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domenica 2 aprile 2023

L’Ultima Notte di Amore di Andrea di Stefano

Il tenente di polizia Franco Amore (Pierfrancesco Favino), di stanza a Milano, sta per andare in pensione. Dato che assieme a quel maneggione del cugino della moglie (Antonio Gerardi) si è trovato al momento giusto nel posto giusto, gli viene offerta l’opportunità di lavorare per la mafia cinese. Tutto quello che può andare male andrà male.

Vedremo Amore dividersi tra famiglia e lavoro, tra una sua idea tutta schizofrenica di onestà (basata sulla paura di essere pizzicato sul fatto e perdere la pensione con cui deve anche mantenere una figlia che studia all’estero) in conflitto col bisogno di avere qualche soldo in più sempre per sé e famiglia. Lo vediamo pertanto già in servizio fare da ‘autista’ al già citato Cosimo, mentre questi vende orologi d’oro di contrabbando a questo o quel cliente.

Vedremo Amore cercare di dipanare la matassa dell’agguato, in tempo reale, con la moglie (Linda Caridi) che lo vorrebbe in fuga per salvarsi la vita e un cellulare strappato a una degli aggressori che gli permette di risalire pian piano al famoso bandolo. Ma soprattutto vedremo un prodotto perfetto dove, per una volta, la confezione corrisponde al contenuto.

L’Ultima Notte di Amore infatti è un film secco, asciutto, che non concede nulla (se non quelle melanzane alla parmigiana, ma è un piccolo dettaglio) agli stereotipi con cui un altro regista avrebbe infarcito un film del genere allo scopo di essere ammiccante e strappare qualche, anche piccolo, sorriso. Ma qui la bocca dello spettatore non si piega verso l’alto. Rimane serrata, o a tratti si schiude per lo stupore.

La pellicola di Andrea di Stefano, una carriera iniziata come attore (il primo ruolo importante ne Il Principe di Homburg di Marco Bellocchio fino ad arrivare a Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek) e poi proseguita dietro la macchina da presa con Escobar e The Informer, riesce per la prima volta da tanto tempo a portare certe atmosfere hard boiled senza scopiazzare il cinema americano in una pellicola nostrana.

 


Ben vengano allora le riprese aeree di Milano a inizio film, certi piani sequenza che sottolineano un uso magistrale della MdP, il sound design minimale che si incastra alla presa diretta del suono nei dialoghi, che all’inizio può infastidire ma poi ci si abitua e si è trasportati in medias res, questa Milano notturna che è la vera coprotagonista del film, una connotazione dei personaggi mai moralistica ma sempre pragmatica.

C’è una vecchia diatriba tra i sostenitori del cinema politico e quelli del cinema di genere che va avanti da decenni: c’è infatti chi afferma che il vero cinema politico non sia quello di un Elio Petri, che con Indagine, protagonista Volonté, avrebbe tratteggiato un nevrotico e quindi un personaggio sui generis, mentre un Ferdinando Leo con pellicole come Milano Calibro 9 o Il Poliziotto E’ Marcio – rimasto irreperibile per trent’anni – avrebbe mostrato la vera violenza in seno alle forze dell’ordine.

Diatriba vecchia, che più che altro mostra come il cinema di genere abbia dovuto sgomitare per farsi accettare dall’intellighentzjia, ma questo L’Ultima Notte di Amore, che unisce il meglio del cinema autoriale e di genere, potrebbe essere una prima interessante sintesi di entrambe le tendenze. Esibendo Favino e la sua magistrale interpretazione, ma non solo, dato che tutti gli attori sono bravi e sanno stare al loro posto senza la ‘tradizionale’ regia alla Kubrick, Di Stefano ci porta in un mondo verosimile o veritiero senza moraleggiare e, nello stesso tempo, senza giustificare nessuno.

Spetterà poi allo spettatore capire quanto siano importanti i soldi per vivere in una città come Milano al giorno d’oggi, e quanto quei soldi sia importante procurarseli ad ogni costo anche per gli scopi non diciamo più nobili ma più normali. Spetterà sempre allo spettatore confrontarsi con forze dell’ordine per cui arrotondare o aspettare il colpo della vita sia importante per levarsi il fango dalle scarpe e, almeno per una volta, riuscire a progettare qualcosa di sensato.

Sarà sempre compito dello spettatore vivere sulla propria pelle in prima persona lo smarrimento del protagonista con l’agguato, strutturato in modo tale da far sì che esso venga introdotto in una atmosfera di smarrimento e di caos, fino a recuperare, seguendo Favino, la lucidità assieme a lui. In questo senso si è scritto di empatia da parte del regista verso i suoi personaggi, ma sarebbe più il caso di parlare di empatia da parte dello spettatore, fondamentale per un film di questo genere. L’obiettivo, vi sfidiamo a dimostrarci che sbagliamo, è più che raggiunto.