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domenica 11 febbraio 2024

Green Border di Agnieska Holland

Viviamo in un mondo dove i soldi possono venire trasferiti da un conto all’altro, anche su conti esteri, in un click, tant’è che da un po’ si parla di rendere possibili per legge i cosiddetti bonifici istantanei in tutta Europa, ma dove le persone non hanno la possibilità di abbandonare scenari di guerra o luoghi a loro poco conformi per tutta una serie di variabili. Se sei nato dalla parte sbagliata del mondo, e cerchi di venire in Europa o in Paesi dove la vita è più tranquilla, ti potresti trovare a dover vivere traversate del deserto e del mare rocambolesche o a venire rimpallato da un confine all’altro come tra Bielorussia e Polonia.

Io Capitano di Matteo Garrone ci ha raccontato il primo ordine di vicende, mentre questo Green Border ci mostra il secondo caso. Siamo nel 2021, e una famiglia di profughi provenienti dalla Siria viene accompagnata su un pullman al confine tra i due Stati e lì abbandonata. Marito, moglie, anziano padre, tre bambini e una donna che si è aggregata al nucleo. Sotto richiesta di soldi vengono portati al confine con la Polonia e aiutati ad attraversarlo. Ma poi, dopo una notte all’addiaccio e un giorno di pioggia fitta, arriveranno i militari che li scorteranno al confine con la Bielorussia, per poi essere di nuovo rimpallati, in un gioco kafkiano e disumano.

A fianco delle vicende di questa famiglia vediamo anche come vengono formati i soldati che di quei confini devono essere guardiani. Istruiti ad essere disumani, a non considerare quei migranti come persone – chi con coscienza porterebbe bambini in quel viaggio? – ma come ‘proiettili umani di Lukashenko’. C’è un ulteriore tassello, ovvero un gruppo di militanti anarchici che porta aiuto ai migranti stando bene attenti a non invadere le zone rosse, quelle proibite ai civili dai militari, cui si aggiunge una psicologa che per puro caso, una notte, trova un giovane, uno dei bambini piccoli della succitata famiglia siriana, a morire tra le sue braccia di annegamento.

 


Tra ferite per i morsi dei cani, tra richieste esorbitanti di soldi per una bottiglia d’acqua, tra l’umanità di chi disobbedisce alla legge per aiutare il prossimo, tra momenti di distensione a suon di rap e beatbox e attimi di convivialità condivisa, la pellicola ci mostra cosa significa vivere in un mondo per lo più disumano e insensato e cercare di non perdersi. Due ore e mezza e più che volano, per via di quanto le immagini, crude e per nulla retoriche, sono coinvolgenti.

Non vogliamo qui fare il confronto con altre pellicole, se non aggiungere che poi ci sarebbe anche da vedere come vivono i migranti una volta giunti in Europa, ma a questo ci hanno pensato i Fratelli Dardenne con Tori e Lokita. Ormai non possiamo dire di non sapere. Aggiungo a queste riflessioni il mio confronto con un paio di anziani fruitori della pellicola, secondo cui il film sarebbe stato troppo pesante e troppo lungo a confronto con quello di Garrone, più ‘leggero’ (sic).

E pensare che io durante la visione del film mi sono guardato intorno, e notando la presenza di diverse persone in sala mi sono detto “Meno male, almeno la gente si renderà conto di con chi si stanno mettendo i nostri di governanti, e di che politiche disumane sono capaci”. E invece chi fruisce questo tipo di film si preoccupa solo del proprio benessere o malessere, incapace, pare, di un quadro più ampio. Almeno in prima battuta. Per questo penso che questo tipo di pellicole, seppure imporanti, siano migliorabili.

