qui a ricordarci che difficilmente possiamo essere liberi se non conosciamo le radici profonde del nostro essere. E pazienza se, come affermò Nitezsche, “se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”: è un rischio che vale la pena di correre per essere pienamente liberi.





Articolo di: Gian Paolo Galasi