domenica 2 aprile 2023

L’Ultima Notte di Amore di Andrea di Stefano

Il tenente di polizia Franco Amore (Pierfrancesco Favino), di stanza a Milano, sta per andare in pensione. Dato che assieme a quel maneggione del cugino della moglie (Antonio Gerardi) si è trovato al momento giusto nel posto giusto, gli viene offerta l’opportunità di lavorare per la mafia cinese. Tutto quello che può andare male andrà male.

Vedremo Amore dividersi tra famiglia e lavoro, tra una sua idea tutta schizofrenica di onestà (basata sulla paura di essere pizzicato sul fatto e perdere la pensione con cui deve anche mantenere una figlia che studia all’estero) in conflitto col bisogno di avere qualche soldo in più sempre per sé e famiglia. Lo vediamo pertanto già in servizio fare da ‘autista’ al già citato Cosimo, mentre questi vende orologi d’oro di contrabbando a questo o quel cliente.

Vedremo Amore cercare di dipanare la matassa dell’agguato, in tempo reale, con la moglie (Linda Caridi) che lo vorrebbe in fuga per salvarsi la vita e un cellulare strappato a una degli aggressori che gli permette di risalire pian piano al famoso bandolo. Ma soprattutto vedremo un prodotto perfetto dove, per una volta, la confezione corrisponde al contenuto.

L’Ultima Notte di Amore infatti è un film secco, asciutto, che non concede nulla (se non quelle melanzane alla parmigiana, ma è un piccolo dettaglio) agli stereotipi con cui un altro regista avrebbe infarcito un film del genere allo scopo di essere ammiccante e strappare qualche, anche piccolo, sorriso. Ma qui la bocca dello spettatore non si piega verso l’alto. Rimane serrata, o a tratti si schiude per lo stupore.

La pellicola di Andrea di Stefano, una carriera iniziata come attore (il primo ruolo importante ne Il Principe di Homburg di Marco Bellocchio fino ad arrivare a Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek) e poi proseguita dietro la macchina da presa con Escobar e The Informer, riesce per la prima volta da tanto tempo a portare certe atmosfere hard boiled senza scopiazzare il cinema americano in una pellicola nostrana.

 


Ben vengano allora le riprese aeree di Milano a inizio film, certi piani sequenza che sottolineano un uso magistrale della MdP, il sound design minimale che si incastra alla presa diretta del suono nei dialoghi, che all’inizio può infastidire ma poi ci si abitua e si è trasportati in medias res, questa Milano notturna che è la vera coprotagonista del film, una connotazione dei personaggi mai moralistica ma sempre pragmatica.

C’è una vecchia diatriba tra i sostenitori del cinema politico e quelli del cinema di genere che va avanti da decenni: c’è infatti chi afferma che il vero cinema politico non sia quello di un Elio Petri, che con Indagine, protagonista Volonté, avrebbe tratteggiato un nevrotico e quindi un personaggio sui generis, mentre un Ferdinando Leo con pellicole come Milano Calibro 9 o Il Poliziotto E’ Marcio – rimasto irreperibile per trent’anni – avrebbe mostrato la vera violenza in seno alle forze dell’ordine.

Diatriba vecchia, che più che altro mostra come il cinema di genere abbia dovuto sgomitare per farsi accettare dall’intellighentzjia, ma questo L’Ultima Notte di Amore, che unisce il meglio del cinema autoriale e di genere, potrebbe essere una prima interessante sintesi di entrambe le tendenze. Esibendo Favino e la sua magistrale interpretazione, ma non solo, dato che tutti gli attori sono bravi e sanno stare al loro posto senza la ‘tradizionale’ regia alla Kubrick, Di Stefano ci porta in un mondo verosimile o veritiero senza moraleggiare e, nello stesso tempo, senza giustificare nessuno.

Spetterà poi allo spettatore capire quanto siano importanti i soldi per vivere in una città come Milano al giorno d’oggi, e quanto quei soldi sia importante procurarseli ad ogni costo anche per gli scopi non diciamo più nobili ma più normali. Spetterà sempre allo spettatore confrontarsi con forze dell’ordine per cui arrotondare o aspettare il colpo della vita sia importante per levarsi il fango dalle scarpe e, almeno per una volta, riuscire a progettare qualcosa di sensato.

