Carmelo Bene era solito dire, a proposito dell’”Ulisse” di
James Joyce, che egli si era augurato, dopo averlo letto, che il novanta per
cento della letteratura allora in uso scomparisse. Quel romanzo fatto di un
monologo interiore che cerca di riprodurre i processi mentali del protagonista,
lontano dalla narrativa classica, aveva, per l’attore italiano, mostrato quanto
fossero inutilmente descrittivi e superficiali i romanzi della narrativa
tradizionale. Purtroppo quanto pronosticato da Bene non è accaduto, e anche
oggi siamo pieni di pessima narrativa, ma in qualche modo l’”Ulisse” spicca
tutt’ora nel mondo narrativo come un oggetto unico.
Stessa cosa si potrebbe dire di “INLAND EMPIRE”
(rigorosamente in maiuscolo, come vuole il suo autore), a tutt’oggi l’ultima
fatica cinematografica di David Lynch. Il film nasce per volontà congiunta del
regista americano e dell’attrice Laura Dern. Lynch infatti nei primi anni 2000
si trasferisce e diventa vicino di casa dell’attrice, la quale gli confessa che
avrebbe piacere a lavorare di nuovo con lui, dopo molti anni da “Cuore
Selvaggio”. Lynch acconsente. Ma per il nuovo film, che verrà girato
interamente in digitale (il primo caso assoluto per il regista), non si mette
esattamente a scrivere una sceneggiatura, come tradizione vorrebbe.
Piuttosto, Lynch convoca un altro attore, quello che in una
delle sottotrame del film interpreta il marito di Laura Dern, e gli chiede di
scegliere tra tre differenti oggetti. L’attore sceglie una lampadina. Il film
può cominciare. “INLAND EMPIRE”, come abbiamo detto, non ha una sceneggiatura
prefissata. Il regista e gli attori, tra cui Harry Dean Stanton, Jeremy Irons e
Justin Theroux, girano una sequenza dopo l’altra, lasciandosi ispirare da
quanto girato precedentemente. E’ così, e questo è un dettaglio molto
importante perché rivoluzionario, la sceneggiatura, anziché essere un parto
della mente di qualcuno, diventa performativa. Ciò significa che l’identità del
film, la sua ossatura, non è un parto pregresso, bensì il risultato di,
appunto, una performance compiuta dal regista e dagli attori.
Leggi anche: la
trama di INLAND EMPIRE vista da Nicola Settis
Tutto ciò, ovviamente, non sarebbe stato possibile se Lynch
non fosse stato uno strenuo praticante di quella filosofia orientale definita
Meditazione Trascendentale. Alla base di questo tipo di meditazione, infatti,
vi è la convinzione che vi sia un ‘campo unificato’ (come del resto nella
fisica quantistica), che coincide con quello che nelle filosofie orientali è
denominato il Sé: questo Sé non è altro che la nostra vera dimensione
interiore, dalla quale possiamo pescare come in ‘acque profonde’ tutto ciò che
ci serve per la nostra vita, compresi quegli elementi creativi che permettono a
un artista come David Lynch di trovare le immagini che poi egli realizzerà
nelle proprie creazioni artistiche.
Ma torniamo al film. “INLAND EMPIRE” è costituito, a farla
breve, da tre sottotrame. La prima trama è quella che vede protagonista Nikki
(Laura Dern), una attrice sposata con un mafioso che deve interpretare assieme
al bel Devon (Justin Theroux) il film “On High On Blue Tomorrows”, il quale è
il remake di un vecchio film ‘maledetto’ intitolato “47” i cui attori sono
stati uccisi. La seconda trama è appunto quella di “On High On Blue Tomorrows”:
Susan (Laura Dern), donna sposata, si innamora di Billy (Justin Theroux), il
quale anche è sposato e con prole. Per lui la loro relazione è solo una
avventura, ma per Sue si tratta di amore vero. Rifiutata, si degraderà fino a
diventare una prostituta, e verrà uccisa dalla moglie di Billy. La terza e
ultima trama è costituita dai personaggi di “47”, il vecchio film maledetto, in
particolare dalla protagonista di quel film che vediamo obbligata a
prostituirsi in una stanza da letto dove, in lacrime, passa il suo tempo
guardando in televisione una sit-com con conigli antropomorfi.
Ovviamente queste tre trame sono frutto di una razionalizzazione
post-visione. Infatti, ogni volta che guarderete il film, sentirete che le tre
sottotrame, la vostra traccia razionale, si sbriciolerà sotto i vostri occhi,
presi dalle immagini del film, sistemate in sequenze non lineari. Poi, a
visione compiuta, le tre trame del film torneranno nella vostra mente a
‘chiudere il cerchio’ della visione. Ma sarà solo fino alla prossima visione
dell’opera.
