sabato 16 novembre 2019

INLAND EMPIRE di David Lynch

Carmelo Bene era solito dire, a proposito dell’”Ulisse” di James Joyce, che egli si era augurato, dopo averlo letto, che il novanta per cento della letteratura allora in uso scomparisse. Quel romanzo fatto di un monologo interiore che cerca di riprodurre i processi mentali del protagonista, lontano dalla narrativa classica, aveva, per l’attore italiano, mostrato quanto fossero inutilmente descrittivi e superficiali i romanzi della narrativa tradizionale. Purtroppo quanto pronosticato da Bene non è accaduto, e anche oggi siamo pieni di pessima narrativa, ma in qualche modo l’”Ulisse” spicca tutt’ora nel mondo narrativo come un oggetto unico.

Stessa cosa si potrebbe dire di “INLAND EMPIRE” (rigorosamente in maiuscolo, come vuole il suo autore), a tutt’oggi l’ultima fatica cinematografica di David Lynch. Il film nasce per volontà congiunta del regista americano e dell’attrice Laura Dern. Lynch infatti nei primi anni 2000 si trasferisce e diventa vicino di casa dell’attrice, la quale gli confessa che avrebbe piacere a lavorare di nuovo con lui, dopo molti anni da “Cuore Selvaggio”. Lynch acconsente. Ma per il nuovo film, che verrà girato interamente in digitale (il primo caso assoluto per il regista), non si mette esattamente a scrivere una sceneggiatura, come tradizione vorrebbe.

Piuttosto, Lynch convoca un altro attore, quello che in una delle sottotrame del film interpreta il marito di Laura Dern, e gli chiede di scegliere tra tre differenti oggetti. L’attore sceglie una lampadina. Il film può cominciare. “INLAND EMPIRE”, come abbiamo detto, non ha una sceneggiatura prefissata. Il regista e gli attori, tra cui Harry Dean Stanton, Jeremy Irons e Justin Theroux, girano una sequenza dopo l’altra, lasciandosi ispirare da quanto girato precedentemente. E’ così, e questo è un dettaglio molto importante perché rivoluzionario, la sceneggiatura, anziché essere un parto della mente di qualcuno, diventa performativa. Ciò significa che l’identità del film, la sua ossatura, non è un parto pregresso, bensì il risultato di, appunto, una performance compiuta dal regista e dagli attori.

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Tutto ciò, ovviamente, non sarebbe stato possibile se Lynch non fosse stato uno strenuo praticante di quella filosofia orientale definita Meditazione Trascendentale. Alla base di questo tipo di meditazione, infatti, vi è la convinzione che vi sia un ‘campo unificato’ (come del resto nella fisica quantistica), che coincide con quello che nelle filosofie orientali è denominato il Sé: questo Sé non è altro che la nostra vera dimensione interiore, dalla quale possiamo pescare come in ‘acque profonde’ tutto ciò che ci serve per la nostra vita, compresi quegli elementi creativi che permettono a un artista come David Lynch di trovare le immagini che poi egli realizzerà nelle proprie creazioni artistiche.

Ma torniamo al film. “INLAND EMPIRE” è costituito, a farla breve, da tre sottotrame. La prima trama è quella che vede protagonista Nikki (Laura Dern), una attrice sposata con un mafioso che deve interpretare assieme al bel Devon (Justin Theroux) il film “On High On Blue Tomorrows”, il quale è il remake di un vecchio film ‘maledetto’ intitolato “47” i cui attori sono stati uccisi. La seconda trama è appunto quella di “On High On Blue Tomorrows”: Susan (Laura Dern), donna sposata, si innamora di Billy (Justin Theroux), il quale anche è sposato e con prole. Per lui la loro relazione è solo una avventura, ma per Sue si tratta di amore vero. Rifiutata, si degraderà fino a diventare una prostituta, e verrà uccisa dalla moglie di Billy. La terza e ultima trama è costituita dai personaggi di “47”, il vecchio film maledetto, in particolare dalla protagonista di quel film che vediamo obbligata a prostituirsi in una stanza da letto dove, in lacrime, passa il suo tempo guardando in televisione una sit-com con conigli antropomorfi.

Ovviamente queste tre trame sono frutto di una razionalizzazione post-visione. Infatti, ogni volta che guarderete il film, sentirete che le tre sottotrame, la vostra traccia razionale, si sbriciolerà sotto i vostri occhi, presi dalle immagini del film, sistemate in sequenze non lineari. Poi, a visione compiuta, le tre trame del film torneranno nella vostra mente a ‘chiudere il cerchio’ della visione. Ma sarà solo fino alla prossima visione dell’opera.