Sarà sempre compito dello spettatore vivere sulla propria pelle in prima persona lo smarrimento del protagonista con l’agguato, strutturato in modo tale da far sì che esso venga introdotto in una atmosfera di smarrimento e di caos, fino a recuperare, seguendo Favino, la lucidità assieme a lui. In questo senso si è scritto di empatia da parte del regista verso i suoi personaggi, ma sarebbe più il caso di parlare di empatia da parte dello spettatore, fondamentale per un film di questo genere. L’obiettivo, vi sfidiamo a dimostrarci che sbagliamo, è più che raggiunto. 


 

sabato 18 marzo 2023

Disco Boy di Giacomo Abbruzzese

C’erano una volta le migrazioni nei paesi colonialisti. Ci sono ancora a dire la verità. Ma queste migrazioni sono faccenda complessa, soprattutto per le tracce culturali che lasciano nei paesi di approdo, sempre che questi siano così permeabili da permettere un minimo di integrazione e di elaborazione culturale. Qui in Italia ad esempio questo non sta avvenendo e, ci spiace dirlo, la colpa delle situazioni di pericolosità sociale su cui i media stanno accendendo i riflettori, ve lo direbbe qualsiasi sociologo, sono colpa della società che accoglie, e non degli individui che cercano di penetrare al suo interno per diventarne parte.

All’opposto nell’Inghilterra post Seconda Guerra Mondiale, bisognosa di manodopera a basso costo e quindi bramosa di braccia, gambe e in generale di forza lavoro, si era incentivata l’immigrazione dalle ex colonie. Gli immigrati, certo, avevano conosciuto forme anche forti di razzismo nella Terra di Albione, ma a fronte della possibilità di fare lavori malpagati e spesso anche pericolosi, che comunque era una forma di integrazione minimale ma migliore del farli bivaccare per le strade o in prigioni appositamente costruite.

Nel tempo libero questi immigrati avevano dato vita a un movimento musicale-culturale che sfocierà poi, alla fine degli anni Settanta, con l’importazione della techno da Detroit o in generale dagli Stati Uniti, e il mescolarsi di quest’ultima con i poliritmi caraibici e la loro integrazione nei sound system di provenienza giamaicana, nel fenomeno dei rave, fenomeno molto diverso da quello che conosciamo oggi, addomesticato e sbiancato, ma fondamentalmente basato sul presupposto della festa e del ballo come riscatto sociale.

 


E in Francia? Lo vediamo nella pellicola d’esordio di Giacomo Abbruzzese, questo Disco Boy: qui la Legione Straniera come forza paramilitare si occupa di tutte quelle azioni che una polizia disciplinata sotto l’egida statale non potrebbe compiere, e pertanto può entrare a farne parte chiunque, come dice l’istruttore: fascisti, sostenitori dell’Armata Rossa, clandestini, criminali: tutti sono i benvenuti, e dopo cinque anni di militanza se si sopravvive si ha il diritto al passaporto francese e la speranza in una vita migliore.

Aleksei e l’amico Mikhail fuggono dalla Bielorussia inizialmente con un permesso di soggiorno temporaneo per seguire una partita di calcio, fuggono a bordo di un camion pagandone il proprietario perché li porti sulla strada verso la Francia e poi a bordo di un gommone trovano la separazione. Aleksei riesce ad arrivare in Francia e qui si arruola, come abbiamo accennato, nella Legione Straniera.

La sua prima missione sarà ambientata in Nigeria: dovrà salvare due cittadini francesi ostaggio di un movimento di liberazione nazionale capitanato da Jomo, che oltre ai balli leggendari per gli abitanti del luogo con la sorella Udoka (la performer e artista Laetitia Ky) sa maneggiare benissimo il Kalashnikov e ha una netta propensione al comando. Jomo morirà durante un combattimento notturno proprio per mano di Aleksei, che da quel momento, ritornato a Parigi, non riesce a dimenticare il proprio primo omicidio.

 


Questa è la prima parte del film, la più intrigante. Nel raccontare invece le peregrinazioni e gli incubi parigini la pellicola si perde in una psichedelia di maniera per arrivare poi a un finale estetizzante di cui, sebbene si capisca il messaggio, ovvero il perdersi in un mondo di finzione, si poteva fare volentieri a meno a favore magari di un percorso di consapevolezza seppur doloroso. Si badi, non è il cosa viene raccontato a non incontrare il nostro entusiasmo, ma il come.

