sabato 17 febbraio 2024

La Natura dell'Amore di Monia Chockri

Premessa: mal sopporto Woody Allen. Tutta quella intelligenza per dire che la vita umana è fatta di contraddizioni insanabili, perché non si ha il coraggio di cercare una soluzione o di proporne una, per paura di venire poi magari sbugiardati o incompresi, mentre quando si è negativi si fa sempre un bell’effetto, ci si mette su un piedistallo, soprattutto quando si deve vendere un prodotto a persone che si vogliono o, per parafrasare lo slogan di una nota influencer, si pensano intelligenti.

Mal sopporto Woody Allen, dicevo, pertanto quando trovo una regista – in realtà Monia Chockri è una attrice (con Xavier Dolan in Gli Amori Immaginari e Laurence Anyways) che qui è al suo esordio come regista, anche se compare pure nelle sue già rodate vesti recitando – che gioca con premesse e con una messa in scena parzialmente alla Woody Allen, mettendoci anche meno dell’impegno del regista statunitense per affrontare ‘un tema’, ecco, io capitolo.

Non fraintendiamoci: le premesse erano interessanti, soprattutto se avete apprezzato The Human Stain di Philip Roth o anche solo la sua riduzione cinematografica a opera di Robert Benton, dato che si tratta di una storia di passione tra una professoressa di filosofia e un operaio che deve risistemarle uno chalet disastrato, che il marito ha acquistato spendendo una fortuna ma senza avere una sola nozione, una, di come dev’essere fatta una casa – impianto idraulico, elettrico, eccetera.

 


E dunque c’è tutta la distanza culturale tra i due protagonisti a creare tensioni, possibili fraintendimenti, anche se già il fatto che l’uomo sia più vistosamente geloso è una grossa red flag – si tratta di uno stereotipo bello e buono – per non parlare del fatto che il marito, borghese, quando viene a sapere del tradimento piange, mentre l’amante quando sospetta di venire tradito si arrabbia. Insomma siamo alle macchiette, e ci dispiace veramente perché il tema era, lo ripetiamo, interessante.

Purtroppo non si può fingere una curiosità verso l’umano che non si ha. Del resto Nathan Zuckerman, l’alter-ego protagonista di molti romanzi di Roth compreso quello da me citato all’inizio di questa recensione, prevede una identificazione forte tra scrittore e personaggio, non così qui dove Chockri si ritaglia un ruolo marginale – una fatua amica della protagonista che inizia una relazione clandestina a sua volta, influenzata dall’amica – e lascia che la storia vada avanti fino al finale dove la protagonista rimane esposta alla neve che inizia a scendere dal cielo.

Scontati i dialoghi, scontate le situazioni in cui il protagonista maschile soccombe dialetticamente di fronte agli amici di lei ma riesce comunque a rubare la scena per la sua decisione nell’affrontare le cose della vita, purtroppo siamo lontani da come un Fassbinder o anche solo un Cassavetes avrebbero potuto affrontare e mettere in scena personaggi del genere. E questo è il punto: l’amore per il cinema, l’amore per l’umanità – conseguente o precedente, ma coesistenti. Quando queste qualità mancano, l’opera non può che essere mediocre. 

 


domenica 11 febbraio 2024

Green Border di Agnieska Holland

Viviamo in un mondo dove i soldi possono venire trasferiti da un conto all’altro, anche su conti esteri, in un click, tant’è che da un po’ si parla di rendere possibili per legge i cosiddetti bonifici istantanei in tutta Europa, ma dove le persone non hanno la possibilità di abbandonare scenari di guerra o luoghi a loro poco conformi per tutta una serie di variabili. Se sei nato dalla parte sbagliata del mondo, e cerchi di venire in Europa o in Paesi dove la vita è più tranquilla, ti potresti trovare a dover vivere traversate del deserto e del mare rocambolesche o a venire rimpallato da un confine all’altro come tra Bielorussia e Polonia.

Io Capitano di Matteo Garrone ci ha raccontato il primo ordine di vicende, mentre questo Green Border ci mostra il secondo caso. Siamo nel 2021, e una famiglia di profughi provenienti dalla Siria viene accompagnata su un pullman al confine tra i due Stati e lì abbandonata. Marito, moglie, anziano padre, tre bambini e una donna che si è aggregata al nucleo. Sotto richiesta di soldi vengono portati al confine con la Polonia e aiutati ad attraversarlo. Ma poi, dopo una notte all’addiaccio e un giorno di pioggia fitta, arriveranno i militari che li scorteranno al confine con la Bielorussia, per poi essere di nuovo rimpallati, in un gioco kafkiano e disumano.

