Visualizzazione post con etichetta Tori e Lokita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tori e Lokita. Mostra tutti i post

domenica 11 febbraio 2024

Green Border di Agnieska Holland

Viviamo in un mondo dove i soldi possono venire trasferiti da un conto all’altro, anche su conti esteri, in un click, tant’è che da un po’ si parla di rendere possibili per legge i cosiddetti bonifici istantanei in tutta Europa, ma dove le persone non hanno la possibilità di abbandonare scenari di guerra o luoghi a loro poco conformi per tutta una serie di variabili. Se sei nato dalla parte sbagliata del mondo, e cerchi di venire in Europa o in Paesi dove la vita è più tranquilla, ti potresti trovare a dover vivere traversate del deserto e del mare rocambolesche o a venire rimpallato da un confine all’altro come tra Bielorussia e Polonia.

Io Capitano di Matteo Garrone ci ha raccontato il primo ordine di vicende, mentre questo Green Border ci mostra il secondo caso. Siamo nel 2021, e una famiglia di profughi provenienti dalla Siria viene accompagnata su un pullman al confine tra i due Stati e lì abbandonata. Marito, moglie, anziano padre, tre bambini e una donna che si è aggregata al nucleo. Sotto richiesta di soldi vengono portati al confine con la Polonia e aiutati ad attraversarlo. Ma poi, dopo una notte all’addiaccio e un giorno di pioggia fitta, arriveranno i militari che li scorteranno al confine con la Bielorussia, per poi essere di nuovo rimpallati, in un gioco kafkiano e disumano.

A fianco delle vicende di questa famiglia vediamo anche come vengono formati i soldati che di quei confini devono essere guardiani. Istruiti ad essere disumani, a non considerare quei migranti come persone – chi con coscienza porterebbe bambini in quel viaggio? – ma come ‘proiettili umani di Lukashenko’. C’è un ulteriore tassello, ovvero un gruppo di militanti anarchici che porta aiuto ai migranti stando bene attenti a non invadere le zone rosse, quelle proibite ai civili dai militari, cui si aggiunge una psicologa che per puro caso, una notte, trova un giovane, uno dei bambini piccoli della succitata famiglia siriana, a morire tra le sue braccia di annegamento.

 


Tra ferite per i morsi dei cani, tra richieste esorbitanti di soldi per una bottiglia d’acqua, tra l’umanità di chi disobbedisce alla legge per aiutare il prossimo, tra momenti di distensione a suon di rap e beatbox e attimi di convivialità condivisa, la pellicola ci mostra cosa significa vivere in un mondo per lo più disumano e insensato e cercare di non perdersi. Due ore e mezza e più che volano, per via di quanto le immagini, crude e per nulla retoriche, sono coinvolgenti.

Non vogliamo qui fare il confronto con altre pellicole, se non aggiungere che poi ci sarebbe anche da vedere come vivono i migranti una volta giunti in Europa, ma a questo ci hanno pensato i Fratelli Dardenne con Tori e Lokita. Ormai non possiamo dire di non sapere. Aggiungo a queste riflessioni il mio confronto con un paio di anziani fruitori della pellicola, secondo cui il film sarebbe stato troppo pesante e troppo lungo a confronto con quello di Garrone, più ‘leggero’ (sic).

E pensare che io durante la visione del film mi sono guardato intorno, e notando la presenza di diverse persone in sala mi sono detto “Meno male, almeno la gente si renderà conto di con chi si stanno mettendo i nostri di governanti, e di che politiche disumane sono capaci”. E invece chi fruisce questo tipo di film si preoccupa solo del proprio benessere o malessere, incapace, pare, di un quadro più ampio. Almeno in prima battuta. Per questo penso che questo tipo di pellicole, seppure imporanti, siano migliorabili.

 


Ci vorrebbe un momento di metacinema o di ‘rottura della quarta parete’ che aiutasse lo spettatore a riflettere, e a riflettere su di sé. Questo manca in tutte e tre le pellicole citate. Non per colpa dei registi, ma per colpa nostra, del pubblico. Io ad esempio ho paura in questo momento a sporcarmi le mani e a farmi attivista, intanto perché dovrei lasciare il mio territorio, il mio lavoro, la mia vita, - l’Italia non è la Polonia e non posso raggiungere facilmente quei territori – ma poi perché se avete presente la vicenda di Ilaria Salis e il ‘patto’ che i nostri governanti stanno stipulando con Ungheria e democrature simili occorre stare attenti.

Infatti il nostro governo sta ad esempio permettendo il trasferimento degli stabilimenti Fiat in Est Europa, dove la manodopera costa meno, in cambio della estradizione di Antifa anche nostrani nelle loro prigioni: ora, le nostre non sono certo carceri umane, come le cronache di questi giorni ci stanno mostrando, ma quelle sono veramente atroci. Già alcuni attivisti tedeschi sono stati estradati in Ungheria per vivere lo stesso destino di Salis, mi si dice. Non sono un giornalista e non ho la possibilità di fare inchieste e tutte le verifiche del caso, ma se ciò è vero, e non ho motivo di dubitarne, si tratta, assieme al trattamento dei migranti, di un altro grave colpo alla democrazia, per la salute della quale il dissenso interno e il conflitto sano sono fondamentali.

