Apparso in Italia una sola volta durante l’Asiatica Film Mediale nel 2001, al MAXXI di Roma, il film poi ha subito una grave battuta d’arresto per colpa della censura operata in patria. In Cina infatti il film, presentato senza il benestare della censura a Rotterdam, fu censurato e a Lou Ye fu vietato per due anni di esercitare la professione di regista. Perché tutto questo disturbo per una pellicola che assomiglia molto più che a La Donna Che Visse Due Volte, il cui rimando è comunque palese, a un piccolo miracolo, più che capolavoro, come Dolls di Takeshi Kitano, per non parlare di quei film di registi europei che indagano le pieghe – e le piaghe – dei sentimenti, su tutti Philippe Garrel e Leos Carax?
Partiamo dalla trama. Innanzitutto il racconto è effettuato in prima persona da un giovane fotografo, di cui non conosceremo mai né il nome né il volto, dato che le sequenze in cui è presente sono tutte filmate in soggettiva, il quale introduce il film con delle frasi poetiche sul senso dell’amore e su cosa significhi vivere sulle rive del fiume Suzhou a Shanghai. Di seguito, vediamo lo svilupparsi della sua storia d’amore con la giovane sirena (tale è il suo ruolo in un locale notturno) Meimei. E qui la storia prende un altro sviluppo.
Veniamo infatti introdotti a un’altra storia d’amore, quasi ‘mitologica’, tra il corriere e collaboratore della mafia cinese Mardar e la giovane figlia di un suo datore di lavoro, Moudan. I due si innamorano e quando lei disperata per la freddezza di lui le apre il cuore, a Mardar viene chiesto da due loschi figuri, un uomo e una donna, di rapire Moudan per denaro. La giovane ragazza sparirà per vendetta inghiottita dalle acque – qui nascono leggende di lei trasformata in sirena, vista quasi ovunque da pescatori e lavoranti del fiume Souzhou, dato che il corpo di lei non viene ritrovato – mentre Mardar dopo qualche anno di prigione esce e si mette sulle tracce del suo amore perduto.
Ed è qui che entra in gioco la coppia composta da Meimei e dal giovane fotografo: Meimei infatti è uguale, come una goccia d’acqua, a Moudan. Per nulla preoccupata delle attenzioni del giovane ancora innamorato, ogni notte Meimei si fa raccontare la storia d’amore dei due ragazzi. Finché un giorno non si giunge all’agognata agnizione. E’ vero, questo film è uscito per la prima volta dieci anni fa, ma non vogliamo togliere a chi si recherà in sala in questi giorni il piacere di scoprire da solo ciò che succederà. Vogliamo tuttavia sottolineare che evidentemente per la politica cinese l’amore è tutt’oggi un sentimento rivoluzionario e anticapitalista (ops), se solo in questi ultimi scorci di tempo una pellicola come questa è stata riabilitata dopo un decennio abbondante di censura.
Senz’altro La Donna del Fiume è un film magico, innanzitutto perché le sue caratteristiche tecniche, quali l’uso di soggettive, di macchine a mano, o a onde (ci si perdoni il divertito neologismo), come la sovrapposizione di strati in certe inquadrature soggettive tipiche della fotografia non sono lezzi formali ma sono aderenti al racconto e servono a valorizzarlo. Ma poi è una riflessione sul senso dello sguardo e della narrazione tipicamente post moderno, con la differenza, rispetto alla postmodernità occidentale, che qui il piano narrativo si incista nel piano della realtà, avrebbe detto Giovanni Testori, l’intellettuale e scrittore novatese, portando con sé conseguenze importanti invece di limitarsi a rendere il piano reale impossibile da decifrare (e quindi rendendo impossibile l’agency) oppure rendendone palese la detonabilità.
Infatti se il protagonista resta al di qua della macchina da presa, in tutti i sensi, almeno per un lungo momento, non è per un assunto ideologico, ma è qualcosa che avviene per una ben precisa scelta del protagonista stesso, il quale ha comunque la possibilità di scegliere di vivere l’amore come richiamo a qualcosa di più alto e profondo nel tempo stesso della vita quotidiana, una vita quotidiana dove il valore delle persone si misura in soldi. Ecco allora, forse, perché la pellicola di Lou Ye non soltanto è perniciosa per un regime capitalista (ancora ops) come quello cinese, ma è stato di fatto reso innocuo nel nostro, regime capitalista, e per questo può circolare impunemente. Non importa dunque da quale parte della barricata si viva, l’importante è che film come questi possano mostrarsi e parlare a ognuno di noi a patto di rendere la sala cinematografica quale curvatura spazio temporale rispetto al regime che, ogni giorno, ognuno di noi subisce.


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