A fianco delle vicende di questa famiglia vediamo anche come vengono formati i soldati che di quei confini devono essere guardiani. Istruiti ad essere disumani, a non considerare quei migranti come persone – chi con coscienza porterebbe bambini in quel viaggio? – ma come ‘proiettili umani di Lukashenko’. C’è un ulteriore tassello, ovvero un gruppo di militanti anarchici che porta aiuto ai migranti stando bene attenti a non invadere le zone rosse, quelle proibite ai civili dai militari, cui si aggiunge una psicologa che per puro caso, una notte, trova un giovane, uno dei bambini piccoli della succitata famiglia siriana, a morire tra le sue braccia di annegamento.

 


Tra ferite per i morsi dei cani, tra richieste esorbitanti di soldi per una bottiglia d’acqua, tra l’umanità di chi disobbedisce alla legge per aiutare il prossimo, tra momenti di distensione a suon di rap e beatbox e attimi di convivialità condivisa, la pellicola ci mostra cosa significa vivere in un mondo per lo più disumano e insensato e cercare di non perdersi. Due ore e mezza e più che volano, per via di quanto le immagini, crude e per nulla retoriche, sono coinvolgenti.

Non vogliamo qui fare il confronto con altre pellicole, se non aggiungere che poi ci sarebbe anche da vedere come vivono i migranti una volta giunti in Europa, ma a questo ci hanno pensato i Fratelli Dardenne con Tori e Lokita. Ormai non possiamo dire di non sapere. Aggiungo a queste riflessioni il mio confronto con un paio di anziani fruitori della pellicola, secondo cui il film sarebbe stato troppo pesante e troppo lungo a confronto con quello di Garrone, più ‘leggero’ (sic).

E pensare che io durante la visione del film mi sono guardato intorno, e notando la presenza di diverse persone in sala mi sono detto “Meno male, almeno la gente si renderà conto di con chi si stanno mettendo i nostri di governanti, e di che politiche disumane sono capaci”. E invece chi fruisce questo tipo di film si preoccupa solo del proprio benessere o malessere, incapace, pare, di un quadro più ampio. Almeno in prima battuta. Per questo penso che questo tipo di pellicole, seppure imporanti, siano migliorabili.

 


Ci vorrebbe un momento di metacinema o di ‘rottura della quarta parete’ che aiutasse lo spettatore a riflettere, e a riflettere su di sé. Questo manca in tutte e tre le pellicole citate. Non per colpa dei registi, ma per colpa nostra, del pubblico. Io ad esempio ho paura in questo momento a sporcarmi le mani e a farmi attivista, intanto perché dovrei lasciare il mio territorio, il mio lavoro, la mia vita, - l’Italia non è la Polonia e non posso raggiungere facilmente quei territori – ma poi perché se avete presente la vicenda di Ilaria Salis e il ‘patto’ che i nostri governanti stanno stipulando con Ungheria e democrature simili occorre stare attenti.

Infatti il nostro governo sta ad esempio permettendo il trasferimento degli stabilimenti Fiat in Est Europa, dove la manodopera costa meno, in cambio della estradizione di Antifa anche nostrani nelle loro prigioni: ora, le nostre non sono certo carceri umane, come le cronache di questi giorni ci stanno mostrando, ma quelle sono veramente atroci. Già alcuni attivisti tedeschi sono stati estradati in Ungheria per vivere lo stesso destino di Salis, mi si dice. Non sono un giornalista e non ho la possibilità di fare inchieste e tutte le verifiche del caso, ma se ciò è vero, e non ho motivo di dubitarne, si tratta, assieme al trattamento dei migranti, di un altro grave colpo alla democrazia, per la salute della quale il dissenso interno e il conflitto sano sono fondamentali.

Mi perdonerete pertanto se ho parlato poco del bianco e nero del film, della struttura a episodi, di piani sequenza – che comunque ci sono – e altri ammennicoli, ma in Italia non abbiamo un giornale che sia uno che racconti certe cose, e allora vale la pena lasciarvi con uno squarcio di realtà in attesa che sia una nuova pellicola a raccontarci di ciò che sta succedendo sotto i nostri nasi. Per il resto lascio il tutto alla vostra sensibilità, alla vostra curiosità umana. 

