sabato 13 agosto 2022

Nope di Jordan Peele

Lo ammetto, questo film è fatto proprio bene. Ho letto che è costato circa 68 milioni di dollari – contro i 4,5 del precedente Get Out! – e sono tutti soldi spesi bene. Purtroppo a fine visione non ho avuto quella sensazione di aver assistito a un capolavoro o a un film molto, molto interessante. Dovessi dargli un voto, sarebbe un sei e mezzo, e questo anche a fronte dell’hype scatenato un po’ ovunque sul web da questa uscita. Intendiamoci, il film ha un messaggio ‘profondo’ e interessante, e come scrivevamo è fatto benissimo, tuttavia non c’è smarginatura – come direbbe Carmelo Bene – ma è tutto dentro il frame della cornice cinematografica.

Ma andiamo con ordine. Otis Haywood è un addestratore di cavalli per il cinema. Dice di discendere dall’uomo, anch’egli di colore come lui, che cavalcò per la prima volta davanti a delle cineprese, per la precisione alle macchine fotografiche disposte da Edweard Muybridge, lo stesso fotografo che per primo fotografò il movimento dell’essere umano. Ovviamente è una sua invenzione, ma il business è business. Haywood muore in circostanze misteriose sotto gli occhi del figlio OJ (Otis Junior), che prende in mano, con scarso successo tanto che si trova a vendere quasi tutti i cavalli, l’attività paterna, spesso aiutato dalla sorella Em (Emerald).

I due vanno a vendere i cavalli a un uomo, Ricky ‘Jupe’ Park che da giovane ha fatto parte di una sitcom comprendente una scimmia che un giorno dà di matto e uccide tutti sul set tranne appunto il nostro personaggio, che si salva miracolosamente. Ma una minaccia si materializza sopra le nuvole della fattoria di OJ, che fratello e sorella decidono trattarsi di un UFO, e quindi si procurano le più moderne attrezzature per poterlo filmare e poter diventare ricchi, svoltando quindi rispetto alle proprie possibilità economiche grazie alla scoperta. Questa, in buona sostanza, la trama del film, cui non aggiungiamo altro per evitare spoiler.

 


Che dire di Nope? Innanzitutto che si tratta di un film il cui tema non è solo l’ossessione dell’uomo contemporaneo per l’immagine e la sua monetizzazione, come ho letto in quasi tutte le recensioni scritte a un giorno dalla sua presenza in sala. No, il film è più profondo di così. Il tema, col richiamo all’abisso di Nietzsche che ti scruta se tu lo scruti, è un trattato su quanto sia impossibile domare la natura, sia quella animale sia quella umana. La scimmia assassina, i cavalli che fuggono all’improvviso appena sentono rumori strani, l’UFO stesso – non spiego meglio per non rovinarvi la sorpresa – rappresentano ciò.

Il punto è che la tecnologia, la cattura dell’immagine – lo dico perché ho scattato fotografie per dieci anni – non sono altro che un tentativo, lo scrive anche Susan Sontag, di catturare ciò che ci angoscia, dalla paura di non fare una bella esperienza del turista fino al desiderio di fermare il tempo alle angosce primordiali, come quelle di cui si occupa questa pellicola. Ecco che allora potremmo addirittura citare Bataille, che in un suo libro sulla storia dell’erotismo spiega che il cristianesimo e tutta la nostra cultura – pensate a quanto è stato iconico Cristo per secoli – cercano di scongiurare la nostra, ultima, mortalità, quindi la nostra intima tendenza al caos, all’entropia.

Eppure questo meccanismo è un’arma a doppio taglio, perché proprio l’atto del guardare è legato all’atto del desiderare, e quindi al cupio dissolvi che viene acceso dall’osservare un pericolo estremo direttamente. Questo ci permette di fare un paragone tra OJ, che abbassa lo sguardo dicendo ‘No’ per non osservare la ‘cosa dall’altro mondo’ e Henry McHenry, che nell’abisso di sé stesso guarda direttamente, per osservarsi così com’è, e impazzisce, in Annette di Carax, film dello scorso anno.

 


Come non comprendere dunque che la ‘cosa’ dello spazio non è altro che una proiezione della nostra natura predatoria? Come non metterla in relazione con la nostra capacità manipolatoria nei confronti degli animali, per addomesticarli, e con ciò che la società stessa fa con noi ‘educandoci’ (ricordate Mario Mieli che parlava di ‘educastrazione’)? In fondo non c’è molta differenza, tutt’altro. Ma allora se il film di Peele mi permette di ragionare su tutto ciò, perché il mio giudizio nei suoi confronti è così basso?

Per un semplice motivo. Questo film è troppo trattenuto. Come scrivevo all’inizio della recensione, non esce dai margini. Ad esempio, citando un altro musical dato che ho parlato di Annette, Dancer in The Dark di Von Trier ci lascia con il dubbio se le catastrofi che capitano a Selma sono necessarie per fare un film di condanna della pena di morte o se invece sono dettate dal sadismo insito nel regista nei confronti dei suoi personaggi femminili. Il problema non è se Von Trier sia un sadico, ovviamente, ma questa ambiguità, la possibilità di farne esperienza come spettatore – e quindi la possibilità di fare esperienza della propria ambiguità per lo spettatore – è ciò che manca in questo film, che pertanto si riduce ad essere un film didascalico. Meno di quelli di Nolan, molto più di altri di cui abbiamo tessuto le lodi in questo blog.

