Il New Cinema statunitense, quello appunto degli Scorsese e
dei Ferrara, è stato un cinema foriero di innovazioni linguistiche e visive
notevolissime, ma è stato anche, grazie spesso all’origine italiana/europea dei
suoi protagonisti, un cinema che ha riflettuto sulla religiosità e
sull’immagine di Cristo, fondamentale per la nostra cultura da almeno duemila
anni. E se abbiamo già incrociato il Cristo di Abel Ferrara nel suo “Il
Cattivo Tenente”, è ora il tempo di volgere la nostra attenzione a un altro
Gesù cinematografico, quello dalla risonanza mediatica ben più ‘scandalosa’ de
“L’Ultima Tentazione di Cristo” di Martin Scorsese.
Progetto sofferto e contrastato, vede delle riprese iniziare
nel 1983 addirittura, ma fu bloccato a quattro giorni dall’inizio delle
riprese. Inizialmente il ruolo di Gesù Cristo era stato pensato per Robert De
Niro, il quale però rifiutò: non sentiva il personaggio ‘roba sua’. Dopo aver
pensato ad Aidan Quinn, che a sua volta rifiuta la parte perché impegnato in
altri progetti, la scelta del regista ricade su Willem Dafoe – fresco della
propria apparizione in “Vivere e Morire a Los Angeles” di William Friedkin -
che si rivela perfetto per la parte. Tra gli altri attori, le menzioni vanno a
Harvey Keitel per Giuda, a Barbara Hershey per la Maddalena, e a David Bowie
per Pilato.
Tratto dal controverso romanzo dello scrittore greco Nikos
Katzanzakis “L’Ultima Tentazione”, il film di Scorsese ci mostra un Gesù che
inizialmente soffre terribilmente la chiamata divina al compimento del proprio
destino, al punto da mettersi a costruire croci per i Romani sperando che il
Dio degli Ebrei lo rinneghi. Ma ciò non avviene, e Dafoe/Cristo, tallonato da
un Giuda che si rivela essere il suo più fedele amico nonché discepolo, si
incammina verso la sua strada: il deserto e le tentazioni, l’incontro col
Battista, la predicazione, la crocifissione. Tutto ciò non prima dall’essersi
accomiatato dall’amata Maddalena, che scopriamo essere sua promessa, se lui
solo avesse voluto, sin da quando erano fanciulli.
E forse qui abbiamo il vero punto debole di tutto il film,
giacché è vero che è noto a tutti che per la religione cristiana cattolica
amore per Dio e amore carnale non vanno d’accordo, ma su questo punto la
sceneggiatura è particolarmente lacunosa. Sappiamo solo, da una scritta in
campo nero all’inizio del film, che questo conflitto tra carne e spirito ha
particolarmente colpito e angosciato il regista sin da quando questi era
ragazzo, ma non ne sappiamo null’altro. Non sappiamo ad esempio il perché di
questo contrasto. Le ragioni. Sappiamo solo che Dafoe/Cristo in un passaggio
dice di arrossire quando vede una donna, di non prenderla perché si sente
superiore, e quindi di conseguenza vigliacco – saranno questi i conflitti e le
emozioni personali del regista? Non ci è dato saperlo – ma non sappiamo se ci
sia stato un ordine esplicito da parte della divinità in tal senso, se lo
abbiano predicato dei profeti, o cos’altro.
La mia supposizione al riguardo è che questo punto sia così
‘oscuro’ e magari anche ‘doloroso’ per lo stesso regista, al punto da essere
stato poco focalizzato in fase di sceneggiatura, la quale è dovuta per altro a
uno sceneggiatore che non è certo un novellino: trattasi infatti di Paul
Schrader, sceneggiatore per Scorsese già in “Taxi Driver” – il cui script è
stato concepito contemporaneamente a quello di un altro capolavoro, “Obsession”
di Brian De Palma – e “Toro Scatenato”, e che si è avvicinato, da studioso, al
cinema tramite figure non certo aliene ai temi religiosi quali quelle di Carl
Theodor Dreyer e Robert Bresson.
Una svista dunque che è come un buco nero, eppure il film
rimane comunque denso di significati dato che una figura come quella di Gesù
Cristo può comunque dare mille rimandi, mille echi culturali e personali allo
spettatore – sempre che questi abbia avuto una educazione cristiana. Ma
proseguiamo con la trama del film: Cristo è ora in croce, e gli appare un
fanciullo, che si dichiara un angelo, mandato da Dio per salvarlo. In fondo il
sacrificio del proprio figlio non era altro per la divinità che un tentativo di
metterlo alla prova, come era avvenuto con Abramo e Isacco. Gesù può quindi
scendere dalla croce e vivere una vita finalmente piena.