La fotografia di Hélène Louvart, già alle prese con il Lazzaro Felice della nostra Alice Rohrwacher e con alcuni episodi della serie L’Amica Geniale, è perfetta e ha molte idee interessanti, ma pare che spesso si faccia prendere la mano e smetta di raccontare allo scopo di mostare, in modo puro e semplice. Non così la colonna sonora di Vitalic (un dj francese) che invece pur ambendo a essere essenziale sa mettere ciccia attorno alle ossa, e di qualità.

Spiace quindi che Disco Boy, vincitore dell’Orso d’Argento proprio per la fotografia, non abbia osato di più e si sia accontentato di giocare a contrapporre mondi in disfacimento il cui grido risuona nel vuoto dell’inerzia occidentale a una decadenza di facciata e di maniera. Come se nel nostro mondo non esistesse più nessun tentativo di fare qualcosa di diverso, anche solo coltivando un tic o una mania, o una disfunzione. E pertanto l’ombra del moralismo si affaccia sulle ultime scene, sebbene anticipate da una analisi secca e lucida.

 


domenica 19 febbraio 2023

Holy Spider di Ali Abbasi

Nel 2001 a Mashhad, in Iran, un uomo, un veterano della guerra contro l’Iraq, compie diverse uccisioni di prostitute. Come un vero serial killer nostrano. Mosso dall’intento di ripulire la città dalla ‘sporcizia’, quasi fosse l’incarnazione dei demoni di Travis Bickle, si fermerà solo quando le donne ‘immorali’ smetteranno di vendersi. Nella pellicola, vediamo quest’uomo, Saeed Hanaei, che dopo ogni omicidio telefona a un giornalista locale per svelargli il luogo dove potrà essere ritrovato il cadavere.

Una giornalista proveniente da Teheran si mette sulle tracce dell’assassino, mettendo a rischio la propria incolumità per farlo arrestare. Come in gran parte del cinema mediorientale, non c’è spazio per citazioni cinefile quanto per una materia viva, incandescente, ustionante. Come la solidarietà della maggior parte degli abitani della città santa verso l’assassino, e l’immobilismo della polizia. Contrariamente a quanto potremmo pensare, è l’Imam l’unico che ha una visione lucida della situazione.

Da dove deriva quindi l’odio nei confronti degli ultimi (anzi delle ultime), e la misoginia? La domanda rimane aperta e in questo il cinema di Abbasi non fa sconti allo spettatore, che quindi dovrà, al termine della visione, sforzarsi di trovare strumenti adatti a fargli leggere quella realtà, e magari anche interrogarsi sulla propria. Allo spettatore del resto non è risparmiato nulla di quella violenza sui corpi delle donne, in una estetica che a tratti rimanda a Hitchcock, a tratti al fotografo D’Agata.

 


Ma sono rimandi mai dettati dal bisogno di trascendere il reale esteticizzandolo, si tratta invece di tentativi di forzare il reale mostrando lo strazio che c’è dietro l’uccisione di una persona. La prostituzione in fondo, o meglio la sua condanna, in Iran ha funzione feticistica, nel senso che separa le persone rispettose della fede dalle persone bisognose di mantenersi e in difficoltà ma ‘cattive’, facendo così da specchio che nasconde le sperequazioni sociali.

Un po’ come avviene da noi e in tutto il mondo col carcere e un certo tipo di retorica che, guarda caso, tocca sempre più le donne che gli uomini (che infatti in carcere, se ci entrano, ci stanno più a lungo dei ‘colleghi’ maschi). Le società patriarcali infatti sono dotate di meccanismi sottili per separare e costringere all’obbedienza, più che convincere e dialogare o supportare. Non è la relazione che conta, ma stare all’interno di un recinto.

Ecco che allora un omicida può avere agli occhi di una intera società ancora più che per le sue autorità che, dall’alto del loro potere e della loro cultura possono permettersi il famoso ‘distacco’, la funzione di nascondere e indicare nello stesso tempo. Indicare le persone ‘indegne’, nascondendo come sono diventate tali. Il motivo è ovvio: promuovere l’immobilismo della società e impedire che ne vengano messe in discussione le fondamenta.

