Lo ammetto, questo film è fatto proprio bene. Ho letto che è costato circa 68 milioni di dollari – contro i 4,5 del precedente Get Out! – e sono tutti soldi spesi bene. Purtroppo a fine visione non ho avuto quella sensazione di aver assistito a un capolavoro o a un film molto, molto interessante. Dovessi dargli un voto, sarebbe un sei e mezzo, e questo anche a fronte dell’hype scatenato un po’ ovunque sul web da questa uscita. Intendiamoci, il film ha un messaggio ‘profondo’ e interessante, e come scrivevamo è fatto benissimo, tuttavia non c’è smarginatura – come direbbe Carmelo Bene – ma è tutto dentro il frame della cornice cinematografica.
Ma andiamo con ordine. Otis Haywood è un addestratore di cavalli per il cinema. Dice di discendere dall’uomo, anch’egli di colore come lui, che cavalcò per la prima volta davanti a delle cineprese, per la precisione alle macchine fotografiche disposte da Edweard Muybridge, lo stesso fotografo che per primo fotografò il movimento dell’essere umano. Ovviamente è una sua invenzione, ma il business è business. Haywood muore in circostanze misteriose sotto gli occhi del figlio OJ (Otis Junior), che prende in mano, con scarso successo tanto che si trova a vendere quasi tutti i cavalli, l’attività paterna, spesso aiutato dalla sorella Em (Emerald).
I due vanno a vendere i cavalli a un uomo, Ricky ‘Jupe’ Park che da giovane ha fatto parte di una sitcom comprendente una scimmia che un giorno dà di matto e uccide tutti sul set tranne appunto il nostro personaggio, che si salva miracolosamente. Ma una minaccia si materializza sopra le nuvole della fattoria di OJ, che fratello e sorella decidono trattarsi di un UFO, e quindi si procurano le più moderne attrezzature per poterlo filmare e poter diventare ricchi, svoltando quindi rispetto alle proprie possibilità economiche grazie alla scoperta. Questa, in buona sostanza, la trama del film, cui non aggiungiamo altro per evitare spoiler.
Che dire di Nope? Innanzitutto che si tratta di un film il cui tema non è solo l’ossessione dell’uomo contemporaneo per l’immagine e la sua monetizzazione, come ho letto in quasi tutte le recensioni scritte a un giorno dalla sua presenza in sala. No, il film è più profondo di così. Il tema, col richiamo all’abisso di Nietzsche che ti scruta se tu lo scruti, è un trattato su quanto sia impossibile domare la natura, sia quella animale sia quella umana. La scimmia assassina, i cavalli che fuggono all’improvviso appena sentono rumori strani, l’UFO stesso – non spiego meglio per non rovinarvi la sorpresa – rappresentano ciò.
Il punto è che la tecnologia, la cattura dell’immagine – lo dico perché ho scattato fotografie per dieci anni – non sono altro che un tentativo, lo scrive anche Susan Sontag, di catturare ciò che ci angoscia, dalla paura di non fare una bella esperienza del turista fino al desiderio di fermare il tempo alle angosce primordiali, come quelle di cui si occupa questa pellicola. Ecco che allora potremmo addirittura citare Bataille, che in un suo libro sulla storia dell’erotismo spiega che il cristianesimo e tutta la nostra cultura – pensate a quanto è stato iconico Cristo per secoli – cercano di scongiurare la nostra, ultima, mortalità, quindi la nostra intima tendenza al caos, all’entropia.
Eppure questo meccanismo è un’arma a doppio taglio, perché proprio l’atto del guardare è legato all’atto del desiderare, e quindi al cupio dissolvi che viene acceso dall’osservare un pericolo estremo direttamente. Questo ci permette di fare un paragone tra OJ, che abbassa lo sguardo dicendo ‘No’ per non osservare la ‘cosa dall’altro mondo’ e Henry McHenry, che nell’abisso di sé stesso guarda direttamente, per osservarsi così com’è, e impazzisce, in Annette di Carax, film dello scorso anno.
Come non comprendere dunque che la ‘cosa’ dello spazio non è altro che una proiezione della nostra natura predatoria? Come non metterla in relazione con la nostra capacità manipolatoria nei confronti degli animali, per addomesticarli, e con ciò che la società stessa fa con noi ‘educandoci’ (ricordate Mario Mieli che parlava di ‘educastrazione’)? In fondo non c’è molta differenza, tutt’altro. Ma allora se il film di Peele mi permette di ragionare su tutto ciò, perché il mio giudizio nei suoi confronti è così basso?
Per un semplice motivo. Questo film è troppo trattenuto. Come scrivevo all’inizio della recensione, non esce dai margini. Ad esempio, citando un altro musical dato che ho parlato di Annette, Dancer in The Dark di Von Trier ci lascia con il dubbio se le catastrofi che capitano a Selma sono necessarie per fare un film di condanna della pena di morte o se invece sono dettate dal sadismo insito nel regista nei confronti dei suoi personaggi femminili. Il problema non è se Von Trier sia un sadico, ovviamente, ma questa ambiguità, la possibilità di farne esperienza come spettatore – e quindi la possibilità di fare esperienza della propria ambiguità per lo spettatore – è ciò che manca in questo film, che pertanto si riduce ad essere un film didascalico. Meno di quelli di Nolan, molto più di altri di cui abbiamo tessuto le lodi in questo blog.
Ovviamente dato quanto se ne sta parlando, non possiamo non invitarvi a recarvi al cinema e a verificare quanto abbiamo scritto coi vostri occhi. Abbiamo infatti la sensazione che alcuni spettatori, con cui abbiamo parlato in questi due giorni, rischino di perdersi. Questo film pertanto rischia di passare per complesso e per profondo, di conseguenza. Non che non lo sia. Ma ‘profondo’ nel senso di ‘pieno di significati’ (che non sono significanti), e non nel senso di ‘abissale’ come invece parrebbe essere, o potrebbe essere dato il genere …



