Ovviamente dato quanto se ne sta parlando, non possiamo non invitarvi a recarvi al cinema e a verificare quanto abbiamo scritto coi vostri occhi. Abbiamo infatti la sensazione che alcuni spettatori, con cui abbiamo parlato in questi due giorni, rischino di perdersi. Questo film pertanto rischia di passare per complesso e per profondo, di conseguenza. Non che non lo sia. Ma ‘profondo’ nel senso di ‘pieno di significati’ (che non sono significanti), e non nel senso di ‘abissale’ come invece parrebbe essere, o potrebbe essere dato il genere … 


 

mercoledì 3 agosto 2022

X A Sexy Horror Story di Ti West

Confesso che l’horror dei giorni nostri mi lascia spesso con l’amaro in bocca. Ho trovato incredibile, per dirne una, il successo tributato a Get Out! Scappa di Jordan Peele, per via di alcune scene impossibili dal punto di vista logico (ne dico una: la scena in cui il protagonista è legato mani e collo a una poltrona ma riesce comunque a infilarsi dei batuffoli di cotone nelle orecchie e quindi a sfuggire al controllo psicologico dei suoi antagonisti) che rendono impossibile la sospensione dell’incredulità. E non sapete quanto ho dovuto litigare con la fandom di questo film per questo motivo. Pare che i veri ipnotizzati fossero loro.

Non ho poi ancora recuperato i film, soprattutto The Lighthouse e The Witch, di Robert Eggers. Non per pigrizia, ma è che c’è sempre qualcosa di interessante da recuperare nel passato quando non vado al cinema a vedere uscite recenti, senza contare le altre mie passioni, come la musica o il disegnare. Per cui parto con una visione monca del genere contemporaneo, ma ieri mi sono recato in sala per vedere questo X A Sexy Horror Story di Ti West di cui vi riferisco, complice un agosto privo almeno per ora di altre visioni nuove interessanti e incuriosito dal mix di erotismo e horror, che sulla carta era molto intrigante.

L’erotismo infatti è un genere cinematografico che ti lascia completamente aperto, mentre al contrario l’horror gioca su reazioni di chiusura, sul senso del pericolo e non sulla fiducia. Chissà che contrasto si sarebbe potuto creare, mi sono detto. Ovviamente parliamo per stereotipi, dato che poi esiste tutto un cinema erotico a tema sadomaso dove già le carte si mescolano un poco. Ma non è questo il punto. Diciamo allora che Ti West ha voluto omaggiare i capisaldi del genere slasher, come Non Aprite Quella Porta, senza cadere nella calligrafia, anzi cercando di dire qualcosa sia sullo ieri che sull’oggi. Riuscendoci a pieno. 


 

Ma partiamo dall’inizio. La trama. Un gruppo di attori di film per adulti, con tanto di regista appassionato di Nouvelle Vague che vorrebbe tanto girare un film erotico d’autore, e produttore che poi è il ragazzo della protagonista interpretata da Mia Goth, si ritirano in un ranch in mezzo al nulla vicino a un lago infestato dai coccodrilli allo scopo di girare un film intitolato La Figlia del Contadino, di cui non vi raccontiamo la trama perché ci pare ovvia. Accolti all’inizio con diffidenza, sembra che il nucleo di attori stia ingranando col lavoro. Fino a che il personaggio di Mia Goth non si incontra con una strana anziana signora, moglie del proprietario di casa.

Non vogliamo togliervi il gusto della visione, pertanto non aggiungeremo altro alla narrazione degli eventi, tuttavia vogliamo dirvi che come sarà evidente a fine proiezione il personaggio di Goth e l’anziana signora sono l’una il doppio dell’altra, che entrambe credono di meritare più di quanto il mondo dia loro, che condividono quest’etica con un predicatore televisivo, uno dei tanti che impesta(va?) gli Stati Uniti e di cui ho memoria essendo stato da ragazzino fan dell’heavy metal e avendo visto in prima persona cosa quei predicatori dicevano della ‘musica del peccato’.

E’ dunque quello di Ti West un atto d’accusa contro l’American Dream. Il fatto che la giovane pornostar sia vittima in questo film non ne fa un personaggio edificante. Tutt’altro. Diciamo allora che poi quello di West potrebbe essere letto anche come un messaggio di allarme per tutti coloro che tentano di portare energie positive – fossero anche solo quelle dell’amore e del sesso – nel mondo, perché quel tentativo potrebbe far scatenare energie opposte da parte di persone vecchie e impotenti – anche solo ‘dentro’. In fondo che cosa ci ha detto Wilhelm Reich a proposito del fascismo? 


 

Si badi bene, quello di Ti West non ci pare un invito a rinunciare. E nemmeno la sua è una visione manichea, con i ‘buoni’ pornomani che vogliono portare pace e amore nel mondo – uno degli attori ha fatto la guerra nel Vietnam con i Marines e pare non se ne sia pentito non ostante abbia visto “contadini pronti a sparar(gli) ovunque” – e i ‘cattivi’ anziani che vogliono mantenere la pace (dei sensi) nel mondo. Tutt’altro. Gli attori e la troupe cercano di fare soldi, come tutti. Lo fanno mescolando desiderio e passione, ma anche capacità di fingere (sono attori dopotutto) e volontà di trionfo, si sarebbe detto una volta. 

E per quanto riguarda i due anziani coniugi, sono troppo vecchi, forse, per reggere l’urto della gioventù e ritornare a rivivere momenti felici. Hanno pertanto un aspetto a tratti malinconico, di una tristezza che invita all’empatia. Questo non li giustifica, tuttavia Ti West è consapevole di quanto ombre e luci facciano parte di ognuno di noi, al punto da rendere gli antagonisti simili per certi versi. La critica verso il mondo del porno poi e, per esteso, dei social network di oggi dove conta l’apparire se vogliamo, sono condotti con la consapevolezza di essere prodotto, seppure contro-prodotto, della stessa morale puritana e calvinista, basata sul successo economico come marchio della grazia divina, che vorrebbero combattere almeno a parole.

