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sabato 4 febbraio 2023

Decision to Leave di Park Chan-Wook

Noir pieno di riferimenti a Hitchcock (e che strizza, forse involontariamente, l’occhio anche ad Antonioni e Bunuel, sebbene sul piano psicologico e non su quello del surrealismo), Decision to Leave di Park Chan-Wook è un film molto interessante che snocciola nei primi minuti un saggio o compendio di tecnica cinematografica da lasciare senza fiato: montaggi alternati, paralleli, flash back, flash forward. Il tutto per spaesare lo spettatore al fine di farlo entrare in contatto stretto con la mente del protagonista della pellicola.

Protagonista che è un detective della polizia della squadra omicidi. L’uomo indaga sul caso di un uomo in pensione, in precedenza in forza all’ufficio immigrazione, che cade da un picco e muore fracassandosi il cranio. L’uomo lascia una giovane e bella moglie cinese – immigrata clandestinamente con tutto ciò che questo comporta, come verremo a sapere da lei stessa – di cui il nostro si innamora perdutamente.

Innamorarsi di una sospettata di omicidio vuol dire, per il nostro ‘eroe’, obnubilarsi la mente. In questo Hae-Jun assomiglia più al Mathieu di Quell’Oscuro Oggetto del Desiderio, scisso dal proprio amore, che non a uno Scottie hitchcockiano, succube più che dei sentimenti, o meglio non solo, anche e soprattutto dalla propria incapacità di sopportare le altitudini, e quindi dei propri sensi di colpa. E un po’ anche al Giovanni de La Notte, perso nei meandri del proprio incontro con la morte.

 


Amore e morte, vertigine. Sono gli elementi psicologici del film. Alla fine importa poco che Seo-Rae sia colpevole o innocente di omicidio, cosa che scoprirete con la visione, importa invece che la sua vera colpevolezza sia la sua abilità a farsi desiderare e utilizzare gli uomini per avvicinarsi al proprio cuore, lei che ha conosciuto la disperazione da clandestina cinese in un paese straniero come il padre aveva conosciuto gli stenti da partigiano nel periodo dell’invasione Giapponese.

E così il film diventa anche un piccolo saggio, come lo era stato per Philippe Garrel il suo Liberté, la Nuit, sulla resilienza e la resistenza psicologica delle persone traumatizzate o dalla guerra o dal bisogno di emigrare in terra straniera, con tutto ciò che questa emigrazione comporta. Film anche politico, sebbene apparentemente in modo tangenziale, Decision to Leave è in fondo una finestra su un mondo, quello della Corea del Nord, che si avvicina anche al Kim Ki-duk del Prigioniero Coreano, pur non essendo così dichiaratamente engagé.

Ma è il cellulare il vero oggetto sintomatico del film. La sua presenza è costante. Registrare audio, da ascoltare e riascoltare per ossessionarsi o per rivivere attimi di gioia o piccole agnizioni, trasmettere canzoni e quindi felicità, soprattutto per una anziana donna sola di cui Seo-Rae, ex infermiera, è badante, tradurre frasi in lingue straniere pronunciate in momenti topici sull’onda dell’emotività, registare prove inconfutabili o forse tali. Sarà anche per l’abitudine a confidare nella tecnologia come estensione della memoria che il protagonista perde pezzi importanti dentro di sé?

 


Sta di fatto che il nostro protagonista, che soffre di insonnia a causa del proprio lavoro e dello stress che ne consegue, potrà iniziare a vivere attimi più sereni grazie a quel sentimento ricambiato e alle attenzioni nonché alla capacità di insight di quella donna. Una capacità che la donna ha in quanto capace di sentire, e non solo o non tanto di agire. Sembra una antropologia in tono minore, sommessa, ma assolutamente reale e che non fa sconti all’organizzazione del nostro mondo.

Decision to Leave, con quella donna che ritorna, che non può essere nostra perché siamo già sposati (“In Corea ci si smette di amare quando ci si sposa?” chiede curiosa Seo-Rae a Hae-Jun nella prima parte del film) e quindi non può essere nostra dentro di noi per un “bisogno di coerenza” e di “adesione alla realtà” che viene sbeffeggiato, per i suoi effetti, lungo tutto il film, si presenta come un piccolo saggio teorico su che cosa è reale e che cosa non lo è, anche, e ad esempio.

Non sarà facile dare una risposta a questa domanda, come non sarà facile per il detective protagonista dipanare la matassa in cui si trova imbrigliato. Diviso tra il proprio essere maschile e il proprio essere femminile, senza riuscire a armonizzare queste due essenze, Hae-Jun può solo cercare di non soccombere, lui che ha perso la memoria dentro un apparecchio palmare e che non è ancora in grado, sebbene lo sia più dei suoi colleghi uomini, di essere emotivo e razionale insieme. Sarebbe questa la strada da percorrere, sembra suggerirci questa pellicola in modo sommesso ma potente.