Perché tutto ciò? Non si tratta del frutto di qualche strana forma di magia, né del tentativo di creare un film allucinatorio. Il fatto è che “INLAND EMPIRE” è un film costruito per significanti, anziché per significati. Proprio come, in una celebre intervista, lo avrebbe voluto il già citato Carmelo Bene. Cosa vuol dire? In linguistica, si definisce ‘significante’ un termine verbale che ha valore di ‘segno’, che ‘indica’ un ‘oggetto reale’ (tutte le parole sono significanti). Ora, benissimo direte, c’è quindi una corrispondenza tra ogni parola del nostro vocabolario e ogni oggetto, ed è tutto finito, siamo tutti contenti. Eh no. Non è proprio così. In realtà, come sottolinea lo strutturalismo, tra significanti e significati non c’è corrispondenza perfetta.

Facciamo un esempio per farvi capire. Bene, pensiamo agli animali. Sono tutti lì, su quello che Deleuze definirebbe il loro ‘campo di immanenza’, quando ecco che un uomo inizia a ‘classificarli’ in base alla teoria definita ‘evoluzionistica’. Ecco che gli animali vengono estratti dal loro campo di immanenza e vengono distribuiti su una piramide, con al vertice l’uomo. La teoria evoluzionistica è reale? Per l’uomo sì, anche se non per tutti gli uomini (ad esempio i fondamentalisti religiosi contestano questa teoria in nome del creazionismo, che è un modo diverso dall’evoluzionismo per dare un ordine al caos del mondo). Quale delle due teorie è la più valida? Dipende da ognuno di voi.

Capite ora che fare un film per significanti, per puri segni linguistici (come ad esempio, Laura Dern che interpreta Nikki/Sue, in un contesto dove lo spettatore a un certo punto non capisce più se sta vedendo l’attrice che recita, il personaggio recitato o addirittura una ipotetica terza figura) significa regredire al mondo delle cose, alla cosiddetta ‘natura’ (il caos eracliteo), in attesa che siate voi a formare il mondo della ‘cultura’ (l’ordine umano), e non il regista. Ecco perché ad ogni visione (io il film l’ho visto già sette volte: tre al cinema e quattro in DVD) “INLAND EMPIRE” vi sembrerà un film diverso.




Ad esempio, nel film vedrete comparire un cacciavite, oggetto con cui Laura Dern/Sue viene uccisa dalla moglie di Justin Theroux/Billy, ma quell’oggetto comparirà altre due volte nel film con un significato ben diverso. Oppure, in una delle scene iniziali, Laura Dern/Nikki si trova al tavolo con il compagno attore, Jeremy Irons il regista e Harry Dean Stanton l’aiuto regista quando una misteriosa figura si vede da lontano. Justin Theroux/Devon si alza per andare a vedere chi c’è in una finta casetta di scena, ma in essa non trova nessuno. Un’ora di film dopo, Laura Dern/Sue scende da una macchina e entra in un vicolo, vede da lontano il gruppo dei quattro (tra cui se stessa/Nikki), e si nasconde nella casetta mentre Justin Theroux/Billy le si avvicina.

E’ questa logica non lineare, da anello di Moebius, a dominare il film. Le corrispondenze tra le tre trame sono dettate da oggetti, frasi, segni, che fanno scattare lo switch tra una sottotrama e l’altra. Anche dal punto di vista del genere, il film non fa che mescolare il mélo con il noir, genere prediletto dall’ultimo Lynch, creando un oggetto cinematografico alieno che oltre a mutare forma a ogni visione, permette allo spettatore di entrare in un film che ha la logica di un sogno, che vive dell’inconscio esattamente come faceva l’”Ulisse” di Joyce. Com’è il mondo del pre-verbale, il mondo onirico? Potrebbe essere il mondo della felicità o il mondo dell’angoscia. Dipende tutto da voi.

Chiudo con una curiosità. Sapete com’è nato il titolo del film? Una sera la Dern e Lynch erano assieme a cena, e Laura dice a David: “Lo sai che Ben [Harper, il marito della Dern] è di Inland Empire [la zona che sta attorno alla città di Los Angeles]?”. Al che il regista risponde: “Mi sa che abbiamo trovato il nome per il nostro nuovo film”. Ecco, “INLAND EMPIRE” è frutto di queste casualità, di quelle che Jung forse avrebbe definito ‘sincronicità’: eventi che entrano in relazione tra loro per assonanza, con segni che consuonano l’uno con l’altro fino a creare varchi tra mondi diversi. In fondo, “INLAND EMPIRE” è l’ultimo dei veri grandi film rivoluzionari, come si sarebbe detto, o voluto fare, una volta. E per questo a Lynch dovremo essere grati per sempre.


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Articolo di: Gian Paolo Galasi

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