Visualizzazione post con etichetta Welcome To New York. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Welcome To New York. Mostra tutti i post

domenica 12 febbraio 2023

Tàr di Todd Field

Lo ammetto. Non sono mai stato un grande fan della musica classica, al netto dei miei studi universitari che contemplavano un esame di storia della musica (classica appunto) e il mio tentativo di inoltrarmi nelle composizioni orchestrali novecentesche, quelle di Mahler ad esempio, di cui nel film si parla e se ne ascoltano alcuni estratti. Il fatto è che sotto sotto vedevo quei musicisti, direttori di orchestre e pubblico pieni di nevrosi come Isabelle Huppert ne La Pianista, e la cosa grave è che non so se quel film abbia contaminato il mio immaginario o vi si sia solo accodato.

Così, quando ho appreso dell’uscita al cinema di un’opera filmica che parlava di una direttrice d’orchestra dei Berliner Philarmoniker super controversa, ho pensato fosse il caso di prenderne visione anche per fare i conti con le mie idiosincrasie. E devo dire che tutto parte benissimo, con quelle discussioni intellettuali, quelle inside view nel lavoro di direzione, quei dialoghi taglienti a pranzo a base di cultura e ironia rendono benissimo l’atmosfera e l’interiorità dei personaggi.

Ma poi il tutto si perde nel vortice di accuse, perdite di controllo, abbandoni, ipocrisie reciproche senza una direzione certa. Insomma pare che il regista ci dica: io vi snocciolo un po’ di fatti, poi fate voi. Eh no, caro Todd Field, non è così che si fa. Quando Abel Ferrara ci mostra in Welcome To New York un fatto analogo, lui e il suo sceneggiatore, che tra l’altro è anche uno psichiatra, due domande se le fanno, e si danno anche due risposte prima di mettersi al lavoro.

 


Qui invece è tutto lasciato allo spettatore. Sta a lui ricostruire, da dettagli minimali, le vicende di Tàr e di Krista Taylor, giovane e promettente allieva che, probabilmente per un affair sentimentale finito male, si ritrova con l’insegnante che le fa praticamente terra bruciata attorno, fino al tragico epilogo. Taylor infatti si suicida, lasciando un biglietto con delle accuse nei confronti della sua ex mentore, cosa che porta quest’ultima in un battibaleno dalle proverbiali stelle alle altrettanto note stalle.

Abbandonata da Francesca, la sua assistente factotum (Noémie Merlant, la pittrice protagonista di Ritratto di Giovane in Fiamme) e dalla compagna, che mal sopporta la sua attrazione per la giovane e talentuosa violoncellista Olga Metkina, oltre che lo scandalo, Lydia Tàr si ritrova a sua volta vittima del balletto sociale che le viene performato intorno. Un ambiente certo non mosso dalla ricerca di una verità, quanto dall’opportunità di evitare scandali, voci, di sporcarsi a propria volta insomma.

Ma se la parte dell’ipocrisia è ben mostrata, è il ritratto di Krista Tàr che non convince. Cate Blanchett sembra in questo caso affrontare, soprattutto nella seconda parte del film, il proprio ruolo come un compito modello, ma senza quella scintilla che ci fa percepire cosa si agita nelle vene della persona cui deve dare carne davanti alla macchina da presa. Krista ad esempio mi ha ricordato, coi suoi monologhi davanti agli studenti, un mio vecchio – e conservatore come lei – maestro di teatro, vittima di un pensiero oramai non più non dico al passo coi tempi ma sguarnito di fronte a domande nuove e pressanti.

 


E se Tàr pare muoversi sicura tra piccinerie storiche come il rapporto tra Mahler e Alma, è con la stessa freddezza che la vediamo passare dalla Germania alla Cina portando con sé il suo know how tecnico artistico, ma come se fosse completamente di vetro dal punto di vista umano. E’ questo eccesso di rispetto che ci risulta sospetto, come se il regista non avesse la curiosità necessaria per affrontare un corpo a corpo con la materia del suo film.

Per questo Tàr risulta un’opera divisa in due. La buona notizia è che la sua lunghezza, le sue tre ore non pesano, pertanto se ne può prendere visione come per stare davanti ad una occasione mancata, cercando di riflettere sul perché di questo, cercando magari altre operazioni cinematografiche simili – un esempio io ve l’ho dato – per fare dei paragoni e affinare così le proprie capacità di giudizio critico.

Ma senz’altro Tàr è uno di quei film ‘da Oscar’ appunto, che meritano di fronte alle platee un plauso per aver citato un tema – così come nella musica trap una barra con un riferimento impegnato trasforma tutto il disco di quel dato artista in un disco impegnato, così d’emblé e magicamente – indipendentemente da come lo sviluppano. Insomma, Blanchett avrà pure tolto le castagne dal fuoco a Field, ma una riflessione sulle molestie o le vendette nel mondo dell’arte, e per estensione nella società, gli USA ancora non sono in grado di farla. E questo va detto. 


