Lo ammetto. Non sono mai stato un grande fan della musica classica, al netto dei miei studi universitari che contemplavano un esame di storia della musica (classica appunto) e il mio tentativo di inoltrarmi nelle composizioni orchestrali novecentesche, quelle di Mahler ad esempio, di cui nel film si parla e se ne ascoltano alcuni estratti. Il fatto è che sotto sotto vedevo quei musicisti, direttori di orchestre e pubblico pieni di nevrosi come Isabelle Huppert ne La Pianista, e la cosa grave è che non so se quel film abbia contaminato il mio immaginario o vi si sia solo accodato.
Così, quando ho appreso dell’uscita al cinema di un’opera filmica che parlava di una direttrice d’orchestra dei Berliner Philarmoniker super controversa, ho pensato fosse il caso di prenderne visione anche per fare i conti con le mie idiosincrasie. E devo dire che tutto parte benissimo, con quelle discussioni intellettuali, quelle inside view nel lavoro di direzione, quei dialoghi taglienti a pranzo a base di cultura e ironia rendono benissimo l’atmosfera e l’interiorità dei personaggi.
Ma poi il tutto si perde nel vortice di accuse, perdite di controllo, abbandoni, ipocrisie reciproche senza una direzione certa. Insomma pare che il regista ci dica: io vi snocciolo un po’ di fatti, poi fate voi. Eh no, caro Todd Field, non è così che si fa. Quando Abel Ferrara ci mostra in Welcome To New York un fatto analogo, lui e il suo sceneggiatore, che tra l’altro è anche uno psichiatra, due domande se le fanno, e si danno anche due risposte prima di mettersi al lavoro.
Qui invece è tutto lasciato allo spettatore. Sta a lui ricostruire, da dettagli minimali, le vicende di Tàr e di Krista Taylor, giovane e promettente allieva che, probabilmente per un affair sentimentale finito male, si ritrova con l’insegnante che le fa praticamente terra bruciata attorno, fino al tragico epilogo. Taylor infatti si suicida, lasciando un biglietto con delle accuse nei confronti della sua ex mentore, cosa che porta quest’ultima in un battibaleno dalle proverbiali stelle alle altrettanto note stalle.
Abbandonata da Francesca, la sua assistente factotum (Noémie Merlant, la pittrice protagonista di Ritratto di Giovane in Fiamme) e dalla compagna, che mal sopporta la sua attrazione per la giovane e talentuosa violoncellista Olga Metkina, oltre che lo scandalo, Lydia Tàr si ritrova a sua volta vittima del balletto sociale che le viene performato intorno. Un ambiente certo non mosso dalla ricerca di una verità, quanto dall’opportunità di evitare scandali, voci, di sporcarsi a propria volta insomma.
Ma se la parte dell’ipocrisia è ben mostrata, è il ritratto di Krista Tàr che non convince. Cate Blanchett sembra in questo caso affrontare, soprattutto nella seconda parte del film, il proprio ruolo come un compito modello, ma senza quella scintilla che ci fa percepire cosa si agita nelle vene della persona cui deve dare carne davanti alla macchina da presa. Krista ad esempio mi ha ricordato, coi suoi monologhi davanti agli studenti, un mio vecchio – e conservatore come lei – maestro di teatro, vittima di un pensiero oramai non più non dico al passo coi tempi ma sguarnito di fronte a domande nuove e pressanti.
E se Tàr pare muoversi sicura tra piccinerie storiche come il rapporto tra Mahler e Alma, è con la stessa freddezza che la vediamo passare dalla Germania alla Cina portando con sé il suo know how tecnico artistico, ma come se fosse completamente di vetro dal punto di vista umano. E’ questo eccesso di rispetto che ci risulta sospetto, come se il regista non avesse la curiosità necessaria per affrontare un corpo a corpo con la materia del suo film.
Per questo Tàr risulta un’opera divisa in due. La buona notizia è che la sua lunghezza, le sue tre ore non pesano, pertanto se ne può prendere visione come per stare davanti ad una occasione mancata, cercando di riflettere sul perché di questo, cercando magari altre operazioni cinematografiche simili – un esempio io ve l’ho dato – per fare dei paragoni e affinare così le proprie capacità di giudizio critico.
Ma senz’altro Tàr è uno di quei film ‘da Oscar’ appunto, che meritano di fronte alle platee un plauso per aver citato un tema – così come nella musica trap una barra con un riferimento impegnato trasforma tutto il disco di quel dato artista in un disco impegnato, così d’emblé e magicamente – indipendentemente da come lo sviluppano. Insomma, Blanchett avrà pure tolto le castagne dal fuoco a Field, ma una riflessione sulle molestie o le vendette nel mondo dell’arte, e per estensione nella società, gli USA ancora non sono in grado di farla. E questo va detto.