 


lunedì 5 febbraio 2024

How To Have Sex di Molly Manning Walker

Amo le pellicole sull’adolescenza o sugli anni a venire dopo di essa. Non per nostalgia ma perché sono gli anni in cui ci formiamo e in cui veniamo a patti con lo stupido mondo adulto. Sono gli anni in cui, imitando i nostri mentori, famiglie, insegnanti, società, diventiamo cattivi coi deboli, predatori con le ragazze o inetti e sognatori, senza la via di mezzo dell’autorealizzazione che è una cazzata per amanti della New Age, ovvero per persone bisognose di essere consolate. Del resto difficile ottenere soddisfazioni quando il mondo in cui vivi è ‘ugly but there’s no alternative’.

Questo almeno era quello che il Potere diceva quando ero ragazzo io, ma poi non è che, morta la Tatcher o quella generazione di politici, le cose siano migliorate tanto: basta vedere, soprattutto restando on topic, ovvero parlando di adolescenti al cinema, pellicole come Kids di Larry Clark e Harmony Korine. Per quel film regista e sceneggiatore si sono sentiti dire di tutto. Anche ora, nei forum di cinema o sui gruppi sui social network, citare Clark significa farsi odiare da molti e attirarsi la freddezza di molti altri.

Questo How to Have Sex non ha il piglio di quel capolavoro, odiato perché ha ricordato a tanti quanti pericoli hanno affrontato o a quali sono scampati, né di un altro cult anni Ottanta come Breakfast Club, ma è una fotografia del mondo degli adolescenti di oggi realizzata da una regista trentenne al suo esordio con la settima arte. Se altrove leggerete ‘manifesto’ e tutte le altre roboanti parole tipiche di chi deve comunque fare sensazione e hype per essere notato, qui leggerete solo di una operazione onesta e interessante. Ma veniamo alla trama.


 

Tara, Em e Skye sono tre diciottenni appena ‘maturate’ che, in attesa della telefonata dei genitori coi risultati dell’esame, si dirigono sull’isola di Creta con l’obiettivo di fare una gara a chi avrà più rapporti sessuali, in quella che dovrà essere la migliore vacanza di sempre. In albergo, dopo una prima notte solo e piuttosto alcolica, le ragazze conosceranno Paddy, Badger e Paige, tre ragazzi con cui iniziano una conoscenza che porterà, in particolare, Tara (un’ottima Mia McKenna-Bruce) a vivere una esperienza che forse la segnerà.

Senza entrare troppo nei dettagli il film è una pellicola sulla mancanza di ascolto, sulla mancanza di dialogo e su un divertimentificio che ti sprona a desiderare ma senza darti strumenti per affrontare il desiderio stesso. In tutte le culture infatti esiste il dionisiaco, ma ad esempio appunto presso i greci c’era l’abitudine di avvertire i ‘mortali’ su quali fossero e quali conseguenze avessero gli appetiti degli ‘dèi’, un libretto d’istruzioni che nella contemporaneità occidentale manca completamente.

Le inquadrature fisse delle strade dell’isola invasa da bottiglie di birra e sozzume, la musica a tutto volume nel resort cogli animatori che spronano a giochi erotici stupidi e apparentemente innocenti, tutto contribuisce a mostrare una realtà che fortunatamente non viene né elogiata né condannata. Le domande, come è giusto, vengono lasciate allo spettatore, che dovrà chiedersi il perché di quella assenza di dialogo, di quei silenzi, di quella mancanza di attenzione e di quel bisogno di soddisfare solo sé stessi. 


 

Rispetto a Breakfast Club dunque mancano gli incontri/scontri, i tentativi di avvicinarsi e di comunicare, mentre per quanto riguarda Kids, questo How To Have Sex non mette sotto la lente d’ingrandimento la violenza più brutale e nello stesso tempo abbrutita, ma una zona grigia di cui tutti parlano, quando il consenso non viene espresso ma non viene nemmeno negato, eppure basterebbe ascoltare ma non lo si fa per mancanza di abitudine, detto molto brutalmente: ciò che non si riconosce e che non viene nominato, non esiste. 