L’unico tasto dolente del film è che tutto questo mi è arrivato, non ostante la notevole fattura delle immagini, a livello razionale e non emotivo. E’ questa la differenza tra il cinema che amo, quello dei Lynch e dei Carax, o dei Lanthimos, e la massa di pellicole che escono al cinema ai giorni nostri, dove non sempre ma per lo più i concetti vengono trasmessi come se fossero più importanti delle emozioni, che viaggiano, ma siamo dopo il post moderno e quindi ciò è anche comprensibile, su binari sicuri tramite il ricalco più o meno fedele di un genere, che sia l’horror o il cinema d’autore. Ma detto che era difficile fare un film horror oggi che risultasse credibile e non stantio, questo film tra il discreto e il buono vale il prezzo del biglietto e vale la pena comunque di essere visto. 


 

venerdì 15 luglio 2022

La Donna del Fiume di Lou Ye

Apparso in Italia una sola volta durante l’Asiatica Film Mediale nel 2001, al MAXXI di Roma, il film poi ha subito una grave battuta d’arresto per colpa della censura operata in patria. In Cina infatti il film, presentato senza il benestare della censura a Rotterdam, fu censurato e a Lou Ye fu vietato per due anni di esercitare la professione di regista. Perché tutto questo disturbo per una pellicola che assomiglia molto più che a La Donna Che Visse Due Volte, il cui rimando è comunque palese, a un piccolo miracolo, più che capolavoro, come Dolls di Takeshi Kitano, per non parlare di quei film di registi europei che indagano le pieghe – e le piaghe – dei sentimenti, su tutti Philippe Garrel e Leos Carax?

Partiamo dalla trama. Innanzitutto il racconto è effettuato in prima persona da un giovane fotografo, di cui non conosceremo mai né il nome né il volto, dato che le sequenze in cui è presente sono tutte filmate in soggettiva, il quale introduce il film con delle frasi poetiche sul senso dell’amore e su cosa significhi vivere sulle rive del fiume Suzhou a Shanghai. Di seguito, vediamo lo svilupparsi della sua storia d’amore con la giovane sirena (tale è il suo ruolo in un locale notturno) Meimei. E qui la storia prende un altro sviluppo.

Veniamo infatti introdotti a un’altra storia d’amore, quasi ‘mitologica’, tra il corriere e collaboratore della mafia cinese Mardar e la giovane figlia di un suo datore di lavoro, Moudan. I due si innamorano e quando lei disperata per la freddezza di lui le apre il cuore, a Mardar viene chiesto da due loschi figuri, un uomo e una donna, di rapire Moudan per denaro. La giovane ragazza sparirà per vendetta inghiottita dalle acque – qui nascono leggende di lei trasformata in sirena, vista quasi ovunque da pescatori e lavoranti del fiume Souzhou, dato che il corpo di lei non viene ritrovato – mentre Mardar dopo qualche anno di prigione esce e si mette sulle tracce del suo amore perduto. 


 

Ed è qui che entra in gioco la coppia composta da Meimei e dal giovane fotografo: Meimei infatti è uguale, come una goccia d’acqua, a Moudan. Per nulla preoccupata delle attenzioni del giovane ancora innamorato, ogni notte Meimei si fa raccontare la storia d’amore dei due ragazzi. Finché un giorno non si giunge all’agognata agnizione. E’ vero, questo film è uscito per la prima volta dieci anni fa, ma non vogliamo togliere a chi si recherà in sala in questi giorni il piacere di scoprire da solo ciò che succederà. Vogliamo tuttavia sottolineare che evidentemente per la politica cinese l’amore è tutt’oggi un sentimento rivoluzionario e anticapitalista (ops), se solo in questi ultimi scorci di tempo una pellicola come questa è stata riabilitata dopo un decennio abbondante di censura.

Senz’altro La Donna del Fiume è un film magico, innanzitutto perché le sue caratteristiche tecniche, quali l’uso di soggettive, di macchine a mano, o a onde (ci si perdoni il divertito neologismo), come la sovrapposizione di strati in certe inquadrature soggettive tipiche della fotografia non sono lezzi formali ma sono aderenti al racconto e servono a valorizzarlo. Ma poi è una riflessione sul senso dello sguardo e della narrazione tipicamente post moderno, con la differenza, rispetto alla postmodernità occidentale, che qui il piano narrativo si incista nel piano della realtà, avrebbe detto Giovanni Testori, l’intellettuale e scrittore novatese, portando con sé conseguenze importanti invece di limitarsi a rendere il piano reale impossibile da decifrare (e quindi rendendo impossibile l’agency) oppure rendendone palese la detonabilità.

Infatti se il protagonista resta al di qua della macchina da presa, in tutti i sensi, almeno per un lungo momento, non è per un assunto ideologico, ma è qualcosa che avviene per una ben precisa scelta del protagonista stesso, il quale ha comunque la possibilità di scegliere di vivere l’amore come richiamo a qualcosa di più alto e profondo nel tempo stesso della vita quotidiana, una vita quotidiana dove il valore delle persone si misura in soldi. Ecco allora, forse, perché la pellicola di Lou Ye non soltanto è perniciosa per un regime capitalista (ancora ops) come quello cinese, ma è stato di fatto reso innocuo nel nostro, regime capitalista, e per questo può circolare impunemente. Non importa dunque da quale parte della barricata si viva, l’importante è che film come questi possano mostrarsi e parlare a ognuno di noi a patto di rendere la sala cinematografica quale curvatura spazio temporale rispetto al regime che, ogni giorno, ognuno di noi subisce. 


