Direttrice di casting per Wes Anderson e Sofia Coppola, Boulat firma con questo film la sua prima regia. Ed è semplicemente eccezionale. Si percepisce una certa sensibilità per quell’età in penombra che è la (post) adolescenza, per i lutti, per l’introspezione, per le letture, senza dimenticare i primi piani indagatori e le lunghe disquisizioni filosofiche che mettono quest’opera prima a cavallo tra il cinema di Godard (soprattutto quello di Vivre Sa Vie) e quello dei Dardenne (Rosetta, ma senza l’impegno civile: si tratta tutto sommato di un non meno necessario impegno esistenziale).
Ma veniamo alla trama. Marion (la bravissima Lou Lampros) è una diciottenne che, il giorno del compleanno della defunta sorella, abbandona madre e amici che vorrebbero festeggiare la defunta e in qualche modo annullare il senso di morte che incombe su di loro. Ma lei non ci sta. E allora esce di casa abbandonando cellulare e soldi (nudità totale quindi, lasciando nella dimora materna i simboli di come ci si protegge dalla nuda realtà nel mondo contemporaneo) e si ritrova con amiche e qualche sconosciuto.
Marion è anche scrittrice e attrice, oltre che fotografa, ed ecco che di fronte ai compagni stupiti si trova a recitare, durante un gioco, un toccante monologo per la sorella morta che in qualche modo ricorda, per assonanza e non per filiazione, la poesia di Emidio Clementi che fruivo da ragazzo grazie alla produzione della band Massimo Volume. Quei rivoli di vento che scompigliavano la relazione diretta tra essere umano e cielo, pari a quel desiderio di dire qualcosa mentre si è colpiti da un uragano.
Ma Marion è una ragazza che non si integra, ritiene troppo preziosa la propria individualità e non capisce da dove viene “quel bisogno di stare per forza con qualcuno” e così, anche se partecipa a una festa con musica techno la sera, alla fine se ne va dopo essersi arrabbiata con un’amica ubriaca e col ragazzo di lei che invece di aiutarla la riprende col cellulare mentre vomita. Ed ecco quindi Marion vagare sola, sconsolata e arrabbiata per le strade della città di notte.
La notte è il momento in cui si dorme perché finalmente ci si lascia andare. Ho lavorato pochi anni fa a un progetto artistico sull’insonnia, sul sonno indotto e sulla dimensione ‘altra’ della notte con varie persone e anche partecipanti occasionali (per via di audio con pensieri, ricordi, e quant’altro) e la dimensione di alterità del mondo notturno me la ricordo, sia a livello di esperienza personale che collettiva, come qualcosa di forte, di imponente, di ineluttabile.
Di notte non ci sono gli obblighi e le barriere razionali del giorno, ci sei solo tu con tutti i fantasmi e i desideri che la tua mente può evocare. E agli aiutanti del caso. Per Marion Virgilio assume le sembianze dell’attore Tom Mercier, che nella finzione cinematografica inventa per lei il nome di Alex. Tra Pinocchio nel ventre della balena, la Divina Commedia alla ricerca delle visioni dei propri traumi da superare o il Conte di Montecristo che emerge dal mare rinnovato dentro e fuori, questo romanzo ‘sensoriale’ di formazione, come lo ha definito la regista, è di fatti una prosecuzione di certe storie alchemiche del passato.
Dopo aver aiutato Marion a liberarsi di due ubriachi molesti e aver perso il motorino (come Marion è senza cellulare … ), lei e Alex attraversano assieme Parigi di notte, tra, di nuovo, pensieri, parole, opere, citazioni di libri, un po’ di fumo, un tuffo nella Senna e una capatina al pronto soccorso prima di rifugiarsi nell’appartamento di lui con quel buffo coinquilino di colore sordo e libri dappertutto. Non sapremo se sia il preludio a una amicizia o a una storia d’amore, Boulat si mantiene sul crinale, sul bordo, sulla linea di confine, quello che sappiamo è che una notte per elaborare un lutto può essere più che sufficiente.
E allora eccoci davanti a un’opera che, non ostante possa essere ricondotta a dei canoni ben precisi del cinema d’Oltralpe e di certa letteratura iniziatica (ci abbiamo provato anche noi in questa recensione) resta comunque un’opera indipendente per una sua certa forza immaginifica. Di fronte a certe fronde degli alberi ti rendi conto che non si vive solo di citazioni ma anche di novità tra le immagini di questa pellicola, e che ascoltare field recordings in una apparentemente tranquilla notte ha senso perché si può finalmente ascoltarsi dentro senza bisogno di ripararsi da una pioggia e da tuoni che vengono chissà da dove ma che non sono presenti né minacciosi, e per inciso è la più bella recensione o critica che si possa fare a certe operazioni artistiche. Basta la poesia di un’opera d’arte …
Ma Nuit resterà sicuramente in questo 2023 come una delle opere più interessanti, sebbene non abbia la magniloquenza e l’ambizione di certo cinema d’autore ma voglia solo essere sé stessa, un’occasione per chi osserva il film di riflettere, ascoltarsi, guardarsi dentro. Introspezione favorita da una attitudine antidivistica di Boulat, che presumo potrebbe avere una carriera, in futuro, poco illuminata dai riflettori della critica e del botteghino ma che potrebbe offrirci, è quello che speriamo, opere di qualità e necessarie come questa.
Per il momento ci accontentiamo di aver assistito a un piccolo capolavoro che ci ha commossi e fatto sorridere a tratti, e che ci ha concesso anche di identificarci non tanto per una questione di vissuto – in fondo non tutti abbiamo avuto lutti famigliari, ma tutti abbiamo attraversato delle notti, anche metaforicamente – quanto per la sensibilità di tutte le parti in causa, creative e tecniche, di creare qualcosa di vivo, palpitante, vero, necessario.



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