Ma la mia generazione e quella di questi ragazzi hanno comprensibilmente delle differenze – non potrebbe essere altrimenti – e se ai ragazzi degli anni Ottanta era stato negato il conflitto che pure aveva orientato la costruzione identitaria delle generazioni precedenti, con tutto quello che quella negazione comportava, i ragazzi di oggi hanno a che fare con società con l’ascensore sociale bloccato e con un conformismo da cui si può solo tentare l’evasione col divertimento e coi legami individuali.

Non è più un grido quello dei ragazzi ripresi da questa pellicola, ma nemmeno una rassegnazione. E’ più una sorta di eterna incoscienza dove però ci si fa comunque del male, non per bisogno di predare ma per incapacità di percepire i segnali che l’altro ci dà, che non vengono rifiutati: proprio non vengono còlti. Con buona pace di chi decenni fa elogiava il desiderio come liberazione, e di chi lo fa ancora, il film di Molly Manning Walker si candida quindi ad essere l’”anti-Povere Creature!”, - sì lo so è tutto più complesso di così, ma … - almeno per questo gennaio, almeno per queste settimane. Magari solo nella mia testa … 

 

domenica 28 gennaio 2024

Povere Creature! di Yorgos Lanthimos

Tratto dall’omonimo romanzo distopico di Alasdair Gray, ma celebrante in maniera indiretta un capolavoro camp come Frankenhooker del geniale Frank Henenlotter (di cui, lo ammetto, ho scoperto l’esistenza solo di recente, ma provvidenzialmente, grazie ai miei esigui contatti nella comunità LGBTQIAP+), Povere Creature! è la nuova fatica di Yorgos Lanthimos. Ne ho preso visione in una sala strapiena, dato che il film almeno nella mia città è stato pubblicizzato praticamente ovunque, e per fortuna.

Bella Baxter (Emma Stone) è una donna che, in una nemmeno troppo metaforica vita precedente si è tolta la vita pur essendo incinta buttandosi dal Tamigi in una Londra ottocentesca ma inquadrata secondo i canoni dello steampunk. Sarà Godwin Baxter (Willem Dafoe) a recuperarne il corpo e a inserire il cervello del feto nel corpo della donna. La ‘creatura’ e i suoi progressi cognitivo comportamentali verranno misurati da Max McCandles, un non molto brillante studente di Baxter, a cui Bella verrà anche promessa come sposa.

Sarà l’avvocato Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo) a proporre a Bella di diventare suo amante e con lui esplorare il mondo – Bella, dopo aver scoperto la sessualità, diventa famelica di relazione con le realtà sia circostanti che lontane e diventa sempre più difficile per chi le sta vicino tenerla al guinzaglio. Le avventure rocambolesche a Lisbona, Alessandria e Parigi delizieranno lo spettatore facendolo divertire ma anche istruendolo su quanto siano terribili le convenzioni sociali e forse l’uomo che le ha create in generale.

 


Sono molti gli interrogativi lasciati aperti per lo spettatore. La natura umana, il desiderio erotico, il bisogno di conoscere, una riflessione su quello che è stato il capitalismo, come si diceva una volta, ma anche il socialismo e il comunismo, e più in generale la tensione tra il bisogno di libertà e le trappole della possessività. Nessun uomo è all’altezza di Bella, e forse neppure nessuna donna, dato che le sue caratteristiche sono l’animo puro infantile in un corpo di donna adulta.

Ottime le prove degli attori da noi segnalati più sopra, con Emma Stone che dimostra, ce ne fosse bisogno, di essere più che non una gioia per gli occhi. Di Dafoe sapevamo già almeno dai tempi di Vivere e Morire a Los Angeles di Friedkin se non prima, forse Mark Ruffalo è un po’ sopra le righe – per un problema di scrittura più che per la sua prova attoriale – ma comunque resta efficace e svolge il suo compito con dedizione e professionalità.

La fotografia e il montaggio sono ottimi, ma è difficile oggi trovare un prodotto che non sia confezionato bene. Certo l’uso di fondali dipinti al posto del green screen fanno il loro effetto, con quei colori vibranti, palesemente finti eppure efficaci. Per non parlare delle citazioni che a volte emergono da altre pellicole del regista, più per assonanza di temi che non per un bisogno di autoaffermazione ormai non più necessario.