 

domenica 29 maggio 2022

Esterno Notte (Parte Seconda) di Marco Bellocchio

Dunque. Bellocchio si è sorrentinizzato. Per (quasi) sua stessa ammissione. In un incontro col pubblico dopo la proiezione di Esterno Notte Parte 2 ieri pomeriggio infatti, il regista ha parlato de Il Divo e di The New Pope come di prodotti innovativi e interessanti (nulla di male, sia chiaro) arrivando, con Gifuni che gli faceva da sponda, a paragonare quei lavori ai film di Volonté con Elio Petri come Todo Modo. E qui non possiamo che dissentire. Troviamo infatti Sorrentino un autore furbo, un ‘autore’ in senso ideologico (quel titolo gli serve per un surplus di vendita di sé) che è capace di inserire dettagli grotteschi quando parla del potere magari, come nel film su Andreotti, ma un ‘autore’ lontanissimo da un Petri che invece lavorava sullo straniamento brechtiano per tutta una pellicola facendo arrabbiare tutte le parti chiamate in causa, ad esempio ne La Classe Operaia, e non di strapparci un sorrisetto sornione perché ora con la giusta distanza dalla storia sappiamo tutti cosa era il Potere in quel periodo in Italia.

Ne sia riprova lo sdegno che ha accolto l’ultimo Nanni Moretti, che in sala portava tensioni tutte contemporanee. Ecco, Petri, come Moretti ai giorni nostri, agiva ‘in medias res’, mentre Sorrentino ammicca sempre all’intelligenza dello spettatore quando l’arte invece può anche giocare a farci sentire stupidi. E non a rendere grotteschi i personaggi che ci presenta. Abbiamo detto dei terroristi, come Faranda, protagonista del quarto episodio della serie, il primo proiettato ieri pomeriggio. Mi ha colpito molto l’esordio in sala, a fine proiezione, di Bellocchio, che ci ha detto di come i nevrotici fantasticherebbero certe situazioni mentre gli psicotici (sottotesto: i brigatisti) le mettono in atto. Mi è venuto in mente perché Deleuze e Guattari nel loro testo Millepiani dicevano esattamente l’opposto. Gli psicotici non sono infatti quelli pericolosi per la società, semmai è la società ad essere pericolosa per gli psicotici. Distanza, per autori appartenuti a una stessa generazione, non da poco, trovate?

Ma poi quei brigatisti con psicologie da cartone animato, con Faranda stessa che di fronte alle immagini televisive della moglie di uno dei carabinieri che si getta piangendo sulla tomba del marito pare avere un sussulto di pentimento e poi si indurisce nel suo ruolo, mentre noi scopriamo da un successivo dialogo col compagno Morucci che lei si sarebbe lasciata convincere da lui in una impresa che parrebbe ora, nelle intenzioni di lui, non più rivoluzionaria ma rivoltosa (e come facevano i compagni a leggere TAZ di Hakim Bey se quel testo non era ancora stato scritto?). Ecco, come hanno evidenziato in un comunicato i ragazzi di Milano in Movimento, con cui mi trovo d’accordo, in Italia tramite film e serie TV si rendono complessi e quindi appetibili ogni tipo di personaggio, dai mafiosi agli ‘ndranghetisti, ma un momento di confronto serio coi brigatisti ancora pare impossibile. Così, non perché io ammiri i brigatisti, ma solo per amore non tanto del paradosso quanto del mettere in luce le contraddizioni del nostro tempo.

 


E dunque eccoli sullo schermo, Margherita Buy nei panni della moglie di Moro e Fausto Russo Alesi in quelli di Cossiga, il “ciclotimico” che “meriterebbe la seminfermità mentale” secondo le parole di Moro a un prete poco prima dell’esecuzione. Un Moro interpretato da un Gifuni molto più convincente che non nel primo episodio secondo quanto vi abbiamo già riferito – ma Gifuni ha portato Moro a teatro per un lungo periodo, quindi la scelta era quasi d’obbligo o quanto meno molto sensata: il suo studio peraltro assomiglia molto proprio a quello storico di Volonté, senza nulla togliergli in autonomia e risultati – ma non ostante la bravura degli attori tutti non possiamo non notare come, a parte qualche iniezione di visionarietà appunto sorrentiniana, che a questo punto acquisisce senso per il suo essere meno rutilante di quella petriana ma funzionale a svecchiare un certo cinema impegnato, quest’ultimo ancora resti in debito nei confronti del ricatto dell’asciuttezza e del rigore imposto proprio dall’omicidio dell’onorevole democristiano.

Ecco perché allora, forse, tornare oggi su quei giorni e quegli avvenimenti. Forse il desiderio profondo (inconfessato? Inconfessabile? O forse lampante?) di Bellocchio potrebbe essere proprio quello di svecchiare quella parte di settima arte più legata all’impegno civile restituendo allo spettatore e a chi ci lavora direttamente, attori, registi, fotografi, un minimo di desiderio di giocare. Dato che, come si diceva a proiezione ferma, “il buio ci è amico” e allora forse vale la pena lasciarlo interagire con noi. Certo, Petri con quel buio imbastiva partite a scacchi di precisione geometrica, mentre qui siamo ancora fermi a certi dettagli, ma non scordiamoci cosa è passato in mezzo, cosa sono stati per noi gli anni Ottanta ad esempio, senza contare cosa significa avere una casa di produzione che ti acquista i diritti di intere pellicole per poi tenerle ferme, mai più distribuite, dopo un timido passaggio in sala, per non mettere in imbarazzo chi ancora gestisce il Potere in Italia.

E allora ecco che, con tutti i difetti ideologici e artistici di questa operazione, capiamo che forse oggi era impossibile fare di meglio, sebbene quei brigatisti di cartone faranno fare commenti moralistici a tutti i padri di famiglia fermi col birrone gelato e la frittatona di cipolle privati della partita di calcio trasmessa non più in chiaro sulla televisione pubblica. Non so quanto tempo ci vorrà ancora perché al cinema o in televisione si veda un prodotto culturale capace di affrontare con coraggio quel periodo, invece di mostrarci dei brigatisti che si allenano a sparare a una macchina in un retropalazzo qualsiasi. No, mi spiace, ma non è andata così: per uccidere cinque carabinieri di scorta lasciando vivo l’ostaggio principale devi essere stato allenato da qualche esercito o servizio, non ti ci improvvisi facendo due prove colla mitragliatrice rubata chissà dove.