 


Ci vorrebbe un momento di metacinema o di ‘rottura della quarta parete’ che aiutasse lo spettatore a riflettere, e a riflettere su di sé. Questo manca in tutte e tre le pellicole citate. Non per colpa dei registi, ma per colpa nostra, del pubblico. Io ad esempio ho paura in questo momento a sporcarmi le mani e a farmi attivista, intanto perché dovrei lasciare il mio territorio, il mio lavoro, la mia vita, - l’Italia non è la Polonia e non posso raggiungere facilmente quei territori – ma poi perché se avete presente la vicenda di Ilaria Salis e il ‘patto’ che i nostri governanti stanno stipulando con Ungheria e democrature simili occorre stare attenti.

Infatti il nostro governo sta ad esempio permettendo il trasferimento degli stabilimenti Fiat in Est Europa, dove la manodopera costa meno, in cambio della estradizione di Antifa anche nostrani nelle loro prigioni: ora, le nostre non sono certo carceri umane, come le cronache di questi giorni ci stanno mostrando, ma quelle sono veramente atroci. Già alcuni attivisti tedeschi sono stati estradati in Ungheria per vivere lo stesso destino di Salis, mi si dice. Non sono un giornalista e non ho la possibilità di fare inchieste e tutte le verifiche del caso, ma se ciò è vero, e non ho motivo di dubitarne, si tratta, assieme al trattamento dei migranti, di un altro grave colpo alla democrazia, per la salute della quale il dissenso interno e il conflitto sano sono fondamentali.

Mi perdonerete pertanto se ho parlato poco del bianco e nero del film, della struttura a episodi, di piani sequenza – che comunque ci sono – e altri ammennicoli, ma in Italia non abbiamo un giornale che sia uno che racconti certe cose, e allora vale la pena lasciarvi con uno squarcio di realtà in attesa che sia una nuova pellicola a raccontarci di ciò che sta succedendo sotto i nostri nasi. Per il resto lascio il tutto alla vostra sensibilità, alla vostra curiosità umana. 

 


domenica 29 gennaio 2023

Profeti di Alessio Cremonini

Opera cinematografica terza per Cremonini, Profeti segue di quattro anni Sulla Mia Pelle, resoconto duro e crudo sulla morte di Stefano Cucchi, ed ha il merito di riportare a galla storie rimosse dalla nostra coscienza collettiva, quasi che il regista abbia deciso di riaprire una ferita per farle prendere aria fresca. Chi si ricorda infatti della Siria della guerra civile e della guerra contro il Califfato Nero oggi? Nessuno.

Eppure quella storia in qualche modo ha toccato anche le produzioni artistiche nostrane in un recente passato, ma la storia della Siria, in quanto legata alla storia del popolo curdo, è anche storia scomoda. Infatti quel Paese, la vicenda della famiglia Assad, da molti osannato come legittimo sovrano non ostante il popolo siriano si fosse sollevato a gran voce contro il suo pugno di ferro nel governare, ricorda da vicino la modalità con cui stiamo trattando la guerra in Ucraina, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. 

Parlo di governanti, non di popoli, i quali sono ignari e innocenti nel loro non prendere parte ai rapporti di forza tra nazioni e capi di stato, tra politici e capitale, e spesso finiscono solo col fare da danno collaterale o carne da cannone. E’ logico allora che la rimozione giochi un ruolo fondamentale per non far pensare l’opinione pubblica occidentale, ed è altrettanto logico che l’arte si occupi invece proprio di far riflettere.

 


Ma veniamo alla pellicola in oggetto. Protagonista è Jasmine Trinca nei panni di una giornalista italiana che ha deciso di piantare radici in Egitto e da lì viaggiare per il Medio Oriente, in questo caso in Siria, per narrare da indipendente i fatti del mondo. Dopo aver scattato col cellulare immagini di una chiesa cristiana vandalizzata da Daesh, la nostra protagonista viene fermata e imprigionata proprio dagli aderenti al Califfato.

E mentre, si scopre, uno dei suoi accompagnatori è una spia al soldo di Assad, avendo fatto parte per molto tempo del di lui esercito, la donna viene accompagnata in un campo di prigionia dove inizia a relazionarsi con la moglie di un mujahid, un soldato-martire. E’ su questa seconda parte della pellicola che si regge tutta l’opera, con quel seguirsi implacabile di campi e controcampi che svelano le ragioni dell’una donna come dell’altra (interpretata da una bravissima Isabella Nefar).