 


Per il resto la pellicola è un piccolo gioiello, e nel prenderne visione e nel ricordarmi di una precedente visione con Un Eroe di Asghar Farhadi, mi sono chiesto come mai il cinema mediorientale, così vicino al neorealismo italiano, non sia considerato degno di hype come il cinema coreano, ad esempio; gli attori sono tutti bravi nel recitare ogni sfumatura delle loro rispettive parti, e nel mostarci meccanismi psicologici e sociali.

Come la moglie dell’omicida, che passa dall’angoscia alla difesa del marito per autoproteggersi, così come farà poi l’intera società mostrando il vero intento della, mi si passi il termine, puttanofobia, ovvero quanto abbiamo detto qui sopra, il mantenere un immobilismo sociale. Certo, la società iraniana dei primi anni 2000 è diversa da quella odierna, come le attuali rivolte, che proprio in questo weekend sono riprese, stanno dimostrando.

Non ho letto altre recensioni dell’opera in oggetto prima di buttare giù questa di getto, perché so già che dette recensioni saranno tutte positive ma non metteranno in evidenza aspetti di cui a me invece premeva farvi partecipi con questa. Non è infatti ‘il tema’ o ‘la tempestività’ rispetto ai fatti reali a essere interessante, ma la riflessione che pellicole come questa possono muovere. Forse c’è ancora un cinema che può svolgere la funzione di disvelamento di dinamiche sociali disfunzionali e spingerci, uno a uno, a prendere coscienza di come modificarle. 


 

domenica 12 febbraio 2023

Tàr di Todd Field

Lo ammetto. Non sono mai stato un grande fan della musica classica, al netto dei miei studi universitari che contemplavano un esame di storia della musica (classica appunto) e il mio tentativo di inoltrarmi nelle composizioni orchestrali novecentesche, quelle di Mahler ad esempio, di cui nel film si parla e se ne ascoltano alcuni estratti. Il fatto è che sotto sotto vedevo quei musicisti, direttori di orchestre e pubblico pieni di nevrosi come Isabelle Huppert ne La Pianista, e la cosa grave è che non so se quel film abbia contaminato il mio immaginario o vi si sia solo accodato.

Così, quando ho appreso dell’uscita al cinema di un’opera filmica che parlava di una direttrice d’orchestra dei Berliner Philarmoniker super controversa, ho pensato fosse il caso di prenderne visione anche per fare i conti con le mie idiosincrasie. E devo dire che tutto parte benissimo, con quelle discussioni intellettuali, quelle inside view nel lavoro di direzione, quei dialoghi taglienti a pranzo a base di cultura e ironia rendono benissimo l’atmosfera e l’interiorità dei personaggi.

Ma poi il tutto si perde nel vortice di accuse, perdite di controllo, abbandoni, ipocrisie reciproche senza una direzione certa. Insomma pare che il regista ci dica: io vi snocciolo un po’ di fatti, poi fate voi. Eh no, caro Todd Field, non è così che si fa. Quando Abel Ferrara ci mostra in Welcome To New York un fatto analogo, lui e il suo sceneggiatore, che tra l’altro è anche uno psichiatra, due domande se le fanno, e si danno anche due risposte prima di mettersi al lavoro.

 


Qui invece è tutto lasciato allo spettatore. Sta a lui ricostruire, da dettagli minimali, le vicende di Tàr e di Krista Taylor, giovane e promettente allieva che, probabilmente per un affair sentimentale finito male, si ritrova con l’insegnante che le fa praticamente terra bruciata attorno, fino al tragico epilogo. Taylor infatti si suicida, lasciando un biglietto con delle accuse nei confronti della sua ex mentore, cosa che porta quest’ultima in un battibaleno dalle proverbiali stelle alle altrettanto note stalle.

Abbandonata da Francesca, la sua assistente factotum (Noémie Merlant, la pittrice protagonista di Ritratto di Giovane in Fiamme) e dalla compagna, che mal sopporta la sua attrazione per la giovane e talentuosa violoncellista Olga Metkina, oltre che lo scandalo, Lydia Tàr si ritrova a sua volta vittima del balletto sociale che le viene performato intorno. Un ambiente certo non mosso dalla ricerca di una verità, quanto dall’opportunità di evitare scandali, voci, di sporcarsi a propria volta insomma.