 


Senza contare poi dove era ubicato, e con che vicini di casa, il palazzo in cui è stato nascosto l’onorevole Moro. Tutti dettagli che Bellocchio omette, e che il pubblico da quel che ho potuto constatare gli perdona (complice?). Forse la verità storica, che certo non necessariamente dev’essere l’obiettivo di una serie TV, fa paura o genera ansie profonde in un paese al cinquantottesimo posto nel mondo per la libertà di stampa ma ai primi in Europa per livello di corruzione, tutti indizi di uno Stato che ancora non si è reso autonomo da influenze provenienti dall’esterno e che non lo sarà ancora per chissà quanto tempo. Nel frattempo vi consiglio anche la visione del bel documentario Com’è NATO un Golpe: Il Caso Moro di Tommaso Cavallini, con interviste a Carlo Palermo, Sergio Flamigni, Carlo D’Adamo e altri.

Potrebbe interessarvi infatti confrontare la finzione della serie di Bellocchio con un documentario (che io ho recuperato lo scorso anno in una visione pubblica sempre nello stesso cinema dove ho visto Esterno Notte ieri pomeriggio) per notare le differenze di prospettiva: nel documentario le personalità di Cossiga, Faranda, Andreotti, Paolo VI sono meno in evidenza ma la visuale sul periodo storico si amplia a dismisura e credo che alcuni di voi potrebbero trovarsi anche stupiti e sorpresi. Certo un prodotto artistico col documentario dovrebbe avere un elemento in comune, ovvero il far sentire, almeno oggidì, lo spettatore meno onnisciente e più inadeguato, giusto per comunicargli quella urgenza che poi dovrebbe indirizzarlo nella vita di tutti i giorni, dato che i documenti sono reperibili in qualsiasi biblioteca, assieme a vari testi che li interpretano e che gli danno una prospettiva.

Vi lascio con questo consiglio infine, con questa possibilità di confronto, e magari se ci riuscite (io l’ho fatto con ben poca difficoltà) provate a mettere gli occhi anche su Todo Modo di Petri e su un altro film del 1982 di Giuseppe Ferrara, Il Caso Moro, sempre con Volonté protagonista. Sono pellicole di cui vi ho parlato anche nella recensione alla prima parte di questo film, ma vale la pena recuperarli non solo perché chi scrive per Volonté ha un amore viscerale, ma anche perché vedere cos’era il cinema di impegno civile prima e dopo l’omicidio Moro vi porterà non solo a seguire meglio quanto avete appena letto in questa recensione, ma anche a farvi una vostra idea ben precisa. L’omicidio Moro ha voluto dire tanto in primis perché, nelle nostre strane teste, se sei vittima non puoi essere anche carnefice. L’arte dovrebbe dimostrarci che la realtà è più complessa di così.


 

mercoledì 25 maggio 2022

Un Eroe di Asghar Farhadi

Vedo le prime immagini dell’ultima fatica di Farhadi, recuperato colpevolmente dopo essermelo perso la scorsa stagione in un cinema d’essai a Milano proprio ieri pomeriggio, ed improvvisamente penso al neorealismo. Poi tornato a casa mi metto a spulciare la rete e scopro che proprio quella stagione del cinema italiano il regista iraniano ha voluto omaggiare con questo Un Eroe. Orbene, non è solo il rapporto tra padre e figlio a ricordare capisaldi della storia nostrana della settima arte, ma tutto ciò che vediamo sullo schermo 

Un Eroe ci parla di una persona comune. Una di quelle persone che avrebbero suscitato la simpatia di un Fabrizio De André, tanto per capirci. Un uomo che finisce in carcere per debiti con gli strozzini, denunciato dall’uomo che gli ha fatto da garante e che è anche il padre della sua ex moglie. In permesso premio, architetta con la propria attuale compagna – ancora nascosta alla società perché i due non sono ancora sposati – di vendere delle monete trovate da lei in una borsa a una fermata del tram e iniziare a pagare i debiti effettuati per iniziare una propria, purtroppo fallimentare, attività finanziaria. Ma poi ci ripensa: uno strano senso di giustizia prevale, e l’uomo decide di restituire le monete d’oro alla legittima proprietaria.

Questa è solo l’inizio dell’odissea dei protagonisti di questo film, ma vi serva per capire di che cosa stiamo parlando. Ci troviamo, credo, di fronte a un cinema necessario. Chi mi segue dalle origini sa quanto ami il cinema ‘inconscio’ e visionario di Fellini e Lynch, ma sa anche che amo moltissimo pellicole più vicine alla realtà quotidiana delle persone. Non ci sono grandi monologhi in questo film, ma ci sono personaggi che si dibattono in mezzo a mostruose macchine burocratiche e a mostruose sfortune che ne fanno emergere non il vero carattere – pia illusione di stampo veterocattolico in verità, figlia di quell’etica che impone di soffrire per purificarsi – ma la piena frustrazione e la rabbia, quella che può solo peggiorare le cose.

 


Lontano da ogni atteggiamento moralista, lo sguardo di Farhadi, già vincitore di due Oscar e onorato della presenza in Croisette con questo lavoro, è molto simile a quello dei fratelli Dardenne. La disperazione o la tenerezza, come quando l’uomo promette al figlio che non si sposerà se lui non vuole, sono il più possibile autentici o comunque credibili, come lo sono i personaggi secondari presi dalle loro paure burocratiche o dai loro rancori personali. Farhadi non giudica nessuno, semplicemente ci mette di fronte a dei fatti a volte con attento minimalismo – gli accenni a un suicidio in carcere, il proliferare delle ‘voci’ contrarie al protagonista in rete – a volte con crudo realismo, ma mai con la volontà di drammaticizzare eccessivamente o di fornire spunti per una qualsiasi forma di moralismo.