Ed è qui che purtroppo il film mostra qualche debolezza. Come avvenuto infatti per Dogman di Matteo Garrone, anche qui nella protagonista dell’opera avviene una mutazione antropologica, solo che noi a questa mutazione arriviamo da semplici spettatori. Né Trinca né Cremonini attraverso lei ci mostrano, se non tramite un inserto onirico purtroppo buttato lì e nulla più, la metamorfosi della donna e le sue ragioni.

 


Sarà che Cronenberg (vedasi la doppia performance di Jeremy Irons in Inseparabili) ci aveva abituato bene, a vedere scandagliata ogni piega dell’anima (e del corpo). Sarà che anche il ‘neorealismo interiore’ di un Rossellini (Stromboli Terra di Dio il paragone più calzante) era più teso ad accompagnare lo spettatore verso una trasfigurazione ancorché disturbante, ma pur con le dovute differenze possiamo dire che il cinema italiano contemporaneo non vuole o non sa mostrarci l’interiorità dei personaggi che racconta.

Peccato, perché dato soggetto, storia e parti coinvolte la voglia di assistere a un’opera compiuta era senz’altro notevole. Peccato perché tra i film che raccontano il Califfato Nero e i suoi rapporti con l’Occidente il migliore resta ancora L’Età Giovane dei Fratelli Dardenne (e non che i due belgi non ci avessero avvisato con quell’opera su quanto comunque è difficile relazionarsi con l’alterità).

Resta comunque, dopo la visione, la sensazione di essersi confrontati con un’opera coraggiosa, che ha colto il sapore di un presente mutato nella sua coscienza da propagande opposte ma speculari, e che anche se non ha saputo restituire a pieno l’umanità dei contendenti ha comunque provato a relazionarsi con qualcosa che ora forse cova sotto le ceneri ma che, lo sappiamo, potrebbe ripresentarsi a breve sul proscenio della storia se ce ne sarà bisogno.

 


domenica 15 gennaio 2023

Ma Nuit di Antoinette Boulat

Direttrice di casting per Wes Anderson e Sofia Coppola, Boulat firma con questo film la sua prima regia. Ed è semplicemente eccezionale. Si percepisce una certa sensibilità per quell’età in penombra che è la (post) adolescenza, per i lutti, per l’introspezione, per le letture, senza dimenticare i primi piani indagatori e le lunghe disquisizioni filosofiche che mettono quest’opera prima a cavallo tra il cinema di Godard (soprattutto quello di Vivre Sa Vie) e quello dei Dardenne (Rosetta, ma senza l’impegno civile: si tratta tutto sommato di un non meno necessario impegno esistenziale).

Ma veniamo alla trama. Marion (la bravissima Lou Lampros) è una diciottenne che, il giorno del compleanno della defunta sorella, abbandona madre e amici che vorrebbero festeggiare la defunta e in qualche modo annullare il senso di morte che incombe su di loro. Ma lei non ci sta. E allora esce di casa abbandonando cellulare e soldi (nudità totale quindi, lasciando nella dimora materna i simboli di come ci si protegge dalla nuda realtà nel mondo contemporaneo) e si ritrova con amiche e qualche sconosciuto.

Marion è anche scrittrice e attrice, oltre che fotografa, ed ecco che di fronte ai compagni stupiti si trova a recitare, durante un gioco, un toccante monologo per la sorella morta che in qualche modo ricorda, per assonanza e non per filiazione, la poesia di Emidio Clementi che fruivo da ragazzo grazie alla produzione della band Massimo Volume. Quei rivoli di vento che scompigliavano la relazione diretta tra essere umano e cielo, pari a quel desiderio di dire qualcosa mentre si è colpiti da un uragano.