 


La casa in cui cresce Bella così ricorda Dogtooth, le scorrazzate in carrozza La Favorita, il tema del matrimonio e dei rapporti tra sessi The Lobster. C’è chi ha scorto anche un pizzico di Burton e di Tarantino, ma non ci giurerei. Senz’altro quella che si impone è la riflessione sulla scienza – è giusto sacrificarle tutto? Non vi sembrerà Godwin Baxter un vero Sheldon Cooper privato dell’allure da sit-com? – e in generale sulla contemporaneità, come in ogni film distopico che si conviene.

Che cosa dire di più, se non consigliare il pubblico di vedere la versione originale con sottotitoli, visto che almeno nei cinema delle città più importanti c’è la possibilità di scegliere questa opzione? I dialoghi non sono difficili da seguire, soprattutto coadiuvati dai sottotitoli, ma come al solito le traduzioni lasciano un poco a desiderare per i tanti motivi – la corrispondenza col labiale, il bisogno dei traduttori di sentirsi più intelligenti degli autori e diversificarsi, eccetera.

Forse la parte finale risulta un poco debole, rispetto all’impianto del resto dell’opera, ma è come se Lanthimos si fosse sfilato e tirato da parte per lasciare comunque al pubblico riflettere su un personaggio che parte col desiderio di cambiare il mondo e poi invece … beh, se andrete al cinema vedrete, noi come è d’uso e costume non vi anticipiamo nulla. Non un capolavoro quindi, come molti si stanno affannando a scrivere, ma senz’altro un film all’altezza della fama del suo creatore. Ora aspettiamo la mossa successiva con trepidazione, sperando non sia un passo falso.    


 

domenica 7 gennaio 2024

Perfect Days di Wim Wenders

Fino a poco fa Wim Wenders era dato per morto, artisticamente parlando, o almeno per moribondo. Non così la pensava il sottoscritto, che invece aveva apprezzato parecchio operazioni quali Palermo Shooting, dove un intenso Campino (pseudonimo artistico del cantante tedesco dei Die Toten Hosen Andreas Frege) si confrontava con la propria arte fotografica, con una altrettanto interessante Giovanna Mezzogiorno e con la morte mentre qua e là scorrevano tra una diegesi e l’altra le note de L’Indiano di Fabrizio de André e quelle della colonna sonora originale di Irmin Schmidt dei gloriosi Can.

Strano che un film che tra l’altro vede camei della nostra Letizia Battaglia e di Lou Reed sia passato così inosservato o comunque sia stato poco considerato. Ma sappiamo tutti come sono i giochi della critica e di conseguenza come si orienta il pubblico: basta che un artista abbracci una qualche forma di extra-occidentalità, anche sotto forma di un non meglio definito impulso spirituale – come se l’essere occidentale dovesse significare essere innanzitutto critico o ‘nichilista’: si vorrà mica dare ragione alla Chiesa Cattolica? – perché si diventi subito sospettosi nei confronti della vena creativa di detto artista.

Da un lato posso comprendere tutto ciò, perché si presume che l’arte debba in qualche modo segnalarci le criticità del nostro mondo e si diventa ostili a chi invece propone anche, seppure indirettamente o forse nemmeno troppo volontariamente, una soluzione – siamo allergici alle soluzioni: ricordo ancora la discussione accesa con un appassionato di cinema rispetto a una frase di Liliana Cavani rilasciata in una intervista e relativa al suo Il Portiere di Notte che suonava più o meno come un “Volevo solo dimostrare che l’amore è la soluzione”, cito a memoria e me ne perdonerete.

Mi perdonerete anche questo sproloquio ma più che Wenders, rispetto a questo suo ultimo Perfect Days, sono cambiati più i tempi. Il Maestro invece, se non ha prodotto un altro Il Cielo Sopra Berlino (che è un capolavoro inarrivabile come poche altre opere filmiche, pertanto mi vien da ridere per aver letto che questo film sarebbe ‘il migliore di Wenders’ qua e là) almeno mette in campo un ottimo lavoro, così ottimo da lasciarmi con dubbi ed esitazioni non tanto relative alla messa in scena quanto al possibile significato del lavoro, o del mio essere nel mondo, cosa che indubbiamente dimostra come si sia messo in moto tra me e l’opera un dialogo testimone della vitalità della stessa – e interessante solo per questo motivo.

