E così ce l’hanno fatta, a far uscire due film dai lati opposti della barricata più o meno contemporaneamente. Un film per l’aborto, e un film contrario. Sintomatica, questa divisione, dei tempi in cui viviamo. Purtroppo non sono riuscito a vederli entrambi, e quindi non posso esaminare per dovere di critica i dispositivi retorici di entrambi. Ma posso iniziare dicendovi di quali film si tratta. Il primo, vincitore dell’ultimo concorso cinematografico nella nostra Venezia, è questo L’Evénemen – La scelta di Anne, che ho visto ieri pomeriggio. L’altro è Unplanned, La Vera Storia di Abbey Johnson di Chuck Konzelman e Cary Solomon.
Detto che non posso quindi smontare direttamente il meccanismo retorico degli ‘opposti estremismi’, o meglio dire delle opposte posizioni, e quindi non posso stabilire né da che parte (cinematografica, ovvio) collocarmi, posso dirvi che alla fine della visione della pellicola di Adrey Diwan ho pensato che il cinema ha probabilmente esaurito o consumato i suoi genii, ma che non ostante tutto ha fatto, grazie ai suddetti maestri del passato, passi da gigante. E così questa pellicola, dove a tratti – solo a tratti, si badi bene - Anamaria Vartolomei ovvero Anne è braccata dalla macchina da presa come avevano fatto i Dardenne con Emilie Duquenne in Rosetta, è debitrice tanto al Godard di Je Vous Salue, Marie, quanto a Cronenberg, tra gli altri.
Mi conforta sapere che quei discorsi non sono stati abbandonati. In fondo è evidente che questa pellicola pur nel suo essere minimal si vuole cruda per uno scopo, ovvero dimostrare quanto è difficile per una donna vivere in un mondo non fatto su misura per lei dal punto di vista legislativo. Così come Unplanned, almeno da quanto ne ho letto, lo è per lo scopo opposto. Quello che posso dire di questo film è che pur essendo la risposta – per nesso logico e non causale – al precedente, è capace di farti provare orrore e sgomento, assieme a una certa dose di mai abbastanza lodata empatia.
Anne, la protagonista, infatti, è una studentessa universitaria, o meglio una studentessa che deve fare gli esami di ammissione all’università. Il suo desiderio è insegnare letteratura francese. Passa il suo tempo scolastico e parte di quello libero sui libri, dedicando un’altra parte del proprio tempo per il riposo alla vita sociale in locali che frequenta con amici. Una ragazza normale che però, nella Francia degli anni Sessanta, deve stare attenta, molto attenta al sesso. Se infatti rimanesse incinta e decidesse di abortire, per qualsiasi motivo, si ritroverebbe in grossi guai con la legge.
Purtroppo Anne ha una relazione con uno studente di scienze politiche più grande di lei di qualche anno, e finisce proprio per ritrovarsi in stato interessante. Anne non vuole tenere il figlio, ma impossibilitata all’aborto, non riesce più nemmeno a studiare. Come Antigone, si trova praticamente murata viva e solo per il fatto di seguire la sua ‘voce del cuore’, invece di trovarsi in pieno accordo con la morale comune o meglio del Potere. L’angoscia che deriva da questo stato è quasi insostenibile. Ed ecco che Anne entra in un vero e proprio tritacarne emozionale ma anche fisico.
Si parte con un medico che le offre un medicinale che però rafforza il feto invece che espellerlo come promesso – non tutti i dottori hanno la fedina emozionale e intenzionale pulita – per poi proseguire con tentativi di aborto casalingo autogestiti, fino ad arrivare all’aborto clandestino vero e proprio, dove a seguito del secondo tentativo si arriverà quasi alla catastrofe. Nel frattempo, come in un film di Cronenberg stile Inseparabili, noi vediamo Anne che si inietta medicinali con una siringa, che si infilza l’utero con un ferro da calza sterilizzato con un accendino, che si sottopone a ben due interventi in casa di una mammana.
La macchina da presa è sempre su di lei in questi frangenti. Rispettosa ma senza risparmiare l’emotività allo spettatore. E questo appunto sia perché è un meccanismo retorico, il mostrare la verità per chiedere allo spettatore di prendere parte alla ‘buona battaglia’, sia per dovere di cronaca. Lo sguardo del regista infatti come quello dello spettatore vuole vedere, ovvero vuole sapere. E questo desiderio di sapere, sebbene abbia dei limiti che qui comunque non sono superati, richiede comunque anche soddisfazione pur pagando un tributo in sofferenza. Qualcuno la chiama pulsione scopica, qualcun altro masochismo – non è un giudizio di valore sul film, sia chiaro.
Eppure Anne è un soggetto desiderante. Desidera una carriera, un posto nel mondo, e qualcosa che la morale comune non può darle. Quando parla con gli uomini spesso ha lo sguardo perso nel vuoto, sia per difendersi e non far trapelare le emozioni, anzi quasi per non provarle, sia perché stranita dall’atteggiamento di faciloneria di chi, come il suo amico Jean, dopo quasi averle rifiutato il conforto per il suo terribile segreto, le propone del sesso perché tanto essendo già incinta nessuno dei due corre dei rischi. Non c’è un discorso militante sullo sguardo degli uomini su Anne, ma è chiaro che lei è l’unica che sa cosa vuole e che è disposta a tutto per raggiungere il proprio obiettivo. Anche se per ottenerlo deve vivere come un animale braccato. Le altre persone, come le amiche, si limitano a fantasticare di trasgredire ma restano nell’al di qua della frustrazione.
Ed ecco che allora il mondo in cui vive Anne si rivela come un mondo cinico: nessuno le chiede cosa desidera, cosa vuole fare, il suo volere pare non contare nulla se non per se stessa. E allora il modo con cui la protagonista di questo film rischia col proprio corpo e coi nervi tesi delle proprie emozioni è una sfida prepolitica, di quelle che il cinema più serio e non ideologico – ma leggetevi Marx su che cosa significhi ideologia: avrete una sorpresa – ha imparato a descrivere in questi decenni, a partire dalle “vagues” degli anni Sessanta e forse anche prima, perché voi potrete anche decidere autonomamente da che parte della barricata stare – ed è una guerra, basti vedere come viene disattesa la 194 in alcune regioni italiane oggi nel 2021 – ma questo film ha senz’altro il pregio dell’onestà, dell’amore per la creatura cinematografica che porta sulla scena, della volontà di testimoniare cosa è stato per tante, tantissime giovani o meno giovani donne. Magari questo film non finirà tra i capolavori di questi anni, sempre ce ne siano, ma è già tantissimo.
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