Ma se la parte dell’ipocrisia è ben mostrata, è il ritratto di Krista Tàr che non convince. Cate Blanchett sembra in questo caso affrontare, soprattutto nella seconda parte del film, il proprio ruolo come un compito modello, ma senza quella scintilla che ci fa percepire cosa si agita nelle vene della persona cui deve dare carne davanti alla macchina da presa. Krista ad esempio mi ha ricordato, coi suoi monologhi davanti agli studenti, un mio vecchio – e conservatore come lei – maestro di teatro, vittima di un pensiero oramai non più non dico al passo coi tempi ma sguarnito di fronte a domande nuove e pressanti.

 


E se Tàr pare muoversi sicura tra piccinerie storiche come il rapporto tra Mahler e Alma, è con la stessa freddezza che la vediamo passare dalla Germania alla Cina portando con sé il suo know how tecnico artistico, ma come se fosse completamente di vetro dal punto di vista umano. E’ questo eccesso di rispetto che ci risulta sospetto, come se il regista non avesse la curiosità necessaria per affrontare un corpo a corpo con la materia del suo film.

Per questo Tàr risulta un’opera divisa in due. La buona notizia è che la sua lunghezza, le sue tre ore non pesano, pertanto se ne può prendere visione come per stare davanti ad una occasione mancata, cercando di riflettere sul perché di questo, cercando magari altre operazioni cinematografiche simili – un esempio io ve l’ho dato – per fare dei paragoni e affinare così le proprie capacità di giudizio critico.

Ma senz’altro Tàr è uno di quei film ‘da Oscar’ appunto, che meritano di fronte alle platee un plauso per aver citato un tema – così come nella musica trap una barra con un riferimento impegnato trasforma tutto il disco di quel dato artista in un disco impegnato, così d’emblé e magicamente – indipendentemente da come lo sviluppano. Insomma, Blanchett avrà pure tolto le castagne dal fuoco a Field, ma una riflessione sulle molestie o le vendette nel mondo dell’arte, e per estensione nella società, gli USA ancora non sono in grado di farla. E questo va detto. 


 

sabato 4 febbraio 2023

Decision to Leave di Park Chan-Wook

Noir pieno di riferimenti a Hitchcock (e che strizza, forse involontariamente, l’occhio anche ad Antonioni e Bunuel, sebbene sul piano psicologico e non su quello del surrealismo), Decision to Leave di Park Chan-Wook è un film molto interessante che snocciola nei primi minuti un saggio o compendio di tecnica cinematografica da lasciare senza fiato: montaggi alternati, paralleli, flash back, flash forward. Il tutto per spaesare lo spettatore al fine di farlo entrare in contatto stretto con la mente del protagonista della pellicola.

Protagonista che è un detective della polizia della squadra omicidi. L’uomo indaga sul caso di un uomo in pensione, in precedenza in forza all’ufficio immigrazione, che cade da un picco e muore fracassandosi il cranio. L’uomo lascia una giovane e bella moglie cinese – immigrata clandestinamente con tutto ciò che questo comporta, come verremo a sapere da lei stessa – di cui il nostro si innamora perdutamente.

Innamorarsi di una sospettata di omicidio vuol dire, per il nostro ‘eroe’, obnubilarsi la mente. In questo Hae-Jun assomiglia più al Mathieu di Quell’Oscuro Oggetto del Desiderio, scisso dal proprio amore, che non a uno Scottie hitchcockiano, succube più che dei sentimenti, o meglio non solo, anche e soprattutto dalla propria incapacità di sopportare le altitudini, e quindi dei propri sensi di colpa. E un po’ anche al Giovanni de La Notte, perso nei meandri del proprio incontro con la morte.

 


Amore e morte, vertigine. Sono gli elementi psicologici del film. Alla fine importa poco che Seo-Rae sia colpevole o innocente di omicidio, cosa che scoprirete con la visione, importa invece che la sua vera colpevolezza sia la sua abilità a farsi desiderare e utilizzare gli uomini per avvicinarsi al proprio cuore, lei che ha conosciuto la disperazione da clandestina cinese in un paese straniero come il padre aveva conosciuto gli stenti da partigiano nel periodo dell’invasione Giapponese.

