Fellini ha appena finito di girare “Le Tentazioni del Dottor
Antonio” per il film “Boccaccio ‘70”, e sta iniziando a pensare a un nuovo
film. Purtroppo la sceneggiatura latita, e anche l’amico Ennio Flaiano sembra
non convinto di quest’idea strampalata di girare un film basato sui sogni e le
ambizioni di un regista. Rimane un solo punto fisso: il titolo, dovuto al fatto
che Fellini ha realizzato sei lungometraggi e tre cortometraggi. Questo sarebbe
dunque il suo ottavo film e mezzo.
Ed ecco che Fellini è quasi pronto a comunicare al
produttore Angelo Rizzoli che il film non si farà, quando viene invitato a una
festa di compleanno di un macchinista. Durante la festa gli arrivano gli auguri
per il nuovo film, e così Federico decide di procedere comunque: il nuovo film
racconterà appunto della lavorazione di un film e della decisione del regista
di mettere da parte quel progetto stesso.
Protagonista, dopo aver vagheggiato di Laurence Olivier o
Charles Chaplin, è Marcello Mastroianni, nei panni del suddetto regista. Dentro
anche Anouk Aimée, reduce da “La Dolce Vita”, e Claudia Cardinale. Problemi ci
furono per la scrittura di Sandra Milo, dato che il marito di lei, dopo la
delusione per “Vanina Vanini” di Roberto Rossellini, avrebbe voluto che la
consorte si ritirasse dalle scene.
Veniamo dunque al film. Si tratta di un turbinìo di scene
tra l’onirico, il reale e il costruito sul set. Spesso le scene del set
riecheggiano le scene di vita reale o i sogni appena visti, lasciando lo spettatore
con un forte senso di disagio, al punto da non riuscire a capire se anche la
realtà faccia parte del sogno o meno. Del resto nella versione originale del
film le scene oniriche, per permettere allo spettatore di orientarsi, erano
state virate in azzurro, ma questa caratteristica si è persa nel restauro del
2014, lasciando i nuovi spettatori (piacevolmente) spaesati di fronte al
susseguirsi delle scene.
Il protagonista è Guido, detto Snaporaz (così si chiamerà
anche il protagonista de “La Città delle Donne”), un regista in crisi sia dal
punto di vista umano che dal punto di vista artistico. Guido infatti soffre di
una malattia cardiorespiratoria, e per questo si reca presso delle terme per
bere acqua santa, fare fanghi e inalazioni. Ma Guido non ha solo problemi di
salute: infatti è non solo sposato e con una amante (Sandra Milo), ma vorrebbe
pure allargare la ‘famiglia’ fino ad ottenere un vero e proprio harem.
Questi i suoi desideri, ma deve purtroppo scontrarsi con la
dura realtà, fatta dei sentimenti delle persone che gli ruotano attorno e che
lui, senza volerlo, finisce col ferire. Anche dal punto di vista lavorativo
Snaporaz non è messo meglio: deve infatti dirigere un film, autobiografico, per
cui un produttore ha già tirato fuori bei quattrini. Eppure siamo ancora ai
provini, ovvero alla scelta degli attori. Ed ecco che vediamo Guido aggirarsi
in albergo con gli attori che gli ruotano attorno e che gli chiedono lumi,
disorientati, su quanto dovranno fare.
Il tutto mentre Guido è perso nei propri deliri onirici:
ricordi di adolescenza, quando ad esempio venne castigato nella scuola
religiosa che frequentava perché pizzicato con altri ragazzi a far visita a una
procace prostituta, e nei propri sogni, come quando nel sonno rivede le figure
del padre e della madre. Non mancano ovviamente i sogni ad occhi aperti, come
la divertente scena dell’harem in cui Guido vorrebbe vivere. Da tutte queste
immagini emergono alcuni elementi critici, che ora vorrei sottoporre alla
vostra attenzione.
Innanzitutto il sogno con cui si apre il film, quello in cui
Guido è bloccato in macchina nel traffico. Ecco che all’improvviso si offre
alla sua vista un pullman in cui molte persone, la testa esclusa dalla visuale,
sono presenti: queste teste mozzate rappresentano, all’inizio del film,
l’invito a non usare il cervello, la parte razionale, desta, e a lasciarsi
andare al flusso dei sogni. Durante il sogno in cui Guido vede la madre,
inoltre, essa lo bacia a lungo per poi dimostrarsi la moglie di Guido: è quindi
evidente l’elemento edipico dei sentimenti del protagonista.
Elemento che è rafforzato dalla scena/ricordo del bagnetto
cui la madre e una domestica sottoponevano Guido, che viene poi ripresa nella
scena dell’harem. Ecco che, forse vuol dirci Fellini, l’amore per le donne di
Guido (che poi è Fellini stesso) è legato a questo elemento infantile, a questo
desiderio di amore materno. E veniamo ora alla scena del cardinale.
Innanzitutto ci viene raccontata, proprio dal porporato, la leggenda della
morte di Diomede, introducendo così, accanto al tema di eros, quello di
thanatos, della morte.
“Io non sono felice”, dice Guido al cardinale. E per
rimediare alla propria infelicità, fa costruire questa enorme astronave-fallo
per il proprio film. Ma lo scopo del film non è il narcisismo, bensì creare ‘un
film che aiutasse a seppellire quello che di morto ci portiamo dentro’. E così
arriviamo al momento del dialogo con Claudia, dove Guido parla della visione
che l’accompagna sin dall’inizio, quella della ‘donna salvifica’, un po’ donna
matura e un po’ bambina, in cui Guido si identifica e che, fornendogli un
rispecchiamento, perché riproduce la sua stessa scissione, dovrebbe salvarlo.
Ma Guido è già salvo, perché la sua ricerca è sincera e nel
mettere sullo schermo della propria mente gli elementi del film, riconosce sé
stesso. E così il film si può anche non fare: nella sequenza finale vediamo
Guido e tutti gli altri protagonisti, reali o onirici, che compiono una
passerella circolare sulle note della bellissima musica di Nino Rota, che segna
il momento dell’accettazione di sé senza giudizio. “8 ½“ è un capolavoro, uno
di quei film che si guarda come riferimento quando si tratta di metacinema,
assieme a “Il Disprezzo” di Godard, “Effetto Notte” di Truffaut e “Attenti alla
Puttana Santa” di Fassbinder.
Sono, questi, film in cui il cinema mostra allo spettatore
come si fa a guardarsi allo specchio, a raccogliere amorevolmente i frammenti
della propria condizione umana, e per questo formano un prisma in cui lo
spettatore stesso può scegliere in quale frammento rispecchiarsi, di volta in
volta. Sono dunque film da vedere più volte, perché ogni visione ci offre una
diversa prospettiva su noi stessi. Film preziosi dunque, perché quel lavoro di
mettere assieme cuore e cervello è un lavoro unico e importantissimo per la
nostra coscienza singolare e collettiva.
Articolo di: Gian Paolo Galasi























