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sabato 11 gennaio 2020

La Strada di Federico Fellini

Fu nel 1999 che seppi dell’esistenza del film “La Strada”. Accadde perché mi capitarono tra le mani certe foto del cantante Beat Tom Waits vestito da Zampanò. Mi incuriosii, lo ammetto (all’epoca quasi tutto ciò che aveva a che fare con Waits e la Beat Generation mi destava interesse) e all’Anteo Spaziocinema di Milano trovai persino una copia in videocassetta. Ma, complice la mia passione per la cultura e i miei multipli interessi, questo film fu una delle cose che non acquisii. Meno male. Intendiamoci, il film è un capolavoro. Ma se lo avessi fruito all’epoca, a ventinove anni, non lo avrei capito, non lo avrei apprezzato.

Ma veniamo al film. L’idea per “La Strada” viene a Fellini già nel 1952, all’epoca de “Lo Sceicco Bianco”. Fellini si divertiva a disegnare il personaggio di Gelsomina, a immaginarla in improbabili avventure, con un tratto tra il Corriere dei Piccoli e quella magia che solo lui possedeva. In particolare, il regista ebbe una piccola illuminazione quando vide una coppia di zingari, e immaginò la Gelsomina dei suo disegni in coppia con un altro uomo, che più tardi chiamerà Zampanò. Per il personaggio di Gelsomina, la prima nucleare idea era quella di utilizzare Silvana Mangano, ma quest’idea venne subito accantonata a favore della più eterea Giulietta Masina.


Anche il personaggio del “Matto” subì diverse mutazioni: si pensò inizialmente a Moraldo Rossi, poi a Walter Chiari e ad Alberto Sordi, prima di decidersi per il bravissimo Richard Basehart. Per quanto riguarda Zampanò, invece, fu chiaro sin da subito che il personaggio sarebbe stato affidato a Anthony Quinn, che all’epoca era in Italia a recitare nel film “Attila”. Particolare fu il rapporto tra regista e attore: entrambi, sia Quinn che Fellini, ritenevano l’altro una persona infantile, e quindi si trattavano come due bambini sul set. Ma la simbiosi fu perfetta.



E ora veniamo al film. Gelsomina è figlia di una famiglia povera e assai numerosa. Alla morte del padre viene venduta per diecimila lire a Zampanò, il quale la porta con sé in giro per il basso Appennino, dove si svolge il film, allo scopo di servirsene come assistente per i propri minispettacoli circensi. Gelsomina, animo semplice, malinconico e dolce, è colpita dalla forza di quell’uomo duro e crudo, vorrebbe farci amicizia, ma questi si rifiuta sempre, categoricamente: per lui la parola è qualcosa di superfluo.

Gelsomina decide dunque di lasciarlo al suo destino, e, senz’arte né parte, vaga finché non incontra, dopo una processione sacra, il “Matto”, il quale sta eseguendo un pazzesco numero di equilibrismo. E’ notte, e Zampanò torna a riprendersi Gelsomina, con la quale finirà a lavorare proprio nel circo in cui lavora anche il “Matto”. Ma tra i due non scorre buon sangue: l’anarchia del “Matto” è troppo per il coriaceo e duro Zampanò, e i due arrivano quasi ai coltelli. Saranno i carabinieri a fermare Zampanò e ad arrestarlo.

Ed eccoci alla notte in cui il “Matto” si mostra anche un po’ filosofo, spiegando a Gelsomina che tutto ha una sua ragione di vita, sebbene quest’ultima a lui sfugga, e così parlando convince Gelsomina a non abbandonare il compagno. Ancora alcune avventure, tra cui quella in un convento di suore, e il “Matto” e Zampanò arrivano alla resa dei conti: sarà quest’ultimo a uccidere involontariamente il primo, e a fuggire poi con una Gelsomina così turbata da cadere in una profonda crisi depressiva. Zampanò si vede così costretto a lasciarla sola, e molti anni dopo verrà a sapere della morte di lei. A quel punto, rimasto anch’egli completamente solo, si lascia morire in riva al mare.



Varie sono state le interpretazioni date dalla critica, di vari colori, a questo ‘apologo’ o ‘fiaba’. Innanzitutto la critica di sinistra, che ha bollato il film come criptocattolico, relegandolo così nel limbo delle opere minori (ci fu chi riconobbe la grandezza di Fellini in prospettiva ma, si disse, non con questo film), mentre la critica cattolica se ne appropriò. Qualcuno disse che Zampanò non fosse altri che il regista stesso, e la Gelsomina sua moglie: in questo modo Fellini avrebbe ritratto un sé burbero e violento, e una Masina delicata e gentile. Ma anche questa intepretazione era errata.


In realtà Zampanò, il “Matto” e Gelsomina sono tre proiezioni di un’unica natura: quella del regista. Per questo, venuta a mancare una delle tre parti, anche le altre due si decompongono. Fellini aveva dunque tre parti dentro di sé (come non pensare all’incipit di “Beneath The Underdog” di Charles Mingus, quel suo “In other worlds, I am three”?), una dura e difficile a lasciarsi andare, una tenera e bisognosa d’amore, una folle e estroversa. Una volta capito questo, potete affrontare il film e lasciarvi andare alla sua storia affascinante e magica.

Il film ebbe un successo mondiale, ma non certo grazie all’Italia. Il produttore Dino De Laurentiis infatti organizzò una proiezione alla Salle Pleyel che, grazie alla pubblicità, ebbe un’enorme risonanza. Dopo di che il film venne distribuito in tutto il mondo, ebbe un enorme successo e solo dopo venne proiettato in Italia, dove brillò quindi di luce riflessa. Come si diceva una volta? ‘Nessuno è profeta in Patria’. E finalmente, non ostante l’insuccesso alla 15° Mostra del Cinema di Venezia (ma vinse comunque il Leone d’Argento), per i motivi sopra esposti, il film ottenne l’Oscar come miglior film straniero.





Articolo di: Gian Paolo Galasi