Mi perdonerete pertanto se ho parlato poco del bianco e nero del film, della struttura a episodi, di piani sequenza – che comunque ci sono – e altri ammennicoli, ma in Italia non abbiamo un giornale che sia uno che racconti certe cose, e allora vale la pena lasciarvi con uno squarcio di realtà in attesa che sia una nuova pellicola a raccontarci di ciò che sta succedendo sotto i nostri nasi. Per il resto lascio il tutto alla vostra sensibilità, alla vostra curiosità umana. 

 


venerdì 25 novembre 2022

Tori e Lokita di Jean Pierre e Luc Dardenne

Ieri notte stavo ascoltando Songs for Distingué Lovers di Billie Holiday, e mi sono ritrovato di fronte al contrasto tra la voce di Eleanora Fagan, tremante ma precisa come una lama di coltello, e il sax caldo e avvolgente di Ben Webster. Il blues è così: ti pugnala dritto al cuore mentre ti avvolge con le sue spire e ansiti d’amore. Ma il blues non è metafisica. E’ un sentimento dettato dall’amore per la vita non ostante la vita che come minoranza sei costretto a vivere.

I fratelli Dardenne questa cosa devono saperla, perché è dal lontano 1996 che ci fanno innamorare di personaggi le cui vite spesso insensate o ingiuste sono specchio di quanto succede non lontano da noi. E così confezionano pellicole con dei protagonisti umani che fanno quello che fanno tutte le persone umane in un mondo che umano non è: soccombono di fronte ai nostri occhi. A volte i loro film sono anche utili, come testimonia la Legge Rosetta contro il lavoro minorile che è stata approvata nel loro Belgio a partire dal nome della protagonista di una loro pellicola.

Ma i fratelli Dardenne non scrivono mai dei manifesti politici. I loro film sono film politici perché raccontano di carne e sangue in un mondo fatto di carichi residuali e linguaggio politico che quella carne e sangue riduce a poltiglia, come è sempre stato. Solo che loro vanno al cuore delle contraddizioni. Non so come è stata scritta la sceneggiatura di questo film, ad esempio. Ma immagino lunghe chiacchierate con profughi, clandestini, magari anche qualche mezzo criminale, non so, ma la scrittura è troppo densa di dettagli per essere stata lasciata al caso. Mie illazioni comunque, mi perdonerete.

 


E dunque il film non solo è bello, ma è utile se volete sapere come vivono certe persone che pare debbano avere, nel cuore della civile Europa, un marchio d’infamia per via della loro origine o per via del colore della loro pelle. “Non ci vogliono qui, è per questo [che ci rendono tutto difficile con la burocrazia]” dice Tori a Lokita verso la metà del film, prima che la giovane sedicenne decida di rivolgersi alla malavita per ottenere dei documenti falsi. Ma andiamo con ordine.

Il film si apre appunto su un interrogatorio burocratico a Lokita. La ragazza si finge sorella del decenne Tori, che in passato nel suo Paese è stato accusato di essere un bambino stregone e quindi perseguitato. Ma qualcosa non va. Lokita fa fatica a costruire un racconto coerente, si perde, sta male (deve prendere medicine per l’ansia e gli attacchi di panico), e allora la rimandano indietro. Al centro i due ragazzi dormono e mangiano, ma poi devono pensare alle incombenze degli adulti che hanno lasciato nelle loro patrie.

Infatti i genitori di Tori e soprattutto di Lokita ci contano sui loro guadagni. I due ragazzini pertanto spacciano droga per un cuoco di un ristorante (che trova persino il tempo per chiedere a Lokita un ‘favore personale’, molto personale … ) in vari locali della città, prima di tornare a casa per le dieci quando chiude il centro in cui sono accolti. Tra un incontro obbligato coi trafficanti che rivogliono indietro i soldi anticipati per il viaggio e altri incontri con l’ufficio immigrazione viene scandita la vita dei due ragazzi.

 


Fino a che a Lokita viene imposto un test del DNA per sancire la parentela o meno col più giovane ragazzino e decide quindi di non rivolgersi più allo Stato ma alla criminalità organizzata: sarà di nuovo il cuoco a proporle un lavoro di tre mesi in una piantagione clandestina di marijuana, passati i quali per lei ci sono i documenti tanto agognati. Peccato che Lokita senta fortemente la mancanza di Tori. Peccato che tutto ciò che può andare storto lo farà.

Peccato che i due si sarebbero potuti salvare, se le nostre paure e meccanismi automatici di difesa non entrassero in funzione sempre di fronte alle persone più deboli. Attori presi dalla strada, Joely Mundu e Pablo Schills funzionano alla perfezione, meglio di qualsiasi attore professionista. Immagino momenti carichi di empatia e istruzioni per far funzionare tutto al meglio, ma del resto è da Pasolini in poi che sappiamo come vanno certe cose.

C’è chi dice che i Dardenne fanno sempre lo stesso film: se così fosse, ogni volta il buco da loro scavato si approfondisce di più e ci mostra sempre più in profondità come la nostra umanità si sta perdendo per strada. Difficile stabilire se ciò sia dovuto alla loro determinazione o alla nostra. Sta di fatto che il loro cinema è tornato, indispensabile, secco, asciutto, non romantico ma preciso come un orologio svizzero. E’ tanto, in un mondo di supereroi e domande esistenziali che spesso girano a vuoto.