Dopo la morte della Maddalena sarà Marta di Betania, sorella
di Lazzaro, a dare a Cristo dei figli e delle figlie. Il tempo passa dunque, e
questo Cristo riportato a un piano umano verrà pian piano a conoscenza di ciò
che hanno fatto i suoi discepoli: hanno fondato una religione sulla sua morte
(mai avvenuta) e sulla (di conseguenza mai anch’essa avvenuta) resurrezione. Un
certo Paolo di Tarso addirittura, un romano, vaga per la Galilea predicando di
essere stato accecato a cavallo dalla luce di Dio. Ed ecco che Gesù affronta
Paolo, il quale gli dice che il suo Gesù, quello in cui crede, è ben più
potente dell’uomo che si trova davanti, e che gli uomini hanno bisogno di
qualcosa in cui credere anche se questo qualcosa non è reale.
Saranno poi i discepoli, sul letto di morte, tra cui Pietro
e lo stesso Giuda, a informare Cristo che in realtà l’angelo che lo ha protetto
per tutti questi anni altri non è che Satana. E allora Gesù striscerà fuori
dalla propria casa chiedendo a Dio di rimetterlo sulla croce e di farlo morire
e resuscitare come era nei piani originari. Cosa che avviene, e l’ultima cosa
che vede lo spettatore è lo schermo quasi nero con riflessi prismatici, quasi
un omaggio di Scorsese al cinema d’avanguardia di un Andy Warhol o di uno Stan
Brakhage. Eppure, non ostante il film sia sentito e personale, tanti sono i
punti che suscitano dubbi in questa comunque ottima pellicola.
Non mi soffermo sulla cosa più evidente e che più ha fatto
scandalo – c’era stato all’epoca anche un boicottaggio del film da parte dei
cattolici – ovvero la relazione di Cristo con la Maddalena prima e con Marta
poi. Non mi ci soffermo perché l’ho già fatto a modo mio, ovvero sottolineando
le aporie in fase di sceneggiatura del film. Ma ci sarebbero molte altre cose
da sottolineare, cose che non sono solo o non sono tanto ‘sbagliate’ da un
punto di vista di corrispondenza con la teologia – lo sappiamo tutti che l’arte
prende spunto da altre discipline ma poi rielabora gli spunti in maniera
autonoma – quanto da un punto di vista logico.
Quando Dafoe/Gesù ad esempio dice ‘abbiamo Dio dentro di
noi, e il demonio fuori di noi, quindi ora possiamo andare a Gerusalemme e
sconfiggere il male’, in fondo non fa altro che perpetuare un vecchio errore
del puritanesimo, ovvero la credenza che il bene sia consustanziale all’uomo in
quanto tale – perché creato da Dio a propria immagine, ad esempio – mentre il
male sia qualcosa di esterno in esso. Si tratta di un punto sul quale cercare
ad esempio delle differenze con un'altra pellicola del regista più simile a
Scorsese per ossessioni personali e biografia, ovvero il già citato Abel
Ferrara il quale nel suo “Mary” – film metacinematografico ispirato ai Vangeli
apocrifi – fa riflettere sull’idea espressa nel Vangelo di Maria Maddalena del
Nous, della ‘mente’ come origine della visione divina.
Il fatto che nella mente dell’uomo si possa originare la
visione di Dio infatti non è una negazione della possibilità dell’uomo di fare
il male – che nei vangeli gnostici e apocrifi in generale esiste perché a
creare il mondo non è stato il vero e unico Dio della tradizione
giudaico-cristiana classica, ma un demiurgo, che di tutti gli dèi è il meno
intelligente e il più debole: l’uomo sarebbe dunque creato a immagine di questo
demiurgo, ma tenderebbe al vero Dio, quello che il Cristo è venuto a indicargli
e di cui gli lascia traccia tramite appunto la mente. E così nei vangeli
apocrifi – paradossalmente i più lontani ma anche i più vicini alla tradizione
cattolica, almeno rispetto all’idea espressa da Scorsese tramite la sua ripresa
di Katzanzakis – l’uomo deve potersi purificare, e per farlo deve seguire la
strada di Cristo, ovvero scoprire la propria natura divina, che non è però un
dato aprioristico. Chissà cosa direbbe Jung a riguardo.
Altro punto debole del film, girato in bellissime e
suggestive locations marocchine, è la colonna sonora di Peter Gabriel, che ha
realizzato e non solo per questo film, ormai è assodato e credo di non fare
nemmeno più polemica nel dirlo, musiche che prendono sì colori e echi da mondi
lontani, ma sempre in una prospettiva eurocentrica. E a dirla tutta, la musica
del film è la parte che è invecchiata peggio, mentre la trama e le riflessioni
che suscita, pur con le lacune che ho sottolineato, può colpire e far
riflettere a tutt’oggi. Citiamo comunque, perché è un parterre impressionante,
la presenza di musicisti quali Youssou N’Dour, Nusrat Fateh Ali Khan
(letteralmente la voce più bella che io abbia mai sentito), Shankar (non Ravi
Shankar il sitarista, bensì Shankar il violinista dei dischi ECM) e Billy
Cobham, storico collaboratore di Miles Davis.
Articolo di Gian Paolo Galasi




