Apprendiamo quindi con dispiacere della causa civile intentata a Farhadi per plagio. Pare infatti che il fatto di cronaca drammatizzato in questa pellicola fosse anche alla base di un film di una studentessa di Farhadi, quel All Winners All Losers realizzato da Azadeh Masihzadeh rintracciabile senza tanta fatica su youtube. Questo perché ognuno di voi possa accedere anche a questa pellicola, fare un raffronto, farsi un’idea in attesa che il tribunale iraniano si pronunci. Da parte nostra non possiamo non notare come almeno una certa parte del mondo stia producendo pellicole che in qualche modo raccontano la vicenda di persone comuni, potremmo anche essere noi se solo lasciassimo cadere la maschera del perbenismo, e di avvenimenti reali o realistici. Questo mentre da noi proliferano supereroi con il beneficio di una ben descritta, a volte, psicologia.

Un peccato perché la filmografia di Farhadi è piena di gemme. Dal precedente Tutti Lo Sanno, con Penélope Cruz e Javier Bardem, storia di un rapimento e riscatto dall’atmosfera tesa e cupa dalla quale emergono tutte le tensioni sotterranee e i rancori legati al denaro e alle proprietà dei protagonisti, fino ai premi Oscar – ma non solo – di Una Separazione del 2011 e Il Cliente del 2016, ovvero un divorzio e uno stupro passati al setaccio dei raggi X dell’anima, le pellicole del regista iraniano classe 1972 sono sempre stati piccoli gioielli. Spero che nessuno pensi che io stia scrivendo la sua difesa dalle accuse di plagio, perché non è questo il punto. Siamo tutti multidimensionali, e Farhadi potrebbe essere contemporaneamente un ottimo regista e un plagiario. Chiediamo quindi a chi ci legge la stessa mente aperta che ci vuole per godersi i suoi film.

 


Del resto il pluripremiato regista non è nuovo a polemiche, come quando rifiutò di presentarsi a ritirare l’Oscar, appunto, per Il Cliente, motivando la propria assenza come protesta per le leggi restrittive nei confronti degli stranieri in viaggio per gli Stati Uniti da alcuni Paesi, Iran incluso. La sua motivazione in quell’occasione fu che egli non era d’accordo nel dividere il mondo in due categorie, gli ‘amici’ e i ‘nemici’, in nome di una visione delle cose più complessa, come la realtà rappresentata, appunto, nelle sue pellicole. Varrebbe forse la pena premiare questi atteggiamenti, che non sanno di polemica sterile – è vero, c’era Trump al potere all’epoca, ma siamo sicuri che un’altra amministrazione avrebbe preso altre decisioni in fatto di politica estera? – ma di prese di posizione meditate.

Staremo dunque a vedere come finirà la causa di cui vi abbiamo riferito, tuttavia sarebbe un peccato non vedere le due pellicole e confrontarle, visto che ce n’è la possibilità, e godersi così, collateralmente a un processo di conoscenza, due pellicole di un cinema poco conosciuto ma che vanta nomi interessanti e produzioni che non solo ricordano il nostro cinema, da molti riconosciuto come il più bello del mondo – Farhadi cita spesso i nostri Rossellini, Fellini e Pasolini – ma che potrebbero essere messi sullo stesso livello di produzioni di nazioni più blasonate – una su tutte la Corea del Sud, e vi chiedo di non fraintendermi essendo io un fan di Kim Ki-duk, come sa chi mi legge con costanza – per mere questioni di appeal commerciale.

Che dire in chiusura, dunque? Farhadi firma un’opera controversa ma matura, di quelle che alla visione in sala fomentano le signore bene – l’ho notato ieri con piacere che molte sbottavano a monosillabi di fronte agli atteggiamenti ‘scorretti’ del protagonista, con un personaggio prinicipale che assomiglia a molte persone che finiscono ovunque nel mondo in prigione – non per cattiveria o per una propensione a delinquere, ma per un mix di cattiva sorte e cedimento all’ideologia del tentare, appunto, la sorte, il che non si traduce certo da parte nostra in un elogio dell’immobilismo, ma leggete Bukowski se volete capirci, perché il sogno americano non è solo negli Stati Uniti ma è stato esportato ovunque con la ahem, democrazia – e che dovrebbe quindi, incidentalmente, farci riflettere, soprattutto quando dalla pellicola veniamo a sapere che nel sistema legislativo iraniano si può sfuggire alla pena di morte pagando. Uno sproposito, ma pagando. E allora, ci avvisa Farhadi, non chiamatela giustizia, perché è solo un’altra forma di business. Non potremmo essere più d’accordo. 


 

venerdì 20 maggio 2022

Esterno Notte (Prima Parte) di Marco Bellocchio

E così si (ri)parte da Sbatti il Mostro in Prima Pagina. Da quel comizio (vero) di un giovane La Russa che poi lasciava spazio ai (finti) manifestanti comunisti che assaltavano la sede de Il Giornale, non Il Giornale di Montanelli che ancora non esisteva ma un Giornale di destra qualsiasi di cui era direttore un magistrale Gian Maria Volonté. Solo che qui, addì 2022, abbiamo un gruppo di esagitati comunisti che nel 1978 assaltano una armeria che si trova vicino a un cinema nel quale, lo apprendiamo dalla significativa locandina, viene proiettato un’Anima Persa con un ammiccante Gassman. 

