Amo le pellicole sull’adolescenza o sugli anni a venire dopo di essa. Non per nostalgia ma perché sono gli anni in cui ci formiamo e in cui veniamo a patti con lo stupido mondo adulto. Sono gli anni in cui, imitando i nostri mentori, famiglie, insegnanti, società, diventiamo cattivi coi deboli, predatori con le ragazze o inetti e sognatori, senza la via di mezzo dell’autorealizzazione che è una cazzata per amanti della New Age, ovvero per persone bisognose di essere consolate. Del resto difficile ottenere soddisfazioni quando il mondo in cui vivi è ‘ugly but there’s no alternative’.
Questo almeno era quello che il Potere diceva quando ero ragazzo io, ma poi non è che, morta la Tatcher o quella generazione di politici, le cose siano migliorate tanto: basta vedere, soprattutto restando on topic, ovvero parlando di adolescenti al cinema, pellicole come Kids di Larry Clark e Harmony Korine. Per quel film regista e sceneggiatore si sono sentiti dire di tutto. Anche ora, nei forum di cinema o sui gruppi sui social network, citare Clark significa farsi odiare da molti e attirarsi la freddezza di molti altri.
Questo How to Have Sex non ha il piglio di quel capolavoro, odiato perché ha ricordato a tanti quanti pericoli hanno affrontato o a quali sono scampati, né di un altro cult anni Ottanta come Breakfast Club, ma è una fotografia del mondo degli adolescenti di oggi realizzata da una regista trentenne al suo esordio con la settima arte. Se altrove leggerete ‘manifesto’ e tutte le altre roboanti parole tipiche di chi deve comunque fare sensazione e hype per essere notato, qui leggerete solo di una operazione onesta e interessante. Ma veniamo alla trama.
Tara, Em e Skye sono tre diciottenni appena ‘maturate’ che, in attesa della telefonata dei genitori coi risultati dell’esame, si dirigono sull’isola di Creta con l’obiettivo di fare una gara a chi avrà più rapporti sessuali, in quella che dovrà essere la migliore vacanza di sempre. In albergo, dopo una prima notte solo e piuttosto alcolica, le ragazze conosceranno Paddy, Badger e Paige, tre ragazzi con cui iniziano una conoscenza che porterà, in particolare, Tara (un’ottima Mia McKenna-Bruce) a vivere una esperienza che forse la segnerà.
Senza entrare troppo nei dettagli il film è una pellicola sulla mancanza di ascolto, sulla mancanza di dialogo e su un divertimentificio che ti sprona a desiderare ma senza darti strumenti per affrontare il desiderio stesso. In tutte le culture infatti esiste il dionisiaco, ma ad esempio appunto presso i greci c’era l’abitudine di avvertire i ‘mortali’ su quali fossero e quali conseguenze avessero gli appetiti degli ‘dèi’, un libretto d’istruzioni che nella contemporaneità occidentale manca completamente.
Le inquadrature fisse delle strade dell’isola invasa da bottiglie di birra e sozzume, la musica a tutto volume nel resort cogli animatori che spronano a giochi erotici stupidi e apparentemente innocenti, tutto contribuisce a mostrare una realtà che fortunatamente non viene né elogiata né condannata. Le domande, come è giusto, vengono lasciate allo spettatore, che dovrà chiedersi il perché di quella assenza di dialogo, di quei silenzi, di quella mancanza di attenzione e di quel bisogno di soddisfare solo sé stessi.
Rispetto a Breakfast Club dunque mancano gli incontri/scontri, i tentativi di avvicinarsi e di comunicare, mentre per quanto riguarda Kids, questo How To Have Sex non mette sotto la lente d’ingrandimento la violenza più brutale e nello stesso tempo abbrutita, ma una zona grigia di cui tutti parlano, quando il consenso non viene espresso ma non viene nemmeno negato, eppure basterebbe ascoltare ma non lo si fa per mancanza di abitudine, detto molto brutalmente: ciò che non si riconosce e che non viene nominato, non esiste.
Ma la mia generazione e quella di questi ragazzi hanno comprensibilmente delle differenze – non potrebbe essere altrimenti – e se ai ragazzi degli anni Ottanta era stato negato il conflitto che pure aveva orientato la costruzione identitaria delle generazioni precedenti, con tutto quello che quella negazione comportava, i ragazzi di oggi hanno a che fare con società con l’ascensore sociale bloccato e con un conformismo da cui si può solo tentare l’evasione col divertimento e coi legami individuali.
Non è più un grido quello dei ragazzi ripresi da questa pellicola, ma nemmeno una rassegnazione. E’ più una sorta di eterna incoscienza dove però ci si fa comunque del male, non per bisogno di predare ma per incapacità di percepire i segnali che l’altro ci dà, che non vengono rifiutati: proprio non vengono còlti. Con buona pace di chi decenni fa elogiava il desiderio come liberazione, e di chi lo fa ancora, il film di Molly Manning Walker si candida quindi ad essere l’”anti-Povere Creature!”, - sì lo so è tutto più complesso di così, ma … - almeno per questo gennaio, almeno per queste settimane. Magari solo nella mia testa …



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