E così il film diventa anche un piccolo saggio, come lo era stato per Philippe Garrel il suo Liberté, la Nuit, sulla resilienza e la resistenza psicologica delle persone traumatizzate o dalla guerra o dal bisogno di emigrare in terra straniera, con tutto ciò che questa emigrazione comporta. Film anche politico, sebbene apparentemente in modo tangenziale, Decision to Leave è in fondo una finestra su un mondo, quello della Corea del Nord, che si avvicina anche al Kim Ki-duk del Prigioniero Coreano, pur non essendo così dichiaratamente engagé.

Ma è il cellulare il vero oggetto sintomatico del film. La sua presenza è costante. Registrare audio, da ascoltare e riascoltare per ossessionarsi o per rivivere attimi di gioia o piccole agnizioni, trasmettere canzoni e quindi felicità, soprattutto per una anziana donna sola di cui Seo-Rae, ex infermiera, è badante, tradurre frasi in lingue straniere pronunciate in momenti topici sull’onda dell’emotività, registare prove inconfutabili o forse tali. Sarà anche per l’abitudine a confidare nella tecnologia come estensione della memoria che il protagonista perde pezzi importanti dentro di sé?

 


Sta di fatto che il nostro protagonista, che soffre di insonnia a causa del proprio lavoro e dello stress che ne consegue, potrà iniziare a vivere attimi più sereni grazie a quel sentimento ricambiato e alle attenzioni nonché alla capacità di insight di quella donna. Una capacità che la donna ha in quanto capace di sentire, e non solo o non tanto di agire. Sembra una antropologia in tono minore, sommessa, ma assolutamente reale e che non fa sconti all’organizzazione del nostro mondo.

Decision to Leave, con quella donna che ritorna, che non può essere nostra perché siamo già sposati (“In Corea ci si smette di amare quando ci si sposa?” chiede curiosa Seo-Rae a Hae-Jun nella prima parte del film) e quindi non può essere nostra dentro di noi per un “bisogno di coerenza” e di “adesione alla realtà” che viene sbeffeggiato, per i suoi effetti, lungo tutto il film, si presenta come un piccolo saggio teorico su che cosa è reale e che cosa non lo è, anche, e ad esempio.

Non sarà facile dare una risposta a questa domanda, come non sarà facile per il detective protagonista dipanare la matassa in cui si trova imbrigliato. Diviso tra il proprio essere maschile e il proprio essere femminile, senza riuscire a armonizzare queste due essenze, Hae-Jun può solo cercare di non soccombere, lui che ha perso la memoria dentro un apparecchio palmare e che non è ancora in grado, sebbene lo sia più dei suoi colleghi uomini, di essere emotivo e razionale insieme. Sarebbe questa la strada da percorrere, sembra suggerirci questa pellicola in modo sommesso ma potente. 


 

domenica 29 gennaio 2023

Profeti di Alessio Cremonini

Opera cinematografica terza per Cremonini, Profeti segue di quattro anni Sulla Mia Pelle, resoconto duro e crudo sulla morte di Stefano Cucchi, ed ha il merito di riportare a galla storie rimosse dalla nostra coscienza collettiva, quasi che il regista abbia deciso di riaprire una ferita per farle prendere aria fresca. Chi si ricorda infatti della Siria della guerra civile e della guerra contro il Califfato Nero oggi? Nessuno.

Eppure quella storia in qualche modo ha toccato anche le produzioni artistiche nostrane in un recente passato, ma la storia della Siria, in quanto legata alla storia del popolo curdo, è anche storia scomoda. Infatti quel Paese, la vicenda della famiglia Assad, da molti osannato come legittimo sovrano non ostante il popolo siriano si fosse sollevato a gran voce contro il suo pugno di ferro nel governare, ricorda da vicino la modalità con cui stiamo trattando la guerra in Ucraina, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. 

Parlo di governanti, non di popoli, i quali sono ignari e innocenti nel loro non prendere parte ai rapporti di forza tra nazioni e capi di stato, tra politici e capitale, e spesso finiscono solo col fare da danno collaterale o carne da cannone. E’ logico allora che la rimozione giochi un ruolo fondamentale per non far pensare l’opinione pubblica occidentale, ed è altrettanto logico che l’arte si occupi invece proprio di far riflettere.

