L’essenza del cinema di Almodovar è nel prepolitico, nel cercare sempre un modo per ricomporre una frattura e nel cercarlo al di là, o prima, delle regole sociali. Ecco quindi la madre che ritorna dopo decenni in cui si è fatta credere morta a ricostruire il rapporto con la figlia in Volver, ecco il dilemma etico del come comportarsi con lo stupratore della figlia in La Pelle che Abito, le elaborazioni del lutto in Tutto Su Mia Madre e Dolor y Gloria, e potremmo continuare a lungo.
Non sembri dunque strano che uno dei più imporanti registi mondiali, almeno sotto il profilo or ora indicato, abbia deciso di affrontare, certo a modo suo, il testo di Jean Cocteau La Voix Humaine già portato al cinema da Roberto Rossellini con Anna Magnani. Ricordiamo che quella performance, con Anna e Roberto che si stavano lasciando in quanto quest’ultimo stava iniziando a frequentare Ingrid Bergman, con la quale firmerà i suoi successivi capolavori della cosiddetta ‘Trilogia della Solitudine’, è intrisa di masochismo.
Masochismo indispensabile da affrontare, e superare, quando si lascia una persona cara? Ai terapeuti l’ardua sentenza. In questa sede ci limitiamo a sottolineare che Almodovar non tenta di copiare il capolavoro rosselliniano, che è anche diventato un testo ‘classico’ per ogni attrice che dir si voglia, in questo mediometraggio di trenta minuti, bensì prova a farne una versione contemporanea, con una Tilda Swinton che a me ha ricordato la Marina Abramovic dell’autobiografia Attraversare i Muri, piuttosto che la Senta immaginata da Philippe Garrel e incarnata da Laura Smet , donne forti quindi, ma tali forse perché capaci di lasciarsi attraversare dal dolore invece di cercare di fissarsi sulla propria identità e sui modi per non lasciarla scalfire dall’altro.
Del vecchio cortometraggio rosselliniano, una ventina circa di minuti, resta dunque, probabilmente anche a creare un cordone ombelicale con quell’opera, il cane dell’amante ormai lontano di Anna e Tilda. Per il resto queste due donne, oltre a essere molto diverse l’una dall’altra, dall’età anagrafica – Magnani ha circa quarant’anni quando gira il corto, Swinton è sulla sessantina anche se gli anni li porta magnificamente – alla vita che si portano sulle spalle – Magnani interpreta una donna che si fa mantenere dal marito mentre Swinton, che è una donna contemporanea, ha una carriera come modella – si muovono in ambienti diversi e con cui hanno una relazione differente.
Tilda Swinton dunque a inizio pellicola sta lavorando come modella, lascia la sua postazione e le cornici in cui è contenuta e va, libera nel mondo, a comprare un’ascia, con la quale, tornata a casa, accetta un vestito – di lui? suo? regalatole da lui? non lo sappiamo – e poi inizia a sistemare su un tavolinetto libri e DVD. Il breve e subliminale gioco citazionista tipico di Almodovar cessa quando l’attrice si reca prima in bagno, dove i profumi e i vari oggetti da toeletta sono l’equivalente cosmetico di ciò che libri e film sono per l’anima della attrice, e poi in camera da letto, nella quale anche armeggia con degli oggetti, in questo caso delle pasticche di vari colori e dimensioni, che assume stando attenta ad evitarne una quantità mortale, dirà poi all’ex amante.
Prima telefonata. Swinton è a letto, la sveglia il cane ma non riesce a rispondere a tempo. Seconda telefonata. Oh, sei tu. Ecco che inizia una prima sezione di monologo in cui l’attrice fa appunto l’attrice, ovvero cerca di mostrarsi impegnata nel lavoro e nella vita. Poi toglie la maschera, confessa di essersi chiusa in quell’appartamento dove si trovava con “lui” in passato e di aver raggiunto coi farmaci l’apice del proprio masochismo.
Come nel primo rifacimento, quello rosselliniano, noi non sentiamo la voce dell’uomo. La “voce umana” è quella dolente, carica di tensioni, nervi, cuore, della donna. La quale pian piano prende in mano le redini del proprio destino, e, dopo essere stata scaricata con un colpo di cornetta dall’uomo, monta sul destriero della rabbia e distrugge con una tanica di benzina l’appartamento, invitando il proprio ex amante, richiamato all’apparecchio, a guardare, dalla finestra di casa sua, in quella direzione, di assistere allo spettacolo. Il corto si conclude coi pompieri che arrivano e che chiedono a Swinton se stia bene. Lei risponde di sì e si allontana col cane, cui intima di tener presente che d’ora in poi sarà lei la sua padrona.
Lontano da ogni moralismo, Almodovar ci mostra, attraverso il gesto del lasciarsi, come si ama oggi. Si ama in maniera performativa, compulsiva, come i gesti che Swinton compie nell’appartamento: sistema film e libri, si trucca, prende pillole, tocca il telefono. E ci si lascia con un dolore profondo – che è la parte migliore o quanto meno più interessante di questo amore se è quella che Almodovar decide di filmare – perché è la parte carica di domande sul perché di quell’amore, di quella storia, di quel periodo vissuto insieme. E la distruttività prende piede perché quel dolore è ritenuto troppo bruciante per essere tollerato, per attraversarlo, per conviverci. Pazienza se con quell’allontanamento si perde anche il senso. O forse no?