 


Ma Marion è una ragazza che non si integra, ritiene troppo preziosa la propria individualità e non capisce da dove viene “quel bisogno di stare per forza con qualcuno” e così, anche se partecipa a una festa con musica techno la sera, alla fine se ne va dopo essersi arrabbiata con un’amica ubriaca e col ragazzo di lei che invece di aiutarla la riprende col cellulare mentre vomita. Ed ecco quindi Marion vagare sola, sconsolata e arrabbiata per le strade della città di notte.

La notte è il momento in cui si dorme perché finalmente ci si lascia andare. Ho lavorato pochi anni fa a un progetto artistico sull’insonnia, sul sonno indotto e sulla dimensione ‘altra’ della notte con varie persone e anche partecipanti occasionali (per via di audio con pensieri, ricordi, e quant’altro) e la dimensione di alterità del mondo notturno me la ricordo, sia a livello di esperienza personale che collettiva, come qualcosa di forte, di imponente, di ineluttabile.

Di notte non ci sono gli obblighi e le barriere razionali del giorno, ci sei solo tu con tutti i fantasmi e i desideri che la tua mente può evocare. E agli aiutanti del caso. Per Marion Virgilio assume le sembianze dell’attore Tom Mercier, che nella finzione cinematografica inventa per lei il nome di Alex. Tra Pinocchio nel ventre della balena, la Divina Commedia alla ricerca delle visioni dei propri traumi da superare o il Conte di Montecristo che emerge dal mare rinnovato dentro e fuori, questo romanzo ‘sensoriale’ di formazione, come lo ha definito la regista, è di fatti una prosecuzione di certe storie alchemiche del passato.

 


Dopo aver aiutato Marion a liberarsi di due ubriachi molesti e aver perso il motorino (come Marion è senza cellulare … ), lei e Alex attraversano assieme Parigi di notte, tra, di nuovo, pensieri, parole, opere, citazioni di libri, un po’ di fumo, un tuffo nella Senna e una capatina al pronto soccorso prima di rifugiarsi nell’appartamento di lui con quel buffo coinquilino di colore sordo e libri dappertutto. Non sapremo se sia il preludio a una amicizia o a una storia d’amore, Boulat si mantiene sul crinale, sul bordo, sulla linea di confine, quello che sappiamo è che una notte per elaborare un lutto può essere più che sufficiente.

E allora eccoci davanti a un’opera che, non ostante possa essere ricondotta a dei canoni ben precisi del cinema d’Oltralpe e di certa letteratura iniziatica (ci abbiamo provato anche noi in questa recensione) resta comunque un’opera indipendente per una sua certa forza immaginifica. Di fronte a certe fronde degli alberi ti rendi conto che non si vive solo di citazioni ma anche di novità tra le immagini di questa pellicola, e che ascoltare field recordings in una apparentemente tranquilla notte ha senso perché si può finalmente ascoltarsi dentro senza bisogno di ripararsi da una pioggia e da tuoni che vengono chissà da dove ma che non sono presenti né minacciosi, e per inciso è la più bella recensione o critica che si possa fare a certe operazioni artistiche. Basta la poesia di un’opera d’arte …

Ma Nuit resterà sicuramente in questo 2023 come una delle opere più interessanti, sebbene non abbia la magniloquenza e l’ambizione di certo cinema d’autore ma voglia solo essere sé stessa, un’occasione per chi osserva il film di riflettere, ascoltarsi, guardarsi dentro. Introspezione favorita da una attitudine antidivistica di Boulat, che presumo potrebbe avere una carriera, in futuro, poco illuminata dai riflettori della critica e del botteghino ma che potrebbe offrirci, è quello che speriamo, opere di qualità e necessarie come questa.