E’ già qui la differenza ideologica. Perché un film sulla storia è, come anche un libro di storia, romanzo travestito da filologia (esiste la filologia dei sentimenti e delle motivazioni? No, e allora), una nuova interpretazione a uso e consumo del futuro che si vuole edificare. La grande differenza tra il cinema di impegno civile post-Moro, e non possiamo prescindere da un’altra interpretazione di Volonté, ovvero Il Caso Moro di Giuseppe Ferrara, e quello di oggi, è che quello era succube di un clima di condanna morale verso chi Moro lo aveva avversato, mentre il cinema di impegno di oggi, beh, non mi spetta tracciare profili come fossi un poliziotto della critica, ma ce lo diranno gli avvenimenti in che direzione sta andando.

Diciamo semplicemente che la differenza tra Volonté e Gifuni è significativa assai. Gian Maria Volonté ha interpretato due volte sul grande schermo il politico DC: la prima in Todo Modo di Elio Petri, distopia politicamente scorrettissima come oggi non si potrebbe più fare per via del lavaggio del cervello che ci ha fatto prima Berlusconi e le sue televisioni e poi la destra estrema tramite i social networks (ebbene sì, sono loro la vera dittatura, non la inesistente, almeno politicamente, “sinistra”), e poi col film di Ferrara che vi ho già citato.

 


Orbene, il Volonté non solo ha analizzato ogni minimo movimento di Moro, compreso il suo respiro, al punto da renderne la somiglianza fisica così imbarazzante da costringere Petri a buttare intere sequenze per evitare una probabile denuncia (ricordiamo che il Moro di Petri, mai chiamato per nome ma sempre come “il Presidente”, è un brutale assassino oltre che un erotomane e un politicante corrotto) ma si è anche trascritte tutte le lettere, ricopiandole a mano, scritte dal politico mentre era incarcerato dalle BR. 

Di fronte a un tale sforzo, cosa fa Gifuni? Segue la moda lanciata in questi ultimi anni ad esempio da Amelio con il Craxi/Favino di Hammamett, e anche se Gifuni non ha bisogno di quintali di trucco per assomigliare all’onorevole Moro, ne copia i gesti e i birignao ma svuotandoli di senso. Ad esempio nel discorso che Moro tiene davanti a tutte le correnti della DC nel 1978, poco prima del proprio rapimento, per convincerle a allargare l’alleanza di governo e comprendere anche il PCI, la fisicità che accompagna le parole è palesemente un esercizio attoriale, e non un sottolineare col corpo il senso delle parole, come farebbe qualsiasi uomo politico navigato nella realtà.

Certo, siamo in epoca di post-verità, e quindi la somiglianza col vero diventa un feticcio e non il sintomo di un lavoro attoriale serio come è stato ben due volte per Volonté. Non è nemmeno colpa di Gifuni, e probabilmente nemmeno di Bellocchio: diciamo semplicemente, “o tempora, o mores”. Dunque, proseguiamo nell’analisi del film. Innanzitutto le prime due ore e mezza di pellicola su cinque cui abbiamo assistito sono i primi due episodi e mezzo su cinque ora terminati di una serie su Moro che andrà in onda sulla Rai a partire dal prossimo autunno.

 


Altri critici, che forse hanno già visto tutto il montato, hanno parlato di film a tesi in senso positivo per quest’opera. Noi non ci sentiamo di sottoscrivere. Innanzitutto se si prosegue sul tono di queste prime due ore e passa, la tesi di fondo sarebbe che il rapimento Moro è stato architettato dalle BR e basta, e che ogni ulteriore tentativo di capire ‘chi c’era dietro’ è inutile complottismo. Se Bellocchio stesse, e per ora non possiamo dire né sì né no, dalla parte di un fantomatico negoziatore statunitense che viene a dare man forte a Cossiga nel secondo episodio.

Che dire allora? Che pensare di libri come Trame Atlantiche o Delitto Moro: La Grande Menzogna in cui un acuto osservatore come l’ex senatore del PCI Sergio Flamigni fa ben più che mera dietrologia, carte alla mano? Certo, io stesso ho scritto qui sopra che i libri di storia sono romanzi ben architettati, ma i documenti seppure da interpretare non possono essere meramente stralciati e dichiarati non pervenuti. C’è dunque da chiedersi chi sarà a trarre giovamento da questa (nuova?) lettura dell’affaire Moro. Solo il futuro potrà dirlo. Per ora, parliamo di sintomo, nozione che non solo i lacaniani dovrebbero ormai aver iniziato a comprendere. E teniamo i nostri sensi ben tesi in attesa tra qualche tempo della seconda parte del film.

Ultima notazione, quell'autocitare I Pugni in Tasca come a dire che di fronte alla tragedia di Moro i delitti famigliari sarebbero (stati) ben poca cosa, e non degna nemmeno di attenzione da parte di un semplice tutore della legge, figurarsi cosa ne dovrebbe pensare il Tribunale della Storia, che in qualche modo ci fa pensare a un non meglio precisato tentativo di rileggere il proprio passato autoriale come mero peccato di gioventù, non si capisce se con autoindulgenza o autocondanna - che sia questa linea sottile e l'ambiguità che comporta la cifra di questo Bellocchio? Si capisce allora forse anche il perché di come è stato confezionato questo prodotto, visivamente uguale a molti altri realizzati in serie per la nostra televisione ...

 


domenica 8 maggio 2022

Lo Stato Vs Billie Holiday di Lee Daniels

Il genere del biopic di musicisti dall’aura mitica (Ray di Taylor Hackford e Bird di Clint Eastwood su tutti) è stato affrontato a più riprese dal cinema americano e non solo. Spesso infatti siamo di fronte a esseri umani prodigiosi, dai doni artistici eccelsi e dalle vite altrettanto intense. E’ sicuramente questo il caso di Billie Holiday, al secolo Eleanora Fagan, figlia di una prostituta, abusata a soli 10 anni da un cliente della madre, e per questo presto schiava dell’eroina che in qualche modo ne placava un poco gli umori e l’indole autodistruttiva, dotata di una voce unica, ancora  oggi metro di paragone per chiunque, donna, voglia affrontare la vocalità in ambito jazz.