 


Ma andiamo con, o meglio, torniamo all’ordine. Hirayama (Koji Yakusho) è un non più giovanissimo pulitore di toilette pubbliche. Ogni mattina si sveglia senza sveglia, dopo una notte conclusasi con la lettura di un passaggio da un buon libro (da Faulkner alla Highsmith, gli si concederà il dono dell’eclettismo … ), si lava i denti, prende dalla macchinetta sotto casa un caffè in lattina e mette in moto il furgone, non prima di aver scelto una adeguata colonna sonora su cassetta (si sentono cose meravigliose come House of the Rising Sun, Sittin’ on the Dock of the Bay e Redondo Beach), per recarsi al lavoro.

Ha un giovane compagno di turno, che però dopo alcuni giorni si licenzia, non prima di avergli fatto conoscere la papabile fidanzata. Qualche giorno dopo sarà una giovane nipote scappata di casa in seguito a un litigio con la madre ad animare i suoi pomeriggi, finito il turno di lavoro. Hirayama ama passare il proprio tempo libero in un bagno pubblico, oppure a fotografare la luce che filtra dai rami degli alberi con una macchina analogica, oppure ancora a cenare in un locale frequentato da avventori che conosce bene.

E’ una vita tranquilla, ma non priva di momenti interessanti, di incontri che per quanto casuali animano le giornate del nostro (anti?) eroe. E fin qui tutto bene. In fondo Wenders ci mostra che è possibile raggiungere un equilibrio nella propria vita anche rimanendo di poche parole e facendo un lavoro umile, senza per questo abbrutirsi e incattivirsi come gli avventori dell’Old Oak. L’abisso mi si è spalancato però quando Hirayama, dopo esser stato salutato con un bacio dalla ragazza presentatagli dal collega, ascolta nel proprio appartamento Perfect Day di Lou Reed, canzone che dà il titolo anche al film.

Lo saprà il nostro eroe che quel giorno perfetto per il vecchio Lou era un giorno dedicato all’eroina e non all’incontro con l’altro? Mi è venuta spontanea questa domanda perché anni fa cantai quella canzone a una mia compagna, che mi abbracciò mentre io le cantavo proprio “You just keep me hanging on” senza sapere ancora il senso di quel brano – io acquistavo dischi mosso dalla curiosità e solo dopo un po’ mi approcciavo alla critica relativa a quelle opere. Incoscienza dell’amore, incoscienza di certi momenti in cui anche un’esperienza terribile ci può allietare. Non aggiungo queste righe per narcisismo, ma per invitarvi, vi capitasse, a non lasciarvi ostacolare nel momento in cui un istante di un’operazione artistica vi trafigge. Anzi, sappiate che è per quei momenti che vale la pena fruire arte …   


 

domenica 31 dicembre 2023

Foglie al Vento di Aki Kaurismaki

Vale la pena andare al cinema e immergersi nelle immagini e nel racconto di questo film. Qualcuno ha già scritto che Kaurismaki oggi come oggi è in un mondo a parte, in un mondo di una classicità tutta sua dove i personaggi che vivono una condizione di solitudine estrema – addirittura quando invitano a cena un ospite devono comprarsi un altro piatto e altre posate – alla fine riescono con un gesto a riappropriarsi della vita non ostante le difficoltà.

Altri hanno notato le citazioni cinematografiche – Chaplin nel finale ad esempio – oppure la composizione fotografica e i colori, frutto delle solite ricerche spasmodiche del regista e del suo fotografo di scena Timo Salminen. Ma il vero motivo per cui andare a vedere questo film è la fiducia nell’umanità che Kaurismaki ancora nutre. Una umanità semplice, con uomini capaci di smettere di bere per amore e donne che ti leggono riviste di gossip mentre te ne stai in coma in ospedale.

E’ la storia di Ansa (Alma Poysti) e Holappa (Jussi Vatanen), lei cassiera di un supermercato licenziata perché ruba prodotti scaduti, lui operaio ubriacone che viene cacciato in malo modo dopo essersi ferito a seguito di un incidente con un macchinario vecchio. Entrambi soli, entrambi alla ricerca di una stabilità impossibile da ottenere in questo nostro mondo, con la radio che costantemente ricorda la guerra nella vicina Ucraina.

 


L’amore non è la risposta, ma è tanto, più di qualcosa. Forse Kaurismaki vuole ricordare, col suo cinema, che non vale la pena rimpicciolire il proprio campo energetico solo perché gli eventi della vita remano contro a tutte le persone che attraversano guai come i suoi due protagonisti, o forse lo vuole ricordare a tutti noi, nessuno escluso. Sta di fatto che la luce riscalda queste fredde giornate autunnali.