Perché tutto ciò? Non si tratta del frutto di qualche strana
forma di magia, né del tentativo di creare un film allucinatorio. Il fatto è
che “INLAND EMPIRE” è un film costruito per significanti, anziché per
significati. Proprio come, in una celebre intervista, lo avrebbe voluto il già
citato Carmelo Bene. Cosa vuol dire? In linguistica, si definisce ‘significante’
un termine verbale che ha valore di ‘segno’, che ‘indica’ un ‘oggetto reale’
(tutte le parole sono significanti). Ora, benissimo direte, c’è quindi una
corrispondenza tra ogni parola del nostro vocabolario e ogni oggetto, ed è
tutto finito, siamo tutti contenti. Eh no. Non è proprio così. In realtà, come
sottolinea lo strutturalismo, tra significanti e significati non c’è
corrispondenza perfetta.
Facciamo un esempio per farvi capire. Bene, pensiamo agli
animali. Sono tutti lì, su quello che Deleuze definirebbe il loro ‘campo di
immanenza’, quando ecco che un uomo inizia a ‘classificarli’ in base alla
teoria definita ‘evoluzionistica’. Ecco che gli animali vengono estratti dal
loro campo di immanenza e vengono distribuiti su una piramide, con al vertice
l’uomo. La teoria evoluzionistica è reale? Per l’uomo sì, anche se non per
tutti gli uomini (ad esempio i fondamentalisti religiosi contestano questa
teoria in nome del creazionismo, che è un modo diverso dall’evoluzionismo per
dare un ordine al caos del mondo). Quale delle due teorie è la più valida?
Dipende da ognuno di voi.
Capite ora che fare un film per significanti, per puri segni
linguistici (come ad esempio, Laura Dern che interpreta Nikki/Sue, in un
contesto dove lo spettatore a un certo punto non capisce più se sta vedendo
l’attrice che recita, il personaggio recitato o addirittura una ipotetica terza
figura) significa regredire al mondo delle cose, alla cosiddetta ‘natura’ (il
caos eracliteo), in attesa che siate voi a formare il mondo della ‘cultura’
(l’ordine umano), e non il regista. Ecco perché ad ogni visione (io il film
l’ho visto già sette volte: tre al cinema e quattro in DVD) “INLAND EMPIRE” vi
sembrerà un film diverso.
Vedi anche: Carmelo Bene versus Cinema
Ad esempio, nel film vedrete comparire un cacciavite,
oggetto con cui Laura Dern/Sue viene uccisa dalla moglie di Justin
Theroux/Billy, ma quell’oggetto comparirà altre due volte nel film con un
significato ben diverso. Oppure, in una delle scene iniziali, Laura Dern/Nikki
si trova al tavolo con il compagno attore, Jeremy Irons il regista e Harry Dean
Stanton l’aiuto regista quando una misteriosa figura si vede da lontano. Justin
Theroux/Devon si alza per andare a vedere chi c’è in una finta casetta di
scena, ma in essa non trova nessuno. Un’ora di film dopo, Laura Dern/Sue scende
da una macchina e entra in un vicolo, vede da lontano il gruppo dei quattro
(tra cui se stessa/Nikki), e si nasconde nella casetta mentre Justin
Theroux/Billy le si avvicina.
E’ questa logica non lineare, da anello di Moebius, a
dominare il film. Le corrispondenze tra le tre trame sono dettate da oggetti,
frasi, segni, che fanno scattare lo switch tra una sottotrama e l’altra. Anche
dal punto di vista del genere, il film non fa che mescolare il mélo con il
noir, genere prediletto dall’ultimo Lynch, creando un oggetto cinematografico
alieno che oltre a mutare forma a ogni visione, permette allo spettatore di
entrare in un film che ha la logica di un sogno, che vive dell’inconscio
esattamente come faceva l’”Ulisse” di Joyce. Com’è il mondo del pre-verbale, il
mondo onirico? Potrebbe essere il mondo della felicità o il mondo
dell’angoscia. Dipende tutto da voi.
Chiudo con una curiosità. Sapete com’è nato il titolo del film? Una sera
la Dern e Lynch erano assieme a cena, e Laura dice a David: “Lo sai che Ben
[Harper, il marito della Dern] è di Inland Empire [la zona che sta attorno alla
città di Los Angeles]?”. Al che il regista risponde: “Mi sa che abbiamo trovato
il nome per il nostro nuovo film”. Ecco, “INLAND EMPIRE” è frutto di queste
casualità, di quelle che Jung forse avrebbe definito ‘sincronicità’: eventi che
entrano in relazione tra loro per assonanza, con segni che consuonano l’uno con
l’altro fino a creare varchi tra mondi diversi. In fondo, “INLAND EMPIRE” è
l’ultimo dei veri grandi film rivoluzionari, come si sarebbe detto, o voluto
fare, una volta. E per questo a Lynch dovremo essere grati per sempre.
Compra il DVD
Articolo di: Gian Paolo Galasi




Nessun commento:
Posta un commento