Il fatto è che la voce di Billie aveva un vissuto unico. Basta ascoltare un disco come Lady in Satin per rendersi conto che quella pasta sonora fatta di alcool, eroina e vita poteva cantare blues dolenti, torch songs piene di malessere esistenziale, ma anche una canzone come Strange Fruit, fredda e terribile cronaca di un linciaggio, senza colpo ferire. Per questo motivo l’FBI tenterà a più riprese di mettere in croce la Holiday accusandola del reato di tossicodipendenza, facendola pedinare e addirittura amare da un agente neanche tanto in incognito. Ma qui c’è tutta Billie, i cui uomini erano per lo più impresari papponi che le succhiavano la linfa vitale lasciandole solo le briciole.

A dirla tutta questo Lo Stato VS Billie Holiday trasuda un bel po’ di retorica, e anche se ciò che narra è tutto vero, quello che manca, come in molti prodotti di entertainment anche socialmente consapevole made in USA è l’uso delle pause e dello spazio, che consentano allo spettatore di riflettere sé stesso e le proprie pulsioni, qui completamente assente, e l’interrogazione, ancora, dello spettatore stesso, rispetto al suo desiderio nei confronti di ciò che sta vedendo. Il film di Lee Daniels (Precious, The Butler) manca, come alcune delle sue opere precedenti, proprio di questo aspetto. Per non contare poi della messa in scena della musica. 


Sarà perché ho appena finito di leggere dei saggi di Amiri Baraka sul jazz, ma la Holiday era unica perché ha preso delle canzonette (Tin Pan Alley) e una manciata di brani blues e li ha trasformati in inni al masochismo insito nella vita di chi si suppone sia nato schiavo e debba restare tale (T’Ain’t Nobody Business if I Do, Fine and Mellow), ma la genesi artistica della musica di Billie Holiday è appena sfiorata, a differenza di quanto fa, lo citavamo all’inizio, Taylor Hackford con il soul di Ray Charles la cui genesi artistica nel film è integrata con pennellate vivide ed efficaci.

Bene quindi i locali fumosi – come certe foto iconiche finite anche sulle copertine dei dischi Blue Note d’epoca – e bene che la piccola Eleonora viva in ambienti dove si ascolta Bessie Smith, ma le sue peculiarità artistiche vengono purtroppo lasciate da parte. In questo modo anche il contrasto tra la creatività, che reca sempre con sé qualcosa di gioioso, e l’esistenza tra uomini squallidi e razzismo perde in forza, dandoci della Holiday una visione troppo monodimensionale – tranne che per ciò che tutti ormai abbiamo imparato per educazione, voglio dire.

Ecco allora che sarebbe valsa la pena dare più spazio anche a un ‘comprimario’ come il sassofonista Lester Young, la cui presenza qui è risibile, quale insostituibile partner creativo dall’approccio indolente, pigro e ironico a fare da controcanto alla voce profonda e vissuta di Lady Day. E a dirla tutta, manca un approccio che modernizzi la relazione tra cantante e show business. Troppo simile la scena di Billie portata via a forza dai suoi musicisti mentre la polizia irrompe sul palco con quella di Straight Outta Compton quando gli NWA intonano Fuck Da Police, fermo restando i tempi e il genere musicale differenti. 


Oggi che un artista come Childish Gambino ha puntato il dito contro il mondo dell’entertainment contemporaneo con la sua This Is America, occorrerebbe forse fare un passo avanti e non due indietro. La stessa Holiday infatti ha dichiarato a più riprese di essere rimasta una schiava, anche se ben pagata, e questo per la struttura stessa della macchina che la conteneva. Ecco che allora le pulsioni autodistruttive, la droga, gli uomini sfruttatori, si spiegano benissimo: non ricordo più quale attivista ha dichiarato che vivere in un ambiente sistemicamente razzista è come essere sottaceti in salamoia, nel senso che gli individui ne sono profondamente impregnati.

Ma, dicevamo, non è solo la società a essere intrisa di pregiudizi: la macchina da business dell’intrattenimento è infatti ideologicamente costruita per mantenere lo status quo, ed ecco quindi che anche nel film si sottolinea come la Holiday fosse diventata la controparte ‘cattiva’ della più ‘rispettabile’ Ella Fitzgerald, che però una canzone come Strange Fruit non l’ha mai cantata. Insomma, un po’ come chi ha contrapposto Martin Luther King a Malcolm X. Ricordate, no? Varrebbe forse la pena paragonare la macchina da business di quell’epoca a quella odierna allora, dove non c’è spazio per l’impegno oppure esso c’è solo se viene affrontato lasciando lo spettatore al riparo dalle proprie pulsioni negative, come se ci si potesse appellare a una sua innocenza e non a una sua effettiva correità.

Ecco che allora l’operazione di questa pellicola, pur interessante a sprazzi, si fa ideologica e retorica in quanto la Holiday ci fa la figura dell’artista geniale e dal passato terribile – figura drammatica in senso classico per eccellenza, certo, ma – e nello stesso tempo si ricollega proprio a quel Bird di Eastwood dove l’ignaro – ma fino a quanto innocente? – Eastwood paragona proprio Bird e Diz come fossero due volti, quello autodistruttivo e quello conscio, dell’anima dell’oppresso. Qui siamo un passo oltre, ma non per un eccesso di coraggio del regista, ma perché fortunatamente almeno da questo punto di vista la società è diventata più consapevole. Ma si è mai visto un film notevole per inerzia? Certo che no. Al limite tale opera può essere considerata sintomatica.