 


Ma veniamo alla pellicola in oggetto. Protagonista è Jasmine Trinca nei panni di una giornalista italiana che ha deciso di piantare radici in Egitto e da lì viaggiare per il Medio Oriente, in questo caso in Siria, per narrare da indipendente i fatti del mondo. Dopo aver scattato col cellulare immagini di una chiesa cristiana vandalizzata da Daesh, la nostra protagonista viene fermata e imprigionata proprio dagli aderenti al Califfato.

E mentre, si scopre, uno dei suoi accompagnatori è una spia al soldo di Assad, avendo fatto parte per molto tempo del di lui esercito, la donna viene accompagnata in un campo di prigionia dove inizia a relazionarsi con la moglie di un mujahid, un soldato-martire. E’ su questa seconda parte della pellicola che si regge tutta l’opera, con quel seguirsi implacabile di campi e controcampi che svelano le ragioni dell’una donna come dell’altra (interpretata da una bravissima Isabella Nefar).

Ed è qui che purtroppo il film mostra qualche debolezza. Come avvenuto infatti per Dogman di Matteo Garrone, anche qui nella protagonista dell’opera avviene una mutazione antropologica, solo che noi a questa mutazione arriviamo da semplici spettatori. Né Trinca né Cremonini attraverso lei ci mostrano, se non tramite un inserto onirico purtroppo buttato lì e nulla più, la metamorfosi della donna e le sue ragioni.

 


Sarà che Cronenberg (vedasi la doppia performance di Jeremy Irons in Inseparabili) ci aveva abituato bene, a vedere scandagliata ogni piega dell’anima (e del corpo). Sarà che anche il ‘neorealismo interiore’ di un Rossellini (Stromboli Terra di Dio il paragone più calzante) era più teso ad accompagnare lo spettatore verso una trasfigurazione ancorché disturbante, ma pur con le dovute differenze possiamo dire che il cinema italiano contemporaneo non vuole o non sa mostrarci l’interiorità dei personaggi che racconta.

Peccato, perché dato soggetto, storia e parti coinvolte la voglia di assistere a un’opera compiuta era senz’altro notevole. Peccato perché tra i film che raccontano il Califfato Nero e i suoi rapporti con l’Occidente il migliore resta ancora L’Età Giovane dei Fratelli Dardenne (e non che i due belgi non ci avessero avvisato con quell’opera su quanto comunque è difficile relazionarsi con l’alterità).

Resta comunque, dopo la visione, la sensazione di essersi confrontati con un’opera coraggiosa, che ha colto il sapore di un presente mutato nella sua coscienza da propagande opposte ma speculari, e che anche se non ha saputo restituire a pieno l’umanità dei contendenti ha comunque provato a relazionarsi con qualcosa che ora forse cova sotto le ceneri ma che, lo sappiamo, potrebbe ripresentarsi a breve sul proscenio della storia se ce ne sarà bisogno.

 


domenica 15 gennaio 2023

Ma Nuit di Antoinette Boulat

Direttrice di casting per Wes Anderson e Sofia Coppola, Boulat firma con questo film la sua prima regia. Ed è semplicemente eccezionale. Si percepisce una certa sensibilità per quell’età in penombra che è la (post) adolescenza, per i lutti, per l’introspezione, per le letture, senza dimenticare i primi piani indagatori e le lunghe disquisizioni filosofiche che mettono quest’opera prima a cavallo tra il cinema di Godard (soprattutto quello di Vivre Sa Vie) e quello dei Dardenne (Rosetta, ma senza l’impegno civile: si tratta tutto sommato di un non meno necessario impegno esistenziale).

Ma veniamo alla trama. Marion (la bravissima Lou Lampros) è una diciottenne che, il giorno del compleanno della defunta sorella, abbandona madre e amici che vorrebbero festeggiare la defunta e in qualche modo annullare il senso di morte che incombe su di loro. Ma lei non ci sta. E allora esce di casa abbandonando cellulare e soldi (nudità totale quindi, lasciando nella dimora materna i simboli di come ci si protegge dalla nuda realtà nel mondo contemporaneo) e si ritrova con amiche e qualche sconosciuto.

Marion è anche scrittrice e attrice, oltre che fotografa, ed ecco che di fronte ai compagni stupiti si trova a recitare, durante un gioco, un toccante monologo per la sorella morta che in qualche modo ricorda, per assonanza e non per filiazione, la poesia di Emidio Clementi che fruivo da ragazzo grazie alla produzione della band Massimo Volume. Quei rivoli di vento che scompigliavano la relazione diretta tra essere umano e cielo, pari a quel desiderio di dire qualcosa mentre si è colpiti da un uragano.