 


Per il momento ci accontentiamo di aver assistito a un piccolo capolavoro che ci ha commossi e fatto sorridere a tratti, e che ci ha concesso anche di identificarci non tanto per una questione di vissuto – in fondo non tutti abbiamo avuto lutti famigliari, ma tutti abbiamo attraversato delle notti, anche metaforicamente – quanto per la sensibilità di tutte le parti in causa, creative e tecniche, di creare qualcosa di vivo, palpitante, vero, necessario.

venerdì 25 novembre 2022

Tori e Lokita di Jean Pierre e Luc Dardenne

Ieri notte stavo ascoltando Songs for Distingué Lovers di Billie Holiday, e mi sono ritrovato di fronte al contrasto tra la voce di Eleanora Fagan, tremante ma precisa come una lama di coltello, e il sax caldo e avvolgente di Ben Webster. Il blues è così: ti pugnala dritto al cuore mentre ti avvolge con le sue spire e ansiti d’amore. Ma il blues non è metafisica. E’ un sentimento dettato dall’amore per la vita non ostante la vita che come minoranza sei costretto a vivere.

I fratelli Dardenne questa cosa devono saperla, perché è dal lontano 1996 che ci fanno innamorare di personaggi le cui vite spesso insensate o ingiuste sono specchio di quanto succede non lontano da noi. E così confezionano pellicole con dei protagonisti umani che fanno quello che fanno tutte le persone umane in un mondo che umano non è: soccombono di fronte ai nostri occhi. A volte i loro film sono anche utili, come testimonia la Legge Rosetta contro il lavoro minorile che è stata approvata nel loro Belgio a partire dal nome della protagonista di una loro pellicola.

Ma i fratelli Dardenne non scrivono mai dei manifesti politici. I loro film sono film politici perché raccontano di carne e sangue in un mondo fatto di carichi residuali e linguaggio politico che quella carne e sangue riduce a poltiglia, come è sempre stato. Solo che loro vanno al cuore delle contraddizioni. Non so come è stata scritta la sceneggiatura di questo film, ad esempio. Ma immagino lunghe chiacchierate con profughi, clandestini, magari anche qualche mezzo criminale, non so, ma la scrittura è troppo densa di dettagli per essere stata lasciata al caso. Mie illazioni comunque, mi perdonerete.

 


E dunque il film non solo è bello, ma è utile se volete sapere come vivono certe persone che pare debbano avere, nel cuore della civile Europa, un marchio d’infamia per via della loro origine o per via del colore della loro pelle. “Non ci vogliono qui, è per questo [che ci rendono tutto difficile con la burocrazia]” dice Tori a Lokita verso la metà del film, prima che la giovane sedicenne decida di rivolgersi alla malavita per ottenere dei documenti falsi. Ma andiamo con ordine.

Il film si apre appunto su un interrogatorio burocratico a Lokita. La ragazza si finge sorella del decenne Tori, che in passato nel suo Paese è stato accusato di essere un bambino stregone e quindi perseguitato. Ma qualcosa non va. Lokita fa fatica a costruire un racconto coerente, si perde, sta male (deve prendere medicine per l’ansia e gli attacchi di panico), e allora la rimandano indietro. Al centro i due ragazzi dormono e mangiano, ma poi devono pensare alle incombenze degli adulti che hanno lasciato nelle loro patrie.

Infatti i genitori di Tori e soprattutto di Lokita ci contano sui loro guadagni. I due ragazzini pertanto spacciano droga per un cuoco di un ristorante (che trova persino il tempo per chiedere a Lokita un ‘favore personale’, molto personale … ) in vari locali della città, prima di tornare a casa per le dieci quando chiude il centro in cui sono accolti. Tra un incontro obbligato coi trafficanti che rivogliono indietro i soldi anticipati per il viaggio e altri incontri con l’ufficio immigrazione viene scandita la vita dei due ragazzi.

 


Fino a che a Lokita viene imposto un test del DNA per sancire la parentela o meno col più giovane ragazzino e decide quindi di non rivolgersi più allo Stato ma alla criminalità organizzata: sarà di nuovo il cuoco a proporle un lavoro di tre mesi in una piantagione clandestina di marijuana, passati i quali per lei ci sono i documenti tanto agognati. Peccato che Lokita senta fortemente la mancanza di Tori. Peccato che tutto ciò che può andare storto lo farà.

