sabato 17 febbraio 2024

La Natura dell'Amore di Monia Chockri

Premessa: mal sopporto Woody Allen. Tutta quella intelligenza per dire che la vita umana è fatta di contraddizioni insanabili, perché non si ha il coraggio di cercare una soluzione o di proporne una, per paura di venire poi magari sbugiardati o incompresi, mentre quando si è negativi si fa sempre un bell’effetto, ci si mette su un piedistallo, soprattutto quando si deve vendere un prodotto a persone che si vogliono o, per parafrasare lo slogan di una nota influencer, si pensano intelligenti.

Mal sopporto Woody Allen, dicevo, pertanto quando trovo una regista – in realtà Monia Chockri è una attrice (con Xavier Dolan in Gli Amori Immaginari e Laurence Anyways) che qui è al suo esordio come regista, anche se compare pure nelle sue già rodate vesti recitando – che gioca con premesse e con una messa in scena parzialmente alla Woody Allen, mettendoci anche meno dell’impegno del regista statunitense per affrontare ‘un tema’, ecco, io capitolo.

Non fraintendiamoci: le premesse erano interessanti, soprattutto se avete apprezzato The Human Stain di Philip Roth o anche solo la sua riduzione cinematografica a opera di Robert Benton, dato che si tratta di una storia di passione tra una professoressa di filosofia e un operaio che deve risistemarle uno chalet disastrato, che il marito ha acquistato spendendo una fortuna ma senza avere una sola nozione, una, di come dev’essere fatta una casa – impianto idraulico, elettrico, eccetera.

 


E dunque c’è tutta la distanza culturale tra i due protagonisti a creare tensioni, possibili fraintendimenti, anche se già il fatto che l’uomo sia più vistosamente geloso è una grossa red flag – si tratta di uno stereotipo bello e buono – per non parlare del fatto che il marito, borghese, quando viene a sapere del tradimento piange, mentre l’amante quando sospetta di venire tradito si arrabbia. Insomma siamo alle macchiette, e ci dispiace veramente perché il tema era, lo ripetiamo, interessante.

Purtroppo non si può fingere una curiosità verso l’umano che non si ha. Del resto Nathan Zuckerman, l’alter-ego protagonista di molti romanzi di Roth compreso quello da me citato all’inizio di questa recensione, prevede una identificazione forte tra scrittore e personaggio, non così qui dove Chockri si ritaglia un ruolo marginale – una fatua amica della protagonista che inizia una relazione clandestina a sua volta, influenzata dall’amica – e lascia che la storia vada avanti fino al finale dove la protagonista rimane esposta alla neve che inizia a scendere dal cielo.

Scontati i dialoghi, scontate le situazioni in cui il protagonista maschile soccombe dialetticamente di fronte agli amici di lei ma riesce comunque a rubare la scena per la sua decisione nell’affrontare le cose della vita, purtroppo siamo lontani da come un Fassbinder o anche solo un Cassavetes avrebbero potuto affrontare e mettere in scena personaggi del genere. E questo è il punto: l’amore per il cinema, l’amore per l’umanità – conseguente o precedente, ma coesistenti. Quando queste qualità mancano, l’opera non può che essere mediocre. 

 


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