Anche al lordo di qualche risata, come quando gli spettatori di The Dead Don’t Die di Jarmusch commentano di aver visto un film che ha ricordato loro il Diario di un Curato di Campagna di Bresson o Il Disprezzo di Godard ad esempio, o come quando Holappa si rifiuta inizialmente di andare al karaoke con l’amico e convivente interpretato da Janne Hyytiainen (già protagonista di Le Luci della Sera) perché ‘I duri non cantano’.

Quarto capitolo di una tetralogia ‘dei perdenti’ assieme ai precedenti Ombre nel Paradiso, Ariel e La Fiammiferaia, Foglie al Vento ci mostra un Kaurismaki in splendida forma, con molte frecce al suo arco anche per il prossimo futuro. Film ‘fuori classifica’ rispetto alle mie visioni di quest’anno perché vive in un universo tutto suo, sono felice abbia chiuso le mie visioni di quest’anno col suo tocco di malinconia agrodolce. 


 

domenica 17 dicembre 2023

20.000 Specie di Api di Estibaliz Urresola Solaguren

Esordio sulla lunga distanza per Solaguren e già Orso d’Argento per la migliore interpretazione alla giovanissima protagonista Sofia Otero. Un cinema allegorico (troppo per molti, non per noi ma ci torniamo) e nello stesso tempo concretissimo nel raccontare un’estate di una bambina transgender di otto anni che cerca di esplorare e capire la propria identità e di farla accettare al mondo che la contiene e che non sempre capisce.

Tra metafore religiose - Santa Lucia che come tutti i santi paga un prezzo per essere sé stessa, e indovinate che nome sceglierà la protagonista al posto di quello assegnatole alla nascita … - e naturalistiche - le api che donano vita con miele e cera ma che fanno anche paura sono a mio avviso una metafora azzeccatissima nel vedere il brulicare umano attorno alla bambina e i suoi ancora da decifrare moti dell’animo - tra statue del nonno che la madre della ragazzina, figlia dell’artista, cerca di copiare per ottenere una cattedra – tutti nel film cercano qualcosa, fosse anche solo la statua di un Santo andata perduta, e questa condizione di fragilità esistenziale comune è un piccolo colpo di genio – e piscine, princìpi d’incendio, costumi da sirene e feste di famiglia.

E’ un cinema appunto basato sulla ricerca del proprio posto nel mondo e sulla ricerca interiore di sé da parte dei personaggi presenti nel film, soprattutto da parte della giovane, della madre e della nonna che sono le figure più presenti e che interagiscono di più l’una con l’altra. E’ chiaro che è il tema che coinvolge, essendo di stretta attualità, ma non solo. Infatti la messa in scena è curatissima e assieme alla fotografia – quegli interni in cui la luce entra e il pulviscolo danza – e all’uso della mdp mai lezioso – e che anzi rischia di passare in secondo piano per quanto è discreto, o forse dovremmo dire, meglio, funzionale – permette una fruizione dove i singoli elementi sottolineano la storia e non distraggono da essa.

 


Per questo la pellicola è la nostra preferita tra quelle viste quest’anno, assieme a un altro film spagnolo recensito altrove – As Bestas di Sorogoyen – e conferma la vitalità del cinema iberico, uno attualmente dei migliori in Europa per solidità delle storie raccontate e per vitalità e precisione della messa in scena, laddove i fratelli maggiori, ad esempio quello francese e italiano, pur avendo brillato in vari episodi almeno quest’anno hanno dimostrato di essersi adagiati un poco sugli allori del loro glorioso passato.

Se quindi volete farvi un emozionante regalo di Natale, 20.000 Specie di Api è uscito nel momento giusto e pertanto spetta a voi approfittarne. Io non posso che appuntarmi un altro, un nuovo nome tra quelli da seguire, sperando che la distribuzione non ci giochi brutti scherzi in futuro. C’è da sperare in altri premi, che senz’altro fungono da catalizzatore perché un film venga portato nelle sale, anche perché in questo modo la qualità delle pellicole potrebbe lievitare e se questo è il livello dell’esordio di Solaguren, senz’altro ci aspettiamo con ansia sorprese degne di questo nome.