domenica 29 gennaio 2023

Profeti di Alessio Cremonini

Opera cinematografica terza per Cremonini, Profeti segue di quattro anni Sulla Mia Pelle, resoconto duro e crudo sulla morte di Stefano Cucchi, ed ha il merito di riportare a galla storie rimosse dalla nostra coscienza collettiva, quasi che il regista abbia deciso di riaprire una ferita per farle prendere aria fresca. Chi si ricorda infatti della Siria della guerra civile e della guerra contro il Califfato Nero oggi? Nessuno.

Eppure quella storia in qualche modo ha toccato anche le produzioni artistiche nostrane in un recente passato, ma la storia della Siria, in quanto legata alla storia del popolo curdo, è anche storia scomoda. Infatti quel Paese, la vicenda della famiglia Assad, da molti osannato come legittimo sovrano non ostante il popolo siriano si fosse sollevato a gran voce contro il suo pugno di ferro nel governare, ricorda da vicino la modalità con cui stiamo trattando la guerra in Ucraina, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. 

Parlo di governanti, non di popoli, i quali sono ignari e innocenti nel loro non prendere parte ai rapporti di forza tra nazioni e capi di stato, tra politici e capitale, e spesso finiscono solo col fare da danno collaterale o carne da cannone. E’ logico allora che la rimozione giochi un ruolo fondamentale per non far pensare l’opinione pubblica occidentale, ed è altrettanto logico che l’arte si occupi invece proprio di far riflettere.

 


Ma veniamo alla pellicola in oggetto. Protagonista è Jasmine Trinca nei panni di una giornalista italiana che ha deciso di piantare radici in Egitto e da lì viaggiare per il Medio Oriente, in questo caso in Siria, per narrare da indipendente i fatti del mondo. Dopo aver scattato col cellulare immagini di una chiesa cristiana vandalizzata da Daesh, la nostra protagonista viene fermata e imprigionata proprio dagli aderenti al Califfato.

E mentre, si scopre, uno dei suoi accompagnatori è una spia al soldo di Assad, avendo fatto parte per molto tempo del di lui esercito, la donna viene accompagnata in un campo di prigionia dove inizia a relazionarsi con la moglie di un mujahid, un soldato-martire. E’ su questa seconda parte della pellicola che si regge tutta l’opera, con quel seguirsi implacabile di campi e controcampi che svelano le ragioni dell’una donna come dell’altra (interpretata da una bravissima Isabella Nefar).

Ed è qui che purtroppo il film mostra qualche debolezza. Come avvenuto infatti per Dogman di Matteo Garrone, anche qui nella protagonista dell’opera avviene una mutazione antropologica, solo che noi a questa mutazione arriviamo da semplici spettatori. Né Trinca né Cremonini attraverso lei ci mostrano, se non tramite un inserto onirico purtroppo buttato lì e nulla più, la metamorfosi della donna e le sue ragioni.

 


Sarà che Cronenberg (vedasi la doppia performance di Jeremy Irons in Inseparabili) ci aveva abituato bene, a vedere scandagliata ogni piega dell’anima (e del corpo). Sarà che anche il ‘neorealismo interiore’ di un Rossellini (Stromboli Terra di Dio il paragone più calzante) era più teso ad accompagnare lo spettatore verso una trasfigurazione ancorché disturbante, ma pur con le dovute differenze possiamo dire che il cinema italiano contemporaneo non vuole o non sa mostrarci l’interiorità dei personaggi che racconta.

Peccato, perché dato soggetto, storia e parti coinvolte la voglia di assistere a un’opera compiuta era senz’altro notevole. Peccato perché tra i film che raccontano il Califfato Nero e i suoi rapporti con l’Occidente il migliore resta ancora L’Età Giovane dei Fratelli Dardenne (e non che i due belgi non ci avessero avvisato con quell’opera su quanto comunque è difficile relazionarsi con l’alterità).

Resta comunque, dopo la visione, la sensazione di essersi confrontati con un’opera coraggiosa, che ha colto il sapore di un presente mutato nella sua coscienza da propagande opposte ma speculari, e che anche se non ha saputo restituire a pieno l’umanità dei contendenti ha comunque provato a relazionarsi con qualcosa che ora forse cova sotto le ceneri ma che, lo sappiamo, potrebbe ripresentarsi a breve sul proscenio della storia se ce ne sarà bisogno.

 


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