 

venerdì 29 ottobre 2021

Madres Paralelas di Pedro Almodovar

Le prime scene dell’ultimo lavoro di Almodovar non possono non far pensare a Blow Up di Antonioni. Lì il fotografo che passa dai bassifondi alle modelle, qui una donna che passa dagli scatti alle proprie vicende famigliari, essendo Janis (Penelope Cruz) nipote di un desaparecido, ucciso dai franchisti durante la guerra civile spagnola. Forse il corpo del nonno verrà riesumato, grazie all’aiuto di un antropologo forense che è l’ultimo soggetto delle fotografie della giovane fotografa, di cui, scopriremo nel corso del film, è divenuto amante segreto. 

Ecco, è questo muoversi tra dimensione politica (la storia) e dimensione privata (le relazioni d’amore e d’amicizia di Janis e la maternità voluta) la parte interessante di questo film, anche e soprattutto per come vengono trattate. Almodovar non ci mostra un personaggio tutto d’un pezzo e non prende nemmeno un personaggio contraddittorio, pieno cioè di quelle contraddizioni che sono nella vita, per creare un sintomo, come aveva fatto Abel Ferrara con Depardieu in Welcome To New York.

No, la Janis protagonista del film – così chiamata in omaggio a Janis Joplin di cui in una scena del film si sente Summertime – è certamente un personaggio che deve vivere e elaborare un proprio percorso, tra colpi di scena (qualche mio collega ha detto prevedibili, ma non credo fosse lo stupire il pubblico il desiderio del regista, anzi, il proporre una trama per una volta ‘lineare’ può essere un modo per costringere il pubblico a stare di fronte allo schermo approfondendo) e affetti vecchi e nuovi, ma è soprattutto una donna complessa come lo siamo tutti noi per il solo fatto di essere di carne e sangue.

 


Ecco così che la scena del doppio parto è coinvolgente non solo per la bravura di Almodovar nel riprendere la Cruz e la giovane Milena Smit, coprotagonista, ma proprio perché il regista non ha paura di guardare in maniera frontale la vita che nasce, come le vite spezzate dei contadini che non si volevano sottomettere al regime franchista. Detto che è molto più facile, paradossalmente, sapere da che parte stare quando il tuo nemico ti sta di fronte, piuttosto che in un mondo come il nostro dove il nemico può essere anche dentro di noi, lusingati dal potere. 

E qui torna potente il paragone con il film di Antonioni. Se Janis a un certo punto si umilia professionalmente pur di tornare a lavorare fotografando still life di accessori per donne, Thomas invece si perde nell’ingrandimento infinito di un dettaglio che pare sempre più sfuggente, quasi la dimensione cerebrale prendesse il sopravvento su quella fisica. Eppure sotto i suoi occhi forse si è consumato un delitto. Come venirne a capo?

Alla fine Thomas si rassegna a giocare a tennis coi mimi, trovandosi così a pendere dal lato della finzione – immaginiamo che abbandonerà l’idea del libro sui senzatetto in quanto insincero, ad esempio. Il suo omofono potrebbe essere l’Antonio del rosselliniano La Macchina Ammazzacattivi, un uomo dotato di una particolare macchina fotografica che può uccidere i ‘cattivi’ del paese in cui vive. Eliminare la presenza fisica dell’altro non è molto diverso dal gesto dell’ingrandimento ad libitum: vivere di immagini e uccidere con l’immagine, infatti, sono lo stesso gesto.

 


Molto più simile a Janis è allora Shiniya Tsukamoto, regista e protagonista come innominato fotografo di A Snake of June, dove la macchina fotografica ha il compito di riaccendere la passione erotica tra due coniugi che vivono una relazione basata sulle apparenze e permette loro di vivere finalmente un rapporto che vada al di là della superficie, dentro di essa e a fondo. Perché l’anelare del personaggio di Cruz alla verità storica, riportare al paese le ossa del nonno, è esattamente lo stesso gesto, dato che i Giapponesi paiono ancora traumatizzati da ciò che è successo con la guerra atomica. 

Non sembri strano allora che io abbia fatto un elenco di film in cui la protagonista è la fotografia. A parte che ciò mi solleva dal fare spoiler nei confronti di chi il film lo deve ancora vedere – a proposito, lasciate magari un commento sull’eventuale prevedibilità della trama o meno – ma poi mi permette di fare una riflessione usando il cinema come materia pensante e pulsante. Usare i film come parti di un ipertesto significante vuol dire dare loro più concretezza, in un mondo in cui ciò che appare come link sembra più reale delle emozioni che proviamo.

Non possiamo che concludere allora istituendo un ultimo parallelo, quello tra le Madres Paralelas e Mulholland Drive – alla fine stiamo spoilerando, lo so – se non che nell’anello di Moebius lynchiano solo una pistola riesce a bucare lo schermo del sogno, mentre la pellicola dell’ultimo film di Almodovar è fatta di carne e sangue prima ancora che di desiderio, e che queste due dimensioni possano viaggiare separate è una piccola verità che mi andava, oggi, di condividere con i miei lettori. Ma adesso basta parole: andate al cinema!