Peccato che i due si sarebbero potuti salvare, se le nostre paure e meccanismi automatici di difesa non entrassero in funzione sempre di fronte alle persone più deboli. Attori presi dalla strada, Joely Mundu e Pablo Schills funzionano alla perfezione, meglio di qualsiasi attore professionista. Immagino momenti carichi di empatia e istruzioni per far funzionare tutto al meglio, ma del resto è da Pasolini in poi che sappiamo come vanno certe cose.

C’è chi dice che i Dardenne fanno sempre lo stesso film: se così fosse, ogni volta il buco da loro scavato si approfondisce di più e ci mostra sempre più in profondità come la nostra umanità si sta perdendo per strada. Difficile stabilire se ciò sia dovuto alla loro determinazione o alla nostra. Sta di fatto che il loro cinema è tornato, indispensabile, secco, asciutto, non romantico ma preciso come un orologio svizzero. E’ tanto, in un mondo di supereroi e domande esistenziali che spesso girano a vuoto. 


 

sabato 6 novembre 2021

L’Evénement - La scelta di Anne di Audrey Diwan

E così ce l’hanno fatta, a far uscire due film dai lati opposti della barricata più o meno contemporaneamente. Un film per l’aborto, e un film contrario. Sintomatica, questa divisione, dei tempi in cui viviamo. Purtroppo non sono riuscito a vederli entrambi, e quindi non posso esaminare per dovere di critica i dispositivi retorici di entrambi. Ma posso iniziare dicendovi di quali film si tratta. Il primo, vincitore dell’ultimo concorso cinematografico nella nostra Venezia, è questo L’Evénemen – La scelta di Anne, che ho visto ieri pomeriggio. L’altro è Unplanned, La Vera Storia di Abbey Johnson di Chuck Konzelman e Cary Solomon. 

Detto che non posso quindi smontare direttamente il meccanismo retorico degli ‘opposti estremismi’, o meglio dire delle opposte posizioni, e quindi non posso stabilire né da che parte (cinematografica, ovvio) collocarmi, posso dirvi che alla fine della visione della pellicola di Adrey Diwan ho pensato che il cinema ha probabilmente esaurito o consumato i suoi genii, ma che non ostante tutto ha fatto, grazie ai suddetti maestri del passato, passi da gigante. E così questa pellicola, dove a tratti – solo a tratti, si badi bene - Anamaria Vartolomei ovvero Anne è braccata dalla macchina da presa come avevano fatto i Dardenne con Emilie Duquenne in Rosetta, è debitrice tanto al Godard di Je Vous Salue, Marie, quanto a Cronenberg, tra gli altri.

Mi conforta sapere che quei discorsi non sono stati abbandonati. In fondo è evidente che questa pellicola pur nel suo essere minimal si vuole cruda per uno scopo, ovvero dimostrare quanto è difficile per una donna vivere in un mondo non fatto su misura per lei dal punto di vista legislativo. Così come Unplanned, almeno da quanto ne ho letto, lo è per lo scopo opposto. Quello che posso dire di questo film è che pur essendo la risposta – per nesso logico e non causale – al precedente, è capace di farti provare orrore e sgomento, assieme a una certa dose di mai abbastanza lodata empatia.


 

Anne, la protagonista, infatti, è una studentessa universitaria, o meglio una studentessa che deve fare gli esami di ammissione all’università. Il suo desiderio è insegnare letteratura francese. Passa il suo tempo scolastico e parte di quello libero sui libri, dedicando un’altra parte del proprio tempo per il riposo alla vita sociale in locali che frequenta con amici. Una ragazza normale che però, nella Francia degli anni Sessanta, deve stare attenta, molto attenta al sesso. Se infatti rimanesse incinta e decidesse di abortire, per qualsiasi motivo, si ritroverebbe in grossi guai con la legge. 