 


Ma Marion è una ragazza che non si integra, ritiene troppo preziosa la propria individualità e non capisce da dove viene “quel bisogno di stare per forza con qualcuno” e così, anche se partecipa a una festa con musica techno la sera, alla fine se ne va dopo essersi arrabbiata con un’amica ubriaca e col ragazzo di lei che invece di aiutarla la riprende col cellulare mentre vomita. Ed ecco quindi Marion vagare sola, sconsolata e arrabbiata per le strade della città di notte.

La notte è il momento in cui si dorme perché finalmente ci si lascia andare. Ho lavorato pochi anni fa a un progetto artistico sull’insonnia, sul sonno indotto e sulla dimensione ‘altra’ della notte con varie persone e anche partecipanti occasionali (per via di audio con pensieri, ricordi, e quant’altro) e la dimensione di alterità del mondo notturno me la ricordo, sia a livello di esperienza personale che collettiva, come qualcosa di forte, di imponente, di ineluttabile.

Di notte non ci sono gli obblighi e le barriere razionali del giorno, ci sei solo tu con tutti i fantasmi e i desideri che la tua mente può evocare. E agli aiutanti del caso. Per Marion Virgilio assume le sembianze dell’attore Tom Mercier, che nella finzione cinematografica inventa per lei il nome di Alex. Tra Pinocchio nel ventre della balena, la Divina Commedia alla ricerca delle visioni dei propri traumi da superare o il Conte di Montecristo che emerge dal mare rinnovato dentro e fuori, questo romanzo ‘sensoriale’ di formazione, come lo ha definito la regista, è di fatti una prosecuzione di certe storie alchemiche del passato.

 


Dopo aver aiutato Marion a liberarsi di due ubriachi molesti e aver perso il motorino (come Marion è senza cellulare … ), lei e Alex attraversano assieme Parigi di notte, tra, di nuovo, pensieri, parole, opere, citazioni di libri, un po’ di fumo, un tuffo nella Senna e una capatina al pronto soccorso prima di rifugiarsi nell’appartamento di lui con quel buffo coinquilino di colore sordo e libri dappertutto. Non sapremo se sia il preludio a una amicizia o a una storia d’amore, Boulat si mantiene sul crinale, sul bordo, sulla linea di confine, quello che sappiamo è che una notte per elaborare un lutto può essere più che sufficiente.

E allora eccoci davanti a un’opera che, non ostante possa essere ricondotta a dei canoni ben precisi del cinema d’Oltralpe e di certa letteratura iniziatica (ci abbiamo provato anche noi in questa recensione) resta comunque un’opera indipendente per una sua certa forza immaginifica. Di fronte a certe fronde degli alberi ti rendi conto che non si vive solo di citazioni ma anche di novità tra le immagini di questa pellicola, e che ascoltare field recordings in una apparentemente tranquilla notte ha senso perché si può finalmente ascoltarsi dentro senza bisogno di ripararsi da una pioggia e da tuoni che vengono chissà da dove ma che non sono presenti né minacciosi, e per inciso è la più bella recensione o critica che si possa fare a certe operazioni artistiche. Basta la poesia di un’opera d’arte …

Ma Nuit resterà sicuramente in questo 2023 come una delle opere più interessanti, sebbene non abbia la magniloquenza e l’ambizione di certo cinema d’autore ma voglia solo essere sé stessa, un’occasione per chi osserva il film di riflettere, ascoltarsi, guardarsi dentro. Introspezione favorita da una attitudine antidivistica di Boulat, che presumo potrebbe avere una carriera, in futuro, poco illuminata dai riflettori della critica e del botteghino ma che potrebbe offrirci, è quello che speriamo, opere di qualità e necessarie come questa.

 


Per il momento ci accontentiamo di aver assistito a un piccolo capolavoro che ci ha commossi e fatto sorridere a tratti, e che ci ha concesso anche di identificarci non tanto per una questione di vissuto – in fondo non tutti abbiamo avuto lutti famigliari, ma tutti abbiamo attraversato delle notti, anche metaforicamente – quanto per la sensibilità di tutte le parti in causa, creative e tecniche, di creare qualcosa di vivo, palpitante, vero, necessario.