Le prime scene dell’ultimo lavoro di Almodovar non possono non far pensare a Blow Up di Antonioni. Lì il fotografo che passa dai bassifondi alle modelle, qui una donna che passa dagli scatti alle proprie vicende famigliari, essendo Janis (Penelope Cruz) nipote di un desaparecido, ucciso dai franchisti durante la guerra civile spagnola. Forse il corpo del nonno verrà riesumato, grazie all’aiuto di un antropologo forense che è l’ultimo soggetto delle fotografie della giovane fotografa, di cui, scopriremo nel corso del film, è divenuto amante segreto.
Ecco, è questo muoversi tra dimensione politica (la storia) e dimensione privata (le relazioni d’amore e d’amicizia di Janis e la maternità voluta) la parte interessante di questo film, anche e soprattutto per come vengono trattate. Almodovar non ci mostra un personaggio tutto d’un pezzo e non prende nemmeno un personaggio contraddittorio, pieno cioè di quelle contraddizioni che sono nella vita, per creare un sintomo, come aveva fatto Abel Ferrara con Depardieu in Welcome To New York.
No, la Janis protagonista del film – così chiamata in omaggio a Janis Joplin di cui in una scena del film si sente Summertime – è certamente un personaggio che deve vivere e elaborare un proprio percorso, tra colpi di scena (qualche mio collega ha detto prevedibili, ma non credo fosse lo stupire il pubblico il desiderio del regista, anzi, il proporre una trama per una volta ‘lineare’ può essere un modo per costringere il pubblico a stare di fronte allo schermo approfondendo) e affetti vecchi e nuovi, ma è soprattutto una donna complessa come lo siamo tutti noi per il solo fatto di essere di carne e sangue.
Ecco così che la scena del doppio parto è coinvolgente non solo per la bravura di Almodovar nel riprendere la Cruz e la giovane Milena Smit, coprotagonista, ma proprio perché il regista non ha paura di guardare in maniera frontale la vita che nasce, come le vite spezzate dei contadini che non si volevano sottomettere al regime franchista. Detto che è molto più facile, paradossalmente, sapere da che parte stare quando il tuo nemico ti sta di fronte, piuttosto che in un mondo come il nostro dove il nemico può essere anche dentro di noi, lusingati dal potere.
E qui torna potente il paragone con il film di Antonioni. Se Janis a un certo punto si umilia professionalmente pur di tornare a lavorare fotografando still life di accessori per donne, Thomas invece si perde nell’ingrandimento infinito di un dettaglio che pare sempre più sfuggente, quasi la dimensione cerebrale prendesse il sopravvento su quella fisica. Eppure sotto i suoi occhi forse si è consumato un delitto. Come venirne a capo?
Alla fine Thomas si rassegna a giocare a tennis coi mimi, trovandosi così a pendere dal lato della finzione – immaginiamo che abbandonerà l’idea del libro sui senzatetto in quanto insincero, ad esempio. Il suo omofono potrebbe essere l’Antonio del rosselliniano La Macchina Ammazzacattivi, un uomo dotato di una particolare macchina fotografica che può uccidere i ‘cattivi’ del paese in cui vive. Eliminare la presenza fisica dell’altro non è molto diverso dal gesto dell’ingrandimento ad libitum: vivere di immagini e uccidere con l’immagine, infatti, sono lo stesso gesto.
Molto più simile a Janis è allora Shiniya Tsukamoto, regista e protagonista come innominato fotografo di A Snake of June, dove la macchina fotografica ha il compito di riaccendere la passione erotica tra due coniugi che vivono una relazione basata sulle apparenze e permette loro di vivere finalmente un rapporto che vada al di là della superficie, dentro di essa e a fondo. Perché l’anelare del personaggio di Cruz alla verità storica, riportare al paese le ossa del nonno, è esattamente lo stesso gesto, dato che i Giapponesi paiono ancora traumatizzati da ciò che è successo con la guerra atomica.
Non sembri strano allora che io abbia fatto un elenco di film in cui la protagonista è la fotografia. A parte che ciò mi solleva dal fare spoiler nei confronti di chi il film lo deve ancora vedere – a proposito, lasciate magari un commento sull’eventuale prevedibilità della trama o meno – ma poi mi permette di fare una riflessione usando il cinema come materia pensante e pulsante. Usare i film come parti di un ipertesto significante vuol dire dare loro più concretezza, in un mondo in cui ciò che appare come link sembra più reale delle emozioni che proviamo.
Non possiamo che concludere allora istituendo un ultimo parallelo, quello tra le Madres Paralelas e Mulholland Drive – alla fine stiamo spoilerando, lo so – se non che nell’anello di Moebius lynchiano solo una pistola riesce a bucare lo schermo del sogno, mentre la pellicola dell’ultimo film di Almodovar è fatta di carne e sangue prima ancora che di desiderio, e che queste due dimensioni possano viaggiare separate è una piccola verità che mi andava, oggi, di condividere con i miei lettori. Ma adesso basta parole: andate al cinema!
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