Purtroppo Anne ha una relazione con uno studente di scienze politiche più grande di lei di qualche anno, e finisce proprio per ritrovarsi in stato interessante. Anne non vuole tenere il figlio, ma impossibilitata all’aborto, non riesce più nemmeno a studiare. Come Antigone, si trova praticamente murata viva e solo per il fatto di seguire la sua ‘voce del cuore’, invece di trovarsi in pieno accordo con la morale comune o meglio del Potere. L’angoscia che deriva da questo stato è quasi insostenibile. Ed ecco che Anne entra in un vero e proprio tritacarne emozionale ma anche fisico.

Si parte con un medico che le offre un medicinale che però rafforza il feto invece che espellerlo come promesso – non tutti i dottori hanno la fedina emozionale e intenzionale pulita – per poi proseguire con tentativi di aborto casalingo autogestiti, fino ad arrivare all’aborto clandestino vero e proprio, dove a seguito del secondo tentativo si arriverà quasi alla catastrofe. Nel frattempo, come in un film di Cronenberg stile Inseparabili, noi vediamo Anne che si inietta medicinali con una siringa, che si infilza l’utero con un ferro da calza sterilizzato con un accendino, che si sottopone a ben due interventi in casa di una mammana.

 


La macchina da presa è sempre su di lei in questi frangenti. Rispettosa ma senza risparmiare l’emotività allo spettatore. E questo appunto sia perché è un meccanismo retorico, il mostrare la verità per chiedere allo spettatore di prendere parte alla ‘buona battaglia’, sia per dovere di cronaca. Lo sguardo del regista infatti come quello dello spettatore vuole vedere, ovvero vuole sapere. E questo desiderio di sapere, sebbene abbia dei limiti che qui comunque non sono superati, richiede comunque anche soddisfazione pur pagando un tributo in sofferenza. Qualcuno la chiama pulsione scopica, qualcun altro masochismo – non è un giudizio di valore sul film, sia chiaro. 

Eppure Anne è un soggetto desiderante. Desidera una carriera, un posto nel mondo, e qualcosa che la morale comune non può darle. Quando parla con gli uomini spesso ha lo sguardo perso nel vuoto, sia per difendersi e non far trapelare le emozioni, anzi quasi per non provarle, sia perché stranita dall’atteggiamento di faciloneria di chi, come il suo amico Jean, dopo quasi averle rifiutato il conforto per il suo terribile segreto, le propone del sesso perché tanto essendo già incinta nessuno dei due corre dei rischi. Non c’è un discorso militante sullo sguardo degli uomini su Anne, ma è chiaro che lei è l’unica che sa cosa vuole e che è disposta a tutto per raggiungere il proprio obiettivo. Anche se per ottenerlo deve vivere come un animale braccato. Le altre persone, come le amiche, si limitano a fantasticare di trasgredire ma restano nell’al di qua della frustrazione.

Ed ecco che allora il mondo in cui vive Anne si rivela come un mondo cinico: nessuno le chiede cosa desidera, cosa vuole fare, il suo volere pare non contare nulla se non per se stessa. E allora il modo con cui la protagonista di questo film rischia col proprio corpo e coi nervi tesi delle proprie emozioni è una sfida prepolitica, di quelle che il cinema più serio e non ideologico – ma leggetevi Marx su che cosa significhi ideologia: avrete una sorpresa – ha imparato a descrivere in questi decenni, a partire dalle “vagues” degli anni Sessanta e forse anche prima, perché voi potrete anche decidere autonomamente da che parte della barricata stare – ed è una guerra, basti vedere come viene disattesa la 194 in alcune regioni italiane oggi nel 2021 – ma questo film ha senz’altro il pregio dell’onestà, dell’amore per la creatura cinematografica che porta sulla scena, della volontà di testimoniare cosa è stato per tante, tantissime giovani o meno giovani donne. Magari questo film non finirà tra i capolavori di questi anni, sempre ce ne siano, ma è già tantissimo.