‘Questo è un film anti-Sessantotto’. Così tuonava Carmelo
Bene a proposito del suo capolavoro-esordio alla regia, quel “Nostra Signora
dei Turchi” tratto da un suo omonimo romanzo e girato ‘gli interni in esterni,
gli esterni in interni’, come disse in più di un’intervista. Più prosaicamente,
il film riprende gli spunti più interessanti del cinema terzomondista
d’avanguardia (in particolar modo attinge al cinema di Glauber Rocha, al cui
“Claro” Bene collaborerà come attore) e al cinema sperimentale in generale.
Per comprendere “Nostra Signora dei Turchi” non è
necessario, per una volta, aver letto Nietzsche e l’eterno ritorno, saperne di
Lacan e della schisi del soggetto (o forse sì?) e della differenza tra significante
e significato, di Deleuze e dei millepiani che partono dai rizomi. Basta
mettersi davanti allo schermo e lasciar scorrere le immagini. Immagini
pulsanti, piene, come spiega Enrico Ghezzi, di quel sentimento tragico-comico a
ogni istante che è la cifra stilistica di Buster Keaton cui Bene attinge a
piene mani per il suo cinema.
La trama? E’ presto detto. Uno dei martiri della fede dello
scontro tra turchi e cristiani in Otranto è stato salvato da Santa Margherita.
Sullo schermo, quindi, vedremo le loro schermaglie, succo del quale è la
delusione del santo per essere stato ‘guarito e non curato’. Il martire ne farà
di ogni alla santa: le chiederà di esser per una notte ‘Lei che si è pentita’,
si sottrarrà alle passeggiate serali propostele dalla santa stessa in nome del
proprio orgoglio (di cui aveva fatto un frate, in una delle scene più
interessanti del film dove il martire si confronta col proprio doppio), infine
chiede a una giovane fanciulla di seppellirlo.
Ma Santa Margherita non starà a guardare, e farà portare via
la giovane per poi a propria volta abbandonare il martire al suo destino di
‘ragazzo’. E’, quello di Carmelo Bene, un cinema pulsionale. Lo sono i suoi
protagonisti così come lo sono le immagini, il montaggio, le sequenze, la trama
stessa. Cinema ‘perverso’, se con perverso vogliamo intendere quel nastro di
Moebius che è l’unica figura geometrica ad avere un solo lato, con una parte di
interno che si rivolge verso l’esterno, ben descritta dal filosofo Gilles
Deleuze nel suo “La Logica del Senso”.
Primo lungometraggio dei cinque realizzati da Bene, “Nostra
Signora dei Turchi” non è la prima prova attoriale del Nostro, che infatti
aveva recitato la parte di Creonte nell’”Edipo Re” di Pier Paolo Pasolini
proprio un anno prima. Con Pasolini vanno sottolineate affinità e divergenze.
La ricerca della purezza del poeta romano diventa in Bene ricerca dell’eterno
riposo, contro la visionarietà che abiterebbe sia chi vede sia chi non vede la
Madonna, come sottolinea il bellissimo monologo posto nel primo tempo del film.
Di Pasolini, del resto, Bene sottolineava la natura
‘violenta’, emersa a pieno nel “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”,
autodefinendosi ‘anarchico’ in una serata con il poeta in cui egli redarguì
l’attore dal rischio di diventare ‘qualunquista’. Non ostante quindi la stima
reciproca e il lavoro in comune sul set, tra le due personalità c’erano
sicuramente affinità ma anche divergenze importanti. La ricerca dell’innocenza
(perduta) ad esempio era qualcosa che Bene rimproverava anche al poeta
surrealista francese Antonin Artaud, con cui Bene aveva in comune la ricerca
sulla vocalità.
Figura unica nel panorama culturale italiano, Carmelo Bene
interruppe i suoi rapporti col cinema dopo cinque lungometraggi da regista:
oltre a “Nostra Signora”, anche “Capricci”, “Don Giovanni”, “Salomé” (di cui
parleremo in questo blog più avanti), e “Un Amleto di Meno”, completeranno la
filmografia del Nostro. Dopo di che Bene si dedicherà allo schermo solo per
riduzioni televisive delle proprie opere teatrali, dichiarandosi completamente
insoddisfatto dal cinema, trionfo secondo le sue parole del cattivo gusto
piccolo borghese.
Eppure il cinema di Bene è scoppiettante e anarchico quanto
il suo autore, perfetta estensione della sua personalità, col suo essere
contemporaneamente attore e regista, ‘al di là e al di qua della macchina da
presa’, in una lotta per catturarsi e contemporaneamente per fuggire dalla
gabbia dello schermo, cosa che appunto rende tragico e comico insieme l’essere
di Carmelo Bene nel cinema. Con la filosofia post-nietzschiana poi in
particolare, e con lo strutturalismo in generale (i già citati Lacan e Deleuze)
Bene intrattenne poi un rapporto fecondissimo, accogliendo le migliori istanze
di quella scuola.
Se infatti ‘il significato è un sasso in bocca al
significante’, se ovvero le parole non indicano mai le cose o i nostri
pensieri, se il soggetto è scisso in quanto parlante, e non si può non
comunicare (la propria schisi), allora il soggetto è tragicamente destinato a
una mancanza di equilibrio da cui può scaturire a volte un attimo di stabilità,
ma esso avviene come per miracolo, indipendentemente dalla volontà dell’io, e
in questo senso il pensiero di Carmelo Bene sfocia nell’Oriente, non un Oriente
da cartolina o New Age, ma in quel tentativo di Gurdjieff ad esempio di uscire
da quella che egli definisce ‘via ordinaria’.
Articolo di: Gian Paolo Galasi






















