sabato 23 novembre 2019

Moebius di Kim Ki-Duk

Ah, la psicoanalisi e il cinema. E’ stato amore vero. Profondo. Potremmo dire dagli albori fino a oggi: da “Il Gabinetto del Dottor Caligari” di Robert Wiene fino ai tanti, troppi serial killer di serie tv e film dei giorni nostri, passando per, appunto, la ‘trilogia della nevrosi’ (“Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto”, “La Classe Operaia va in Paradiso”, “La Proprietà non è più un Furto”) di Elio Petri, e “Io ti Salverò” di Alfred Hitchcock. Senza contare i vari riferimenti ‘collaterali’, come nell’”Edipo Re” di Pier Paolo Pasolini dove il famoso complesso non è analizzato freudianamente, ma, data la sua notorietà, fa da sottofondo e sottotesto a tutta l’opera.

Ecco, preparatevi affinché tutto questo svanisca. Insomma, non è detto: lo sappiamo tutti che non ostante le opere più ardite e ‘avant’, poi c’è uno zoccolo duro di conservatorismo che rimane ad affascinare il grande pubblico in ogni arte. Eppure, nel 2013 è uscito Moebius, terz’ultima fatica del regista coreano Kim Ki-Duk, che a suo modo pone la parola fine, a caratteri cubitali tra l’altro, su questa apparentemente eterna storia d’amore. Il film non è metacinema, bensì va oltre. Se con “Effetto Notte” il cinema mostrava sé stesso, e con Tarantino il cinema citava sé stesso, con Moebius, finalmente, il cinema riflette su sé stesso. Potremmo dire, quindi, che si tratta di un film post-punk, come le musiche introspettive dei vari Joy Division o Public Image Limited.

Il tutto condito con un paio di apparenti ‘stranezze’: la mancanza di dialoghi (ho visto solo un altro film, molto interessante tra l’altro, con questa particolarità: “Bo Ba Bu” del 1998 di Ali Chamraev, ambientato in Uzbekistan e guarda caso anch’esso incentrato su di un triangolo amoroso), che dona al film un carattere arcaico e regressivo, e l’assenza di colonna sonora, tranne che nelle due apparizioni di un monaco, che agiscono nel film come due tagli alla Fontana sulla tela, e quando il giovane protagonista decide di evirarsi con una rivoltella.




La trama è presto detta: il film racconta di un triangolo familiare edipico in un non precisato angolo della Corea contemporanea. Una donna vuole vendicarsi del marito che la tradisce, ed evira il figlio. Il figlio, seppur privato dell’amato bene, decide di intraprendere una relazione con l’amante del padre, ma verrà accusato di stupro (alcuni amici di lui, conosciuti per la strada, dei poco di buono, la violenteranno sul serio). Mentre è in prigione, il padre scopre un modo per provare piacere pur senza stimolare gli organi genitali, attraverso il dolore fisico, e lo insegna al figlio. Il quale, uscito di galera, ritrova l’ex amante del padre e inizia con lei una nuova relazione improntata al sado-maso.

E così, dopo aver evirato il principale stupratore della donna ma aver perso schiacciato da un camion il membro di lui, il figlio si sottopone finalmente a un’operazione di chirurgia: sarà il padre a donargli il proprio organo genitale. Il quale, però, funzionerà solo con mamma. Il finale sarà tragico. Da queste poche righe potete capire anche voi che il film funziona come scatola cinese per temi che sono sempre appartenuti al cinema: dal complesso di Edipo (il già citato Pasolini ad esempio) fino al sadomasochismo presente a più riprese in “Bella di Giorno” di Bunuel. Eppure l’atmosfera è completamente diversa. Qui infatti non c’è né la condanna della borghesia, né un tentativo di sviscerare le complesse ragioni di un mito.

A tratti anzi, le immagini assumono coloriture vagamente comiche. A Venezia, dove il film è stato presentato, il secondo tempo ha suscitato molta ilarità tra i presenti. Ilarità che ha poi spinto qualche critico a scrivere di un ‘mezzo passo falso’ del regista coreano. Le cose sono poi andate avanti, al punto che qualche altro critico ha scritto, a proposito dell’ultimo film “Human, Space, Time and Human” (2018) di un regista ‘alla frutta’, spingendosi fino a dichiarare che esisterebbero due Kim Ki-Duk: uno prima e uno dopo l’incidente avvenuto sul set di “Dream” (2008), dove una attrice è quasi morta nel tentativo di recitare la scena di una impiccagione.




Kim come Bob Dylan: all’indomani dell’incidente di motocicletta del menestrello di Duluth, infatti, si era parlato anche allora di un prima e di un dopo. Inutile sottolineare come, negli ultimi anni, la carriera di Kim post “Arirang” (2011) sia stata stroncata, compreso questo “Moebius”. Il problema è che il cinema del regista coreano si è evoluto, e a parere di chi scrive non in maniera negativa. Come ho già scritto con “Moebius” siamo oltre il metacinema, verso un cinema che riflette su di sé, e questo in un’epoca dove ancora ci si masturba con il giochino di mescolare i generi.

Ma a dirvi il vero, ieri sera, alla mia quarta visione di questo film, non ho pensato a nulla di tutto ciò, perché l’erotismo mortifero, il sadomasochismo, e tutti gli altri elementi che costituiscono quest’opera mi hanno portato in una dimensione parallela valida di per sé e che non ha bisogno di alcun paragone col mondo reale. I personaggi mi sono sembrati veri, con la loro angoscia e le loro mutilazioni, con le loro generosità e le loro meschinità. Quel fruscìo di pantaloni che vengono tolti, quello sfregamento di pietre sulla pelle, tutto sembrava reale e splendido.

E quindi vi invito, invece di intellettualizzare, a lasciarvi andare alla visione di questo film piccolo e terribile, fosse la vostra prima o l’ennesima. Non cercate una collocazione nella infinita e irreale storia del cinema (irreale come ogni storia), non pensate di dover trovare un significato, pensate esclusivamente a assorbire le immagini in movimento che passano sullo schermo e soffermatevi su quello strano monaco-homeless che, a fine del film, vi guarda con un sorriso enigmatico. Lasciatevi rapire in questa estasi di desiderio e dolore. Perché questi elementi, indipendentemente da come sono giocati, fanno parte della vita. Se conosceste il lavoro di un fotografo come Antoine D’Agata, capireste.





Articolo di: